martedì 30 ottobre 2007

1° novembre, Festa di "Tutti i Santi"

Nel corso dell'anno liturgico si celebrano molte feste ad onore di santi determinati: Santi Apostoli, Martiri, Vescovi, Sacerdoti, Religiosi, Vergini, Soldati, Medici, agricoltori, etc. Il primo novembre la Chiesa celebra la festa di tutti i suoi Santi che sono in cielo. Quale tripudio in cielo, festa della Chiesa trionfante che oggi, nella sua gloria, si unisce alla militante. Se in cielo si fa festa per la conversione di un peccatore e per l'aggiunta di un giusto al coro dei beati, quale non sarà la festa in cielo che glorifica tutti i beati ed eletti in Cristo?
Sin dai primi tempi la Chiesa ha festeggiato i suoi Santi, gli eroi della virtù, nei quali trionfò la grazia divina; incominciò dai Martiri e dagli Apostoli, poi estese il suo culto pubblico ai santi Vescovi ai Monaci e infine a quelli di cui risultava eroica la pratica o la vita di virtù, qualunque fosse lo stato di vita in cui erano vissuti.

L'istituzione della festa

1. Il germe di una tale festa lo si trova nella comunità antiochena, la quale nella prima domenica dopo Pentecoste celebrava la memoria di tutti i santi Martiri. Nell'Occidente lo svolgimento della festa ha percorso i seguenti stadi. L'imperatore Foca concesse a Papa Bonifacio IV il Pantheon, costruito da Agrippa nel 27 a.C. in onore di Augusto. Il Papa lo purifivò trasformandolo in chiesa e lo dedicò alla Beata Vergine e a tutti i Martiri. Il giorno della consacrazione fu il 13 maggio del 609. Perciò quel giorno divenne per Roma una commemorazione di tutti i Santi Martiri.

2. Papa Gregorio III per opporsi all'eresia degli Iconoclasti, consacrò nella Basilica di S. Pietro un oratorio "al Salvatore, alla Madonna, a tutti gli Apostoli, martiri, confessori, e a tutti i giusti perfetti morti per l'orbe" esponendovi le Immagini del Salvatore, dela Vergine e numerosissime reliquie raccolte da ogni parte del mondo. Così la festa di tutti i Santi era istituita. Fu però Gregorio IV che promulgò ufficialmente per tutto l'Occidente la festa di Tutti i Santi fissandone la celebrazione al primo novembre, trasportando a questa data l'indulgenza plenaria che già Bonifacio IV aveva annessa alla festa primitiva.

3. Dal lato dogmatico e liturgico la Festa di Tutti i Santi, alla quale fa seguito la Commemorazione di tutti i fedeli defunti, è l'articolo della "Comunione dei santi" messo in pratica. Uno scambio di vita circola in questi giorni nei tre stati della Chiesa. Quelli che sono ancora nel combattimento, guardano al cielo i loro frateli beati, per essere sostenuti dal loro aiuto, per trovare nell'esempio delle loro virtù una norma di condotta e per vedere nella loro ricompensa gloriosa la speranza di giungere alla medesima beatitudine. I Santi, dal loro canto, rispondono a tanta fiducia esercitando presso il trono di Dio il loro valido aiuto. I fedeli guardano alla Chiesa sofferente nel Purgatorio e le inviano l'aiuto e il soccorso dei suffragi. Le anime purganti ricambiano a loro volta questa carità con le loro preghiere.

Chi sono i Santi?

Quando si parla di Santi chi si intende? Generalmente intendiamo gli eroi della virtù, dell'abnegazione, della rinuncia al mondo e alle sue seduzioni; intendiamo gli eroi che seppero sacrificare la vita per Gesù Cristo, per la sua causa, per la diffusione della fede, dei quali la Chiesa ha riconosciuto e proclamato la santità. Avviene dei Santi ciò che accade agli eroi decorati in una tremenda battaglia cui partecipano centinaia e centinaia di uomini. Quanti tra i caduti e quanti tra i superstiti hanno valorosamente ed eroicamente combattuto! Se tutti non sono eroi, certo lo sono gran parte di essi. Tuttavia i decorati - superstiti o morti - sono sempre pochi. Ciò non perchè si voglia dimenticare o misconoscere il valore e il sacrificio compiuto da ognuno ma perchè non è possibile conoscerlo o documentarlo, cosa necessaria per la decorazione individuale. La stessa cosa avviene per la santità. Anche questa è un combattimento lungo, difficile, persistente. E' la battaglia del bene contro il male, della luce contro le tenebre, della virtù contro il vizio. Quanti combattono virilmente; quanti, dopo essere stati vinti, si riprendono e riparano affrontando nuove battaglie; quanti all'ultimo momento imitano il buon ladrone pentito e si gettano nelle braccia misericordiose del Padre. Quindi, anche se la Chiesa proprone alla nostra venerazione un certo numero di testimoni della fede, non si deve credere che la santità sia riservata per quei pochi elevati agli onori degli altari.
"Il grande segreto della santità – ha scritto San Josemaría Escrivà - si riduce ad assomigliare sempre più a Lui, che è l'unico e amabile Modello".

“Nessun quietismo rinunciatario nel santo, che è il vero cristiano, come nessuna presunzione delle sue forze. Nessuna maledizione al tempo e alla terra, come nessun infeudamento nella realtà che passa. Il santo ricco di energie divine opera con amore e con sacrificio, come fermento che rinnova la faccia della terra. Se gli uomini capiranno, oggi, questo senso profondamente umano del Cristianesimo, non cercheranno di attuare nuovi umanesimi illusori, con atto di pericolosa superbia, fuori di Dio, nella lontananza da Cristo”. (Padre Raimondo Spiazzi o.p.)

"I beati e i santi sono stati persone che non hanno cercato ostinatamente la propria felicità, ma semplicemente hanno voluto donarsi, perché sono state raggiunte dalla luce di Cristo. Essi ci indicano così la strada per diventare felici, ci mostrano come si riesce ad essere persone veramente umane. Nelle vicende della storia sono stati essi i veri riformatori che tante volte l'hanno risollevata dalle valli oscure nelle quali è sempre nuovamente in pericolo di sprofondare; essi l'hanno sempre nuovamente illuminata quanto era necessario per dare la possibilità di accettare - magari nel dolore - la parola pronunciata da Dio al termine dell'opera della creazione: È cosa buona. Basta pensare a figure come San Benedetto, San Francesco d'Assisi, Santa Teresa d'Avila, Sant'Ignazio di Loyola, San Carlo Borromeo, ai fondatori degli Ordini religiosi dell'Ottocento che hanno animato e orientato il movimento sociale, o ai santi del nostro tempo - Massimiliano Kolbe, Edith Stein, Madre Teresa, Padre Pio. Contemplando queste figure impariamo che cosa significa adorare, e che cosa vuol dire vivere secondo la misura del bambino di Betlemme, secondo la misura di Gesù Cristo e di Dio stesso. I santi, abbiamo detto, sono i veri riformatori. Ora vorrei esprimerlo in modo ancora più radicale: Solo dai santi, solo da Dio viene la vera rivoluzione, il cambiamento decisivo del mondo. Nel secolo appena passato abbiamo vissuto le rivoluzioni, il cui programma comune era di non attendere più l'intervento di Dio, ma di prendere totalmente nelle proprie mani il destino del mondo. E abbiamo visto che, con ciò, sempre un punto di vista umano e parziale veniva preso come misura assoluta d'orientamento. L'assolutizzazione di ciò che non è assoluto ma relativo si chiama totalitarismo. Non libera l'uomo, ma gli toglie la sua dignità e lo schiavizza. Non sono le ideologie che salvano il mondo, ma soltanto il volgersi al Dio vivente, che è il nostro creatore, il garante della nostra libertà, il garante di ciò che è veramente buono e vero. La rivoluzione vera consiste unicamente nel volgersi senza riserve a Dio che è la misura di ciò che è giusto e allo stesso tempo è l'amore eterno." (Estratto da "Discorso di Papa Benedetto XVI ai giovani in occasione della XX Giornata Mondiale della Gioventù").

Forse che la Chiesa non pensa anche a quei santi "nascosti", pur senza conoscerli individualmente? Nella festività di Tutti i Santi la Chiesa acclama e onore insieme agli Angeli tutti i suoi figli che sono giunti alla gloria del cielo. Ed ecco la mirabile visione di S. Giovanni nell'Epistola della Messa. Se in un giardino si ammira la magnificenza dei colori e delle varietà, così accade per gli eletti in cielo. La santità è appunto trasfigurazione della natura umana, perfezionamento dell'anima per opera della grazia divina.
I Santi sono i nostri fratelli, membra del Corpo mistico di Cristo; ci appartengono quindi per il vincolo che tutti ci unisce a Lui, e in Lui ci unisce tra noi. Non si deve considerare quindi i Santi come diversi o lontani dalla nostra natura. Essi infatti sono vissuti in questa umanità a contatto della realtà mondana che, a ben vedere, non varia al mutare dei tempi negli stessi errori, contrasti e dolori nei quali ci dibattiamo ogni giorno. Sono vissuti nel mondo per Dio. Con un rapido slogan si potrebbe dire: "Nel mondo ma non per il (o del) mondo". Nel fulgore della gloria la loro umanità non si è cancellata. La carità che li fece Santi è perfezionata nell'ardore dell'Amore divino ed è il legame che li unisce a noi. Perciò dobbiamo amarli, sentirli vicini, seguire e rivivere la loro vita terrena. In conclusione si può ben dire che questa festa ci richiama tutti a farci santi. Come si è visto, "Santo" è colui che si mantiene nella vita di grazia vivendo i comandamenti, la preghiera, i Sacramenti ed esercitando la virtù. La santità nella sua essenza non è riservata a solo pochi privilegiati. No, è accessibile a tutti, a qualunque ceto o condizione sociale.

La liturgia

Con l'Introito siamo invitati a godere nel Signore per questa festa della cui solennità si rallegrano gli stessi Angeli del cielo.
Con la Colletta preghiamo: "O Dio onnipotente ed eterno, che ci hai concesso di celebrare con unica solennità i meriti di tutti i tuoi Santi, Ti preghiamo di elargirci la bramata abbondanza della tua propiziazione, in grazia di tanti intercessori".
L'Epistola ci presenta la mirabile visione di S. Giovanni Evangelista: una turba di eletti di ogni lingua, popolo e nazione prostata in adorazione davanti al trono e all'Agnello.
Il Vangelo è costituito da quella stupenda pagina che fu proclamata da Cristo come bando della nuova Legge evangelica che perfeziona quella antica. E' la pagina delle beatitudini, o "Discorso della montagna". Facciamo nostro l'ammonimento di Sant'Agostino: "Chi vorrà meditare con pietà e perspicacia il discorso che nostro Signore ha pronunciato sulla montagna, così come lo si legge nel Vangelo di san Matteo, indubbiamente vi troverà la magna carta della vita cristiana. [...] Questo discorso infatti comprende tutte le norme peculiari dell'esistenza cristiana" (Sant'Agostino, De sermone Domini in monte).

lunedì 29 ottobre 2007

La Messa "tridentina" chiavarese unisce e coinvolge

Il tesoro della Liturgia Romana nella forma extraordinaria coinvolge anche l'uomo d'oggi. Anzi, soprattutto l'uomo contemporaneo. L'odierna società secolarizzata, in balia di un sottile vento relativista, non è riuscita a cancellare il sacro e il rapporto d'amore reciproco tra la creatura e Dio. La Messa tridentina è un tesoro "vivo" di bellezza, umiltà, sacralità, fede che unisce nella preghiera popoli di diversa nazionalità con le generazioni precedenti. Il rapporto che si istituisce non è quindi meramente sentimentalistico, esteriore o ancor peggio di una vuota e cieca imitazione. Rivolto al Signore ogni fedele partecipa al Santo Sacrificio della Croce rinnovando, nell'umile incontro, la fede nel Creatore, unica fonte di salvezza e di infinita misericordia.
In questi ultimi mesi anche la stampa ha dimostrato particolare interesse per la forma antica del Rito Romano. Infatti, dopo la cronaca del settimanale "Il Nuovo Levante", anche il quotidiano "Il Secolo XIX" ha dedicato ampio spazio alla celebrazione chiavarese. Sembra che il ritorno massiccio e convinto alla S. Messa tridentina abbia particolarmente colpito i mezzi di informazione. Del resto la partecipazione attiva e notevole dei fedeli è certamente un importante dato in controtendenza con il trend tristemente negativo degli ultimi anni. Di seguito propongo l'articolo della giornalista Debora Badinelli pubblicato ne "Il Secolo XIX" di lunedì 29 ottobre 2007.

A Chiavari la messa in latino si dice per cento

Tanti ogni domenica arrivano anche da fuori città per seguire la celebrazione dai padri Scolopi

CHIAVARI. La messa tridentina piace. Dallo scorso 7 ottobre i padri Scolopi di via Rivarola a Chiavari, accogliendo l’invito di Papa Benedetto XVI, hanno ripristinato il rito romano antico. La celebrazione eucaristica delle 17 della domenica, infatti, è in latino e i fedeli non si spaventano, anzi. Ogni settimana la chiesa si riempie di un centinaio di persone e tra le panche non ci sono solo fedeli con i capelli bianchi che ricordano quando il rito antico era l’unico, ma anche famiglie con bambini, liceali e universitari. Accorrono anche dai Comuni vicini. La notizia, infatti, è stata diffusa via internet attraverso siti e blog gestiti da gruppi di cattolici. A seguito della pubblicazione del motu proprio “Summorum Pontificum” che permette l’uso della messa in latino secondo il rito anteriore alla riforma liturgica, è stato proprio un gruppo di fedeli a sollecitale il rettore, padre Olivo Palach, affinchè garantisse alla comunità religiosa che frequenta la chiesa di San Giuseppe Calasanzio la possibilità di partecipare alla messa tridentina.
«Una richiesta che è arrivata anche da diversi giovani – spiega il rettore – e che ho assecondato, affidando la celebrazione a padre Candido Corti». Milanese d’origine, 83 anni, da 59 anni sacerdote, ex docente di religione in un liceo classico della Sardegna, regione in cui ha vissuto 45 anni, padre Corti non diceva la messa in latino dal 1962, dall’entrata in vigore della riforma del Secondo Concilio Vaticano in cui si decise l’introduzione della lingua volgare per favorire la comprensione collettiva. «Qualche formula ho dovuto ripassarla – ammette – ma non è stato un problema. La messa in latino è per l’èlite, ma a Chiavari sono in tanti ad apprezzarla».
Sulla scelta elitaria, molti fedeli presenti alla funzione di ieri alle 17 non si sono detti d’accordo. «Non è la lingua che conta, ma la profondità del rito che viene compiuto», assicura l’architetto Domingo Tonini. Secondo l’avvocato Massimo Mallucci il rito romano antico «ricongiunge a tutte le generazioni che ci hanno preceduto attraverso i secoli e che hanno pregato allo stesso modo». «Ci sentiamo molto vicini al celebrante – aggiunge – che sale l’altare per creare l’unità fra i fedeli e il Signore».
Tra coloro che hanno sollecitato il ritorno all’antico c’è uno studente venticinquenne. «La messa in latino – dice – rappresenta un approfondimento. Unisce persone di diversa nazionalità e fa pregare a una voce». L’universalità della lingua è uno dei punti sui quali insistono gli estimatori. «E’ un valore che prescinde dalla preparazione culturale di chi assiste alla messa – spiega Maria, una frequentatrice abituale della chiesa di San Giuseppe Calasanzio – quando vado all’estero, cerco le chiese dove si celebra in latino». Per Dino e Franca, una coppia proveniente da fuori città solo per assistere alla messa, «si tratta di una piacevole abitudine ritrovata». Giovanni Quenti, 74 anni, arriva da Caminata di Ne e sceglie la chiesa di via Rivarola per rivivere un rito al quale partecipava da giovane.


Debora Badinelli

martedì 23 ottobre 2007

28 ottobre, Festa di N.S. Gesù Cristo Re

L'istituzione della festa

L'ultima domenica di ottobre, secondo il calendario liturgico del Rito Romano extraordinario, si festeggia la Regalità di Cristo. La festa fu introdotta nel 1925 da Papa Pio XI, con l'Enciclica "Quas Primas", a coronamento del Giubileo che si celebrava in quell'anno. Il Papa così scriveva: «Con la Nostra apostolica autorità istituiamo la festa di nostro Signore Gesù Cristo Re, stabilendo che sia celebrata in tutte le parti della terra l'ultima domenica di ottobre, cioè la domenica precedente la festa di tutti i Santi. Similmente ordiniamo che in questo medesimo giorno, ogni anno, si rinnovi la consacrazione di tutto il genere umano al Cuore santissimo di Gesù, che il Nostro Predecessore di santa memoria Pio X aveva comandato di ripetere annualmente». E soggiungeva: «E non fa bisogno, Venerabili Fratelli, che vi esponiamo a lungo i motivi per cui abbiamo istituito la solennità di Cristo Re distinta dalle altre feste, nelle quali sembrerebbe già adombrata e implicitamente solennizzata questa medesima dignità regale. Basta infatti avvertire che mentre l'oggetto materiale delle attuali feste di nostro Signore è Cristo medesimo, l’oggetto formale, però, in esse si distingue del tutto dal nome della potestà regale di Cristo. (...) Ci sembrò poi più d’ogni altra opportuna a questa celebrazione l’ultima domenica del mese di ottobre, nella quale si chiude quasi l’anno liturgico, così infatti avverrà che i misteri della vita di Gesù Cristo, commemorati nel corso dell’anno, terminino e quasi ricevano coronamento da questa solennità di Cristo Re, e prima che si celebri e si esalti la gloria di Colui che trionfa in tutti i Santi e in tutti gli eletti».

I Profeti annunciarono la Regalità del futuro Messia

Gesù Cristo, preannunciato e atteso nell'Antico Testamento come Messia, Salvatore, fu specialmente indicato nella sua autorità regale; la sua opera fu espressa nella costituzione di un regno che non sarebbe mai più venuto meno, che avrebbe esteso i suoi confini a tutto il mondo. Giacobbe, vicino a morire, benedisse i suoi figli e ad ognuno di essi preannunciò la sua specifica caratteristica o missione. A Giuda, il suo quarto figlio disse: «Non sarà tolto lo scettro da Giuda nè il bastone del comando tra i suoi piedi, finchè verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l'obbedienza dei popoli». (Gen 49, 10)
Nel Salmo 2 è descritta la congiura del re e delle genti della terra contro Dio e il suo Cristo. Dio irride dal cielo questi vani sforzi e per Lui parla il suo Cristo, il Messia: «Annunzierò il decreto del Signore. Egli mi ha detto: "Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra. Le spezzerai con scettro di ferro, come vasi di argilla le frantumerai"». Da queste parole ricaviamo che il Messia è vero Figlio di Dio, costituito Re da Dio. Dov'è descritto con più vivida luce il regno del Messia?
Il Salmo 45, il carme nuziale, dalla celebrazione del matrimonio tra Salomone e la figlia del Re d'Egitto, si solleva alla celebrazione delle nozze più eccelse e più feconde tra Cristo e la sua Chiesa. «Il tuo trono, Dio, dura per sempre; è scettro giusto lo scettro del tuo regno».
Nel Salmo 72 sono affermate tutte le qualità del regno. L'eternità: «Il suo regno durerà quanto il sole, quanto la luna, per tutti i secoli»; la sua natura spirituale: «Nei suoi giorni fiorirà la giustizia e abbonderà la pace, finché non si spenga la luna»; la sua universalità: «E dominerà da mare a mare, dal fiume sino ai confini della terra».
Tra i Profeti, Isaia, al capitolo IX, scrive il sublime vaticinio: «Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace; grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e sempre; questo farà lo zelo del Signore degli eserciti».
Geremia, che al capitolo XXIII predice il rampollo giusto che dovrà nascere dalla discendenza di Davide: «Regnerà da vero re e sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra».
Daniele al capitolo II preannuncia da parte del Re del cielo la costituzione di un regno che «non sarà mai distrutto e non sarà trasmesso ad altro popolo: stritolerà e annienterà tutti gli altri regni, mentre esso durerà per sempre». Al capitolo VIII, dopo la contemplazione della successiva elevazione e conseguente caduta di quattro grandi monarchie, che dovevano preparare l'impero universale del Messia, scrive: «Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco apparire, sulle nubi del cielo, uno, simile ad un figlio di uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui, che gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, e il suo regno è taleche non sarà mai distrutto». Ancora una volta la sovranità del Messia ci si presenta divina nella sua origine, universale nella sua estensione, eterna nella sua durata.
Come non ricordare quello che Zaccaria al capitolo IX predisse intorno al Re umile che sarebbe entrato in Gerusalemme quale giusto e Salvatore? «Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d'asina. Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l'arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti, il suo dominio sarà da mare a mare e dal fiume ai confini della terra».

Il Vangelo, il Nuovo Testamento e la Regalità di Gesù Cristo

Nel Vangelo la Regalità di Cristo è continuamente affermata in modo più o meno esplicita.

1. Quando l'Arcangelo Gabriele si presenta a Maria SS. in Nazareth per annunziarle il grande mistero, che dietro il suo consenso avrebbe dovuto compiersi, così parla: «Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». (Lc 1, 31-33)

2. I Magi apprendono per la voce di Dio e il segno della stella che è nato il Messia. Partono alla ricerca guidati dalla stella e arrivano a Gerusalemme dove regna il sanguinario Erode. Con prontezza domandano: «Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo». (Mt 2, 2). Apprendono che deve nascere a Betlemme e si avviano verso questa città; fuori di Gerusalemme riappare la stella che li accompagna da Gesù Bambino; lo venerano, lo adorano e gli offrono i tre preziosi e mistici doni: oro, incenso e mirra, riconoscendolo così, in primis, vero Re.

3. Dopo la prima moltiplicazione dei pani, le folle, ammirate, lo vogliono proclamare Re. Non è questa forma di regalità materiale, contingente, che Gesù vuole. Giunto il tempo opportuno, Gesù stesso si dichiara Re. L'episodio è quello ripreso dalla liturgia della Messa del giorno. I Giudei avevano accusato Gesù Cristo di volersi fare re; Pilato quindi gli domandò: «Tu sei il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te oppure altri te l'hanno detto sul mio conto?». Ovvero: se me lo domandi nel senso puramente terreno e politico con cui tu intendi la regalità, la risposta sarà negativa perchè non voglio essere re in questo senso. Ecco perchè Gesù dichiara: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Tuttavia Pilato ancora gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità». (Gv 18, 33-37)
I soldati, approffitando del fatto che Gesù Cristo si era dichiarato re, lo schernirono crudelmente gettandogli sulle spalle uno straccio di porpora, mettendogli tra le mani una canna per scettro e sul capo una corona di spine. Dio si serve anche di questi miserabili per presentarci Gesù nelle insegne della sua regalità dolorosa e divina. Pilato, presenta in quelle stesse insegne al popolo dell'epoca e a tutto il genere umano, Gesù con le famose parole: «Ecco il vostro re!». E' ancora Pilato che scrive in tre lingue il titolo da apporre sulla Croce: Jesus Nazarenus Rex Judaeorum; ed ai Giudei che ne reclamano la correzione, risponde: «Ciò che ho scritto, ho scritto».
Pilato in questa sua condotta non avrà avuto che sentimenti umani, ma Dio che conduce gli eventi e tutto ordina secondo il suo volere, ha voluto darci in tutto questo una nuova prova della Regalità di Gesù.
Già nella descrizione del giudizio finale Gesù aveva dichiarato esplicitamente la sua regalità di giudice nel pronunciare la sentenza a favore degli eletti: «Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra...»; e «Rispondendo, il re dirà loro (...) ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». (Mt 25, 34-40)
Nella splendida apparizione su di un monte in Galilea, dopo la sua risurrezione, Gesù, prima di affidare agli apostoli la missione di evangelizzare il mondo, afferma e dichiara la suprema sua potestà su tutto il mondo e il creato: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra». (Mt 28, 18)

3. Gli Apostoli con frequenza ricordano la potestà e dignità regale di Cristo. Così S. Giovanni lo dice: «principe dei re della terra» (Ap 1, 5); e più tardi ce lo descrive quale gli appare in visione: «Un nome porta scritto sul mantello e sul femore: Re dei re e Signore dei signori». (Ap 19, 16)
Anche le Lettere di San Paolo riaffermano spesso la Regalità di Cristo. «In questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo» (Eb 1, 2); «Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi» (1 Cor 15, 25); «Al Re dei secoli incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen». (1 Tm 1, 17)

4. La Chiesa, creazione d Gesù Cristo, continuatrice dell'opera degli Apostoli, ha sempre in ogni più svariato modo, specialmente nella Liturgia, riconosciuto e proclamato la Regalità del Divin Maestro. Nell'Epifania ha sempre celebrato con la manifestazione di Gesù, la sua regalità; sulla croce ha voluto l'affermazione della regalità di Cristo nella sigla "I.N.R.I."; nella Domenica delle Palme celebra il suo Re pacifico e mansueto che entra in Gerusalemme.

Natura ed estensione del Regno di Cristo

1. Quando parliamo della Regalità di Cristo, in quale modo la riferiamo a Lui? Come Dio o come uomo? In entrambi i casi. Come Dio, perchè come Creatore Egli è supremo Signore di tutto l'universo, ossia del cielo e della terra. La riferiamo anche come uomo, e ciò a più titoli: in primis poichè per l'unione ipostatica della divinità e della umanità nella persona del Verbo, Gesù è una sola Persona divina; quindi tutto ciò che appartiene alla divinità, appartiene all'umanità ugualmente assunta. Il potere e dominio assoluto su tutto l'universo che è proprio di Dio come creatore, è ugualemente proprio di Cristo che è vero Dio e vero uomo. Inoltre la riferiamo a Gesù per diritto di conquista o di redenzione. E' Lui che ha riscattato l'uomo col sacrificio della sua vita. Gesù Cristo venuto al mondo in un piano sconvolto, ha restaurato l'ordine assoggettandosi volontariamente all'umiliazione e al sacrificio della croce; quest'ordine, questa riamissione dell'uomo nella grazia di Dio, è opera e conquista sua. E infine la riferiamo a Lui perchè Egli è la ragione e il fine della creazione: tutte le cose furono create, come rammenta l'Apostolo, per mezzo suo e in vista di Lui.

2. Non si deve pensare la Regalità di Cristo somigliante a quella dei dominatori terreni. I re dominano sui sudditi, impongono tributi di denaro e talora debbono chiedere anche tributi di persona sino al sacrificio. Il regno di Gesù viene dal cielo: non si occupa dei beni terreni ma è prevalentemente un regno spirituale e soprannaturale; di tale ordine è pure la potestà di Gesù Cristo. Egli domina sulle anime, illuminando con la fede le intelligenze; sulle volontà, facendo amare e osservare la Legge divina; sui cuori, staccandoli dai beni contingenti. Unisce quindi tutti i popoli, le nazioni, i regni, in un solo grande regno con i vincoli della Carità fraterna, sotto l'obbedienza del Sommo Pastore, per formarne il Regno dei cieli. Come il cielo sovrasta alla terra, l'eternità al tempo, così il regno di Cristo sui regni del mondo: ma non li distrugge come temevano Erode e gli Ebrei crocifissori del Re Divino; anzi li tutela, facendone vedere la potestà venuta da Dio, frenando la cupidigia dei "grandi" e inclinandoli ad amare il popolo, a compiere i loro doveri. Il regno di Gesù è stabilito contro qualsiasi forma di male, errore, ingiustizia, odio, etc.

3. Il regno di Gesù è universale e si estende a tutta la terra, all'universo, a tutti gli uomini, a tutte le creature. Su tutti Gesù ha potestà sovrana, qualunque ne sia la patria, la razza, le condizioni. Scriveva ancora nell'Enciclica citata il Papa Pio XI: «Né v'è differenza fra gli individui e il consorzio domestico e civile, poiché gli uomini, uniti in società, non sono meno sotto la potestà di Cristo di quello che lo siano gli uomini singoli. È lui solo la fonte della salute privata e pubblica (...) è lui solo l'autore della prosperità e della vera felicità sia per i singoli sia per gli Stati. Se invece gli uomini privatamente e in pubblico avranno riconosciuto la sovrana potestà di Cristo, necessariamente segnalati benefici di giusta libertà, di tranquilla disciplina e di pacifica concordia pervaderanno l'intero consorzio umano. La regale dignità di nostro Signore come rende in qualche modo sacra l'autorità umana dei principi e dei capi di Stato, così nobilita i doveri dei cittadini e la loro obbedienza. (...) Se i principi e i magistrati legittimi saranno persuasi che si comanda non tanto per diritto proprio quanto per mandato del Re divino, si comprende facilmente che uso santo e sapiente essi faranno della loro autorità, e quale interesse del bene comune e della dignità dei sudditi prenderanno nel fare le leggi e nell'esigerne l'esecuzione».

4. La durata del regno di Cristo non sarà di sole centinaia o migliaia di secoli o anni, ma sarà eterna; su questa terra durerà quanto dura il mondo,eternamente in cielo. I regni della terra passano, crollano i troni, vengono meno i vasti imperi: il regno di Cristo non verrà mai meno. A nulla valgono i cannoni e le armi, a nulla le persecuzioni e le violenze; le potenze dell'inferno e del male non ditruggeranno mai il regno di Cristo. Anzi la destra dell'Altissimo rivolge i mezzi di lotta contro chi li usa e li fa cadere come pietre.

5. Il regno di Cristo è un regno di amore ed Egli regna con l'amore. Infatti fu la bontà infinita di Dio che lo spinse ad uscire da se stesso per effondere parte del suo bene ad altre creature capaci di conoscerlo, amarlo e partecipare poi alla sua beatitudine eterna. Ed è l'amore di compassione che suggerì per noi caduti il rimedeio della Redenzione. E' per amore che Gesù nacque bambino, visse nel nascondimento e povero, evangelizzò beneficando e morì vittima dei nostri peccati sulla croce. E' l'amore che gli aprì il costato per mostrare a noi al sede dell'amore, il Cuore che ha tanto amato gli uomini e dal quale scorre la Divina Misericoridia! Da quel Cuore è nata la Chiesa, regno di Dio in terra, con i Sacramenti, il Sacrificio, il Vangelo, le promesse e minacce d'amore. I Re della terra hanno carceri, esili, morte, per farsi obbedire; Gesù ha l'amore, la grazia, il dono del cielo.

6. Inoltre la regalità di Cristo è piena e perfetta; quindi le spettano tutti i poteri propri della sovranità:

a) Il potere legislativo: il diritto di fare le leggi.

b) Il potere giudiziario: la facoltà di esaminare alla fine della vita di ciascuno e del mondo.

c) Il potere esecutivo: il privilegio di esaminare che tutto proceda secondo i suoi giusti voleri.

7. Una regalità non rimane puramente astratta, nè si concretizza solamente negli uomini che da essa dipendono. Ha bisogno anche di territorio in cui vivano gli uomini, di ministri per l'esercizio della regalità. La Regalità di Cristo, come si è visto, si estende a tutto l'universo, a tutte le creature. Ma se Gesù è Re e gli uomini, in particolare, suoi sudditi, non avrà forma di regno sensibile e visibile? Sarà un regno puramente spirituale? No, poichè l'uomo non è solo spirito ma anche corpo. Ecco perchè Gesù ha voluto incarnare la sua regalità, in un regno spirituale ma sensibile, regno dei cieli sulla terra: è la Chiesa. Gesù Cristo ne è il vero Re e Capo; governa, regge questo regno mediante il suo Vicario visibile coadiuvato dai sacri Pastori, i Vescovi, i quali sono aiutati dai Ministri e Collaboratori inferiori: Sacerdoti e Diaconi in modo particolare. Come la sovranità di Gesù si estende su tutti gli uomini, così tutti gli uomini hanno il dovere di entrare nella Chiesa, di far parte di esa e così di appartenere visibilemnte al regno di Cristo sulla terra. Coloro che non conoscono la Chiesa, pur essendo retti e cercando quindi di fare nel miglior modo possibile la volontà di Dio, appartengono spiritualmente al regno di Cristo.

La liturgia

1. La Colletta racchiude un tesoro di verità altissime. «O Dio onnipotente ed eterno, che nel tuo diletto Figlio, Re universale, ai voluto restaurare tutte le cose, concedi propizio che la grande famiglia umana, disgregata dal peccato, si sottometta al dolcissimo imperio di Lui». In essa si professano tre grandi verità:

a) la potestà regale di Gesù Cristo su tutti gli esseri, in cielo e in terra;

b) la restaurazione in Cristo di tutte le cose pervertite dalla caduta dei nostri progenitori;

c) Il peccato originale, ferita causata a tutta l'umanità e ad ogni uomo in particolare. E' questa ferita che spiega la nostra debolezza.

Inoltre si riconoscono le divine perfezioni: onnipotenza ed eternità, l'infinita bontà, il valore della preghiera.

2. L'Epistola riafferma con la parola di S. Paolo il primato assoluto di Cristo su tutto il mondo.

3. Il Vangelo ci ricorda il dialogo di Pilato con Cristo che dichiara la sua regalità non originata da questa terra.

4. Il Prefazio fu composto appositamente per la solennità. E' un riassunto teologico della dignità regale di Cristo, e delle qualità e fine del suo regno, frutto della Redenzione.

Atto di consacrazione del genere umano a Cristo Re

O Gesù dolcissimo, o Redentore del genere umano, riguardate a noi umilmente prostesi dinanzi al vostro altare. Noi siamo vostri, e vostri vogliamo essere; e per poter vivere a Voi più strettamente congiunti, ecco che ognuno di noi oggi spontaneamente si consacra al Vostro Sacratissimo Cuore. Molti purtroppo non vi conobbero mai; molti, disprezzando i vostri comandamenti, Vi ripudiarono. O benignissimo Gesù, abbiate misericordia e degli uni e degli altri; e tutti quanti attirate al vostro Cuore santissimo. O Signore, siate il re non solo dei fedeli che non si allontanarono mai da Voi, ma anche di quei figli prodighi che vi abbandonarono; fate che questi quanto prima ritornino alla casa paterna per non morire di miseria e di fame. Siate il re di coloro che vivono nell'inganno dell'errore o per discordia da Voi separati: richiamateli al porto della verità e all'unità della fede affinché in breve si faccia un solo ovile sotto un solo pastore. Siate il re finalmente di tutti quelli che sono avvolti nelle superstizioni del gentilesimo, e non ricusate di trarli dalle tenebre al lume e al regno di Dio. Largite, o Signore, incolumità e libertà sicura alla vostra Chiesa, largite a tutti i popoli la tranquillità dell'ordine; fate che da un capo all'altro della terra risuoni quest'unica voce: Sia lode a quel cuore divino, da cui venne la nostra salute, a lui si canti gloria e onore nei secoli. Cosi sia.

La Messa "tridentina" di Chiavari fa notizia!

La grande affluenza di fedeli (compreso qualche sacerdote) alla S. Messa "tridentina" di Chiavari (Ge) trova meritata risonanza presso la stampa e i mezzi di informazione locali. Forse che la grazia divina vuole indicare nel Rito Romano extraordinario un mezzo per estirpare i mali che affliggono l'uomo contemporaneo? Il silenzio, il senso del "sacro", la preghiera intensa, l'adorazione, la solenne compostezza, ben traspariscono attraverso questa forma del Rito Romano. Propongo di seguito all'attenzione dei lettori l'articolo pubblicato sul settimanale "Il Nuovo Levante" .

Chiavari, è tornata la Messa in latino

Dal 7 ottobre, presso i padri Scolopi, riscoperto il rito tridentino, riabilitato da Papa Ratzinger. Cento fedeli per un caso eccezionale nel Tigullio.

C'erano oltre cento fedeli alla seconda Messa tridentina celebrata il 14 ottobre presso la Chiesa dei Padri Scolopi in via Rivarola. A partire dal 7 ottobre a Chiavari è stata infati richiesta da almeno una trentina di persone la Messa in latino, che per ora viene celebrata ogni domenica alle ore 17.
La seconda Messa domenicale secondo il rito antico ha registrato il "tutto esaurito", coinvolgendo molti fedeli e creando anche curiosità tra chi non era più abituato alla forma antica e si è recato in chiesa credendo di partecipare alla Messa "ordinaria". La S. Messa, partecipata grazie anche all'impegno di alcuni chiavaresi ed alla collaborazione della sezione genovese di Una Voce, è stata celebrata da Padre Corti nella chiesa degli Scolopi: «Una messa degna di onore - afferma il Padre - e che rivaluta ciò che c'era prima , valorizzando il rito della celebrazione. E' stato bello vedere come sia stata seguita con cura e attenzione, così come notare tanti fedeli apprezzare e seguire la S. Messa». Poche le Chiese nel Tigullio che celebrano ancora la Messa in latino, a Chiavari la Chiesa degli Scolopi è l'unica. Su internet si è persino creato un blog dove sono raccolte le testimonianze dei fedeli ( http://introiboadaltaredei.wordpress.com/ ) sulla Santa Messa a Chiavari e in generale sull'uso del latino nelle celebrazioni. Ecco come alcuni descrivono la Messa in latino (o meglio, "tridentina") sentita domenica scorsa: «Quasi tutti sono scossi da sottili brividi, da quanto quelle parole antichissime sono ancora vicine, forse addirittura più vicine, all’uomo di oggi, e tutti, anche i bambini, rispondono “con una sola voce” al celebrante. L’omelia è davvero notevole – speriamo che padre Corti ne abbia almeno un canovaccio da pubblicare perché offre altrettanti doni – ma, come sempre, è la sequenza di parole e lunghi, profondi e incoraggianti silenzi a fornire a ciascuno lo strumento più adatto ad accostarsi al mistero. Così scorre il tempo, mai inutile, e si susseguono le azioni, note eppure mai scontate, che conducono alla vera comunione (...) dove i commenti sono entusiastici e dove la Messa sembra naturalmente continuare nella disposizione di spirito che ha prodotto, ultimo tesoro visibile di una vera giornata di grazia». Aggiunge un altro fedele: «La messa tridentina richiede una partecipazione impegnata e forte: non nel "fare cose" ma nel farsi ascoltatori per lasciarsi guidare dallo Spirito. Ogni gesto, ogni parola, ogni atteggiamento ha un valore segnificativo ed oggettivo preciso e profondo, è un passo di un cammino esteriore che orienta interiormente la propria intera ricchezza, fino al rinnovo del sacrificio della croce: vero sacrificio che trascende qualunque aspetto simbolico di esclusiva cena o di semplice memoria». Conclude una signora: «L'uso della lingua latina rende uguali tutte le S. Messe in qualunque paese e per tutti i popoli. Tutti possono sentirsi uniti in una comune espressione di preghiera: l'uniformità dei riti rende centrale la posizione di Roma che rimane l'unica fonte da cui si attingono le norme per la liturgia».

Claudia Sanguineti

giovedì 18 ottobre 2007

S.E.R. Mons. Bagnasco, Cardinale il 24 novembre

S.E.R. Mons. Angelo Bagnasco, Arcivescovo Metropolita di Genova, verrà creato cardinale da Sua Santità Benedetto XVI nel prossimo concistoro che si terrà sabato 24 novembre.

Il Blog "Rivolti al Signore", in comunione di intenti con i lettori, formula i migliori auguri per la nomina.

mercoledì 17 ottobre 2007

Importante novità editoriale

Le Edizioni San Paolo hanno stampato, a cura di F. Cupello - E. Imperato, un sussidio per favorire la partecipazione alla Santa Messa secondo il Rito tridentino offrendo il testo dell’Ordinario in lingua latina affiancato dalla traduzione italiana. L'agile ed economico testo contiene inoltre in appendice le preghiere comuni e la Benedizione Eucaristica. Il Messale di san Pio V, come scrive nel Motu proprio Summorum Pontificum papa Benedetto XVI, non è stato «mai giuridicamente abrogato e, di conseguenza, in linea di principio, restò sempre permesso».

In memoriam Padre Raimondo Spiazzi, domenicano e monegliese

Nota biografica

Padre Raimondo (il suo nome di battesimo era Aurelio) Spiazzi è nato a Moneglia (Genova) l'8 gennaio 1918 da Bartolomeo ed Anna Costa ed è morto a Varazze (Savona) il 24 ottobre 2002. Il padre era di famiglia veronese emigrata in Liguria nella seconda metà dell'800; la madre apparteneva ad un'antica famiglia monegliese di naviganti. Compiuti gli studi ginnasiali e liceali nel seminario vescovile di Chiavari, entrò nel noviziato domenicano di Chieri (Torino) e, dopo l'emissione dei voti religiosi, completò la sua formazione nello Studio Generale Domenicano di Torino conseguendovi il lettorato in Sacra Teologia. Ordinato sacerdote il 25 marzo 1944, durante l'anno scolastico 1944-45 insegnò religione nel liceo Cavour di Torino, svolgendo un intenso apostolato tra i giovani.
Finita la guerra e riaperto l'accesso alla Capitale, nell'ottobre 1945 venne inviato alla Pontificia Università di S. Tommaso d'Aquino (Angelicum) per il biennio di perfezionamento, culminato nel 1947 con la laurea in Sacra Teologia dal titolo: "Il cristianesimo perfezione dell'uomo". Tornato a Torino, è stato docente di Teologia fondamentale, filosofia morale e sociologia nello Studio Domenicano, e di Teologia dogmatica presso il Centro Cattolico di Cultura sorto a Torino nel dopoguerra.
Richiamato a Roma nel 1949, ha svolto la sua opera prima nella Pontificia Università S. Tommaso presso la facoltà di Scienze Sociali da li fondata e diretta fino al 1957. Ha pure insegnato nella facoltà di filosofia e teologia dello stesso Ateneo. Dal 1954 al 1967 è stato preside dell'Istituto Superiore di Scienze Religiose, centro di Teologia per i laici. dal 1957 al 1959 è stato reggente del Pontificio Istituto Pastorale da lui fondato per incarico della Santa Sede presso la Pontificia Università Lateranense, dove vi ha insegnato Teologia pastorale fino al 1971.
Ha svolto opera di insegnamento e direzione nelle scuole di servizio sociale e nell'ufficio studi pastorali deell'O.N.A.R.M.O.
Nel 1954 è stato visitatore apostolico dei semnari di Milano e della Lombardia. Dal 1960 al 1964 per richiesta dei Superiori ha accettato l'elezione a Provinciale dei Domenicani del Piemonte e della Liguria; in tale veste ha partecipato ai Capitoli generali di Bologna (1961) e di Tolosa (1962), dove ha presieduto la Commissione di studi per il sacro ministero.
Sotto il suo impulsoè stato costruito a Torino il grandioso tempio del Rosario e restaurati il convento quattrocentesco di Taggia e quello trecentesco di Chieri.
E' stato consultore della Pontificia Commissione preparatoria per l'Apostolato dei laici, della Sacra Congregazine per l'Educazione Cattolica, membro di varie commissioni di studio presso le Sacre Congregazioni, e perito del Concilio Vaticano II.
Negli anni 1973.75 ha fatto parte della Commissione centrale per l'Anno Santo, curando la parte teologico-pastorale della celebrazione.
E' stato membro di importanti Accademie, esaminatore apostolico per il clero, e consultore per il sinodo diocesano di Roma. Lasciata Roma nel 2000, trascorse gli ultimi due anni di vita nel Convento dei Domenicani a Varazze.
Vero discepolo di San Domenicano e di San Tommaso, Padre Raimondo, era dotato di una straordinaria capacità di lavoro e di una inconsueta velocità di esecuzione. Lo testimonia la sua ampia bibliografia che consta di 2.500 titoli (dei quali 150 sono libri)! In particolare egli ha diretto l'Edizione Marietti dell'Opera Omnia di San Tommaso d'Aquino, l'Enciclopedia Moderna del Cristinesimo, l'Enciclopedia Mariana "Theotòcos" e varie collane di studi. Ha partecipato a congressi di studio e tenuto corsi di lezione e conferenze in diversi Paesi d'Europa, negli Stati Uniti, nell'America del Sud, nelle Filippine, in Giappone e in Africa. Ha collaborato alle trasmissioni della Radio Vaticana, della Rai e altre reti televisive private. Fin da giovane sacerdote ha abbondantemente esercitato il ministero della predicazione.
Attaccatissimo a Moneglia, alla sua storia e alle sue tradizioni, è stato insignito della "Fronda d'oro" con la seguente motivazione: "Docente e studioso di fama internazionale, teologo tra i più attuali per modernità di pensiero, è una delle personalità più significative ed attive nelle correnti culturali contemporanee nelle quali opera con alto apporto di magistero e di esperienze spirituali e umane". Non tenne per sè l'onorificenza ma la donò alla Madonna delle Grazie, patrona di Moneglia.

"Il Card. Giuseppe Siri e Padre Raimondo Spiazzi", testimonianza di S.E. Mons. Giacomo Barabino

Due persone di grande cultura, due teologi di spicco, due uomini innamorati della Madre Chiesa, che hanno amato, obbedendo e servendo fedelmente con fede e fedeltà, in ogni momento della loro vita.
Due amici singolari perchè ricchi di umanità, convivendo ideali facendone oggetto di conversazione, discussione serena, mettendo in comune la conoscenza e la gioia del sapere, che diventava godimento intellettuale e confermava e alimentava reciproca stima e amicizia.
Gli incontri erano occasionali, ma sempre goduti. Si incontravano a Roma o a Genova: erano due liguri e quando si dicevano le cose giuste per sottolinearle usavano il dialetto ligure.
Erano due domenicani: P. Spiazzi apparteneva all'Ordine Domenicano e il Card. Siri al Terz'Ordine, tutti e due avevano un comune punto di riferimento: S. Tommaso d'Aquino.
Erano due uomini che semplicemente e profondamente parlavano di filosofia, teologia, di morale, di mistica, di ascetica e in particolare si confrontavano sui problemi della Chiesa, con la massima sincerità e confidenza, con gioia e in certi momenti della storia, con timore e sofferenza.
Avevano in comune conoscenza di tante persone e personalità ecclesiastiche, religiose e anche in campo civile. Ne parlavano esprimendo pareri con verità e carità e a volte concertavano azioni per rendersi utili nei vari ambiti in cui operavano per dovere, per conoscenza o amicizia, ma sempre con retta intenzione e per il bene comune.
Avevano in comune anche uno "stile" di vita, che chiamerei "da signore" cioè sempre a livello giusto, senza compromessi e sempre secondo verità: erano due "signori", anche se tutti e due di origini modeste, ma per educazione e formazione, sempre con la netta coscienza della propria responsabilità e doveri di carità.
Erano seri quando le cose lo richiedevano, ma sapevano essere anche ilari affrontando certi argomenti meno impegnativi e importanti e a volte amabilmente scherzosi: erano conversazioni distensive e riposanti. Non li ho mai sentiti esprimere giudizi su persone.
Spesso però gli argomenti erano seri, soprattutto quando parlavano di certe situazioni di pericolo o di ansietà per la Chiesa, anche in campo dottrinale e disciplinare, ma con oggettività e salve sempre le persone, per il bene della Chiesa Madre e Maestra.
Non ritengo e non sono in grado di scendere a cose più precise e concrete perchè ho sempre rispettato doverosamente la loro riservatezza.
Quando la salute del Card. Siri cominciò a declinare P. Spiazzi con affetto e venerazione si mantenne sempre in contatto con il Segretario Mons. Mario Grone per essere informato. Quando il Cardinale morì, 2 maggio 1989, P. Spiazzi in breve tempo scrisse il volume "Il Card. Giuseppe Siri, Arcivescovo di Genova: La Vita, L'insegnamento, L'eredità Spirituale, Le Memorie". Uno scritto a caldo, un gesto affettuoso alla memoria dell'amico per facilitarne il ricordo.
La pubblicazione conferma il legame profondo di ammirazione e di amicizia sincera e lunga e il desiderio di prolungarne la memoria.
Per me sono stati due maestri con il loro parlare, ma soprattutto maestri di vita. Autentici uomini di fede profonda, vissuta e insegnata, servitori infaticabili di Dio e della Chiesa: i due poli della loro esistenza e apostolato.
Ne ringrazio il Signore e credo e spero che continuino il loro prezioso servizio.

Sanremo, 29 luglio 2003


+ Giacomo Barabino

giovedì 11 ottobre 2007

La devozione a San Giuseppe

«Il demonio ha sempre temuto la vera devozione a Maria poiché è "segno di predestinazione", secondo le parole di sant'Alfonso. Allo stesso modo teme la vera devozione a San Giuseppe [...] perché è la strada più sicura per andare a Maria. Così il demonio [... fa] credere ai devoti ottusi di spi­rito o disattenti che pregare San Giuseppe va a scapito della devozione per Maria. Non dimentichiamo che il demonio è bugiardo. Le due devozioni sono, invece, inseparabili».

Santa Teresa d'Avila nella sua «Autobiografia» scrisse: «Non so come si possa pensare alla Regina degli Angeli e al molto da lei sofferto col Bambino Gesù, senza ringraziare San Giuseppe che fu loro di tanto aiuto». E ancora:

«Non mi ricordo finora di averlo mai pregato di una gra­zia senza averla subito ottenuta. Ed è cosa che fa meraviglia ricordare i grandi favori che il Signore mi ha fatto e i perico­li di anima e di corpo da cui mi ha liberata per l'intercessio­ne di questo Santo benedetto.
Ad altri sembra che Dio abbia concesso di soccorrerci in questa o in quell'altra necessità, mentre ho sperimentato che il glorioso San Giuseppe estende il suo patrocinio su tutte. Con ciò il Signore vuol darci a intendere che, a quel modo che era a lui soggetto in terra, dove egli come padre putativo gli poteva comandare, altrettanto gli è ora in cielo nel fare
tutto ciò che gli chiede. [...]
Per la grande esperienza che ho dei favori di San Giuseppe, vorrei che tutti si persuadessero ad essergli devo­ti. Non ho conosciuta persona che gli sia veramente devota e gli renda qualche particolare servizio senza far progressi in virtù. Egli aiuta moltissimo chi si raccomanda a lui. E già da vari anni che nel giorno della sua festa io gli chiedo qualche grazia e sempre mi sono vista esaudita. Se la mia domanda non è tanto retta, egli la raddrizza per il mio maggior bene. [...]
Chi non mi crede ne faccia la prova, e vedrà per espe­rienza come sia vantaggioso raccomandarsi a questo glorio­so Patriarca ed essergli devoto».

I motivi che ci devono spingere ad essere devoti di San Giuseppe sono sintetizzabili nei seguenti:

1) Sua dignità di Padre putativo di Gesù, di vero Sposo di Maria SS. e di Patrono universale della Chiesa;

2) Sua grandezza e santità superiore a quella di ogni altro Santo;

3) Sua potenza d'intercessione sul cuore di Gesù e di Maria;

4) L'esempio di Gesù, di Maria e dei Santi;

5) Il desiderio della Chiesa che istituì in suo onore due feste: il 19 Marzo e il primo Maggio (quale Protettore e Modello degli operai) e indulgenziò tante pratiche in suo onore;

6) Il nostro vantaggio. Santa Teresa dichiara: «Non ricor­do di avergli chiesta alcuna grazia senza averla ricevuta... Conoscendo per lunga esperienza il meraviglioso potere che ha presso Dio vorrei persuadere tutti a onorarlo con culto particolare»;

7) Attualità del suo culto. «Nell'epoca del rumore e dello strepito, è il modello del silenzio; nell'epoca dell'agitazione senza freno, è l'uomo della preghiera immobile; nell'epoca della vita in superficie, è l'uomo della vita in profondità; nell'epoca della libertà e delle rivolte, è l'uomo dell'obbe­dienza; nell'epoca della disorganizzazione delle famiglie è il modello della dedizione paterna, della delicatezza e della fedeltà coniugali; nell'epoca in cui sembrano contare solo i valori temporali, è l'uomo dei valori eterni, i veri"».

Ma non possiamo andare oltre senza aver prima ricordato quanto dichiara, decreta in perpetuo (!) e raccomanda il grande Leone XIII, devotissimo di San Giuseppe, nella sua enciclica "Quamquam pluries":

«Tutti i cristiani, di qualunque condizione e stato, hanno ben motivo di affidarsi e abbandonarsi all'amorosa tutela di San Giuseppe. In lui i padri di famiglia hanno il più alto modello di vigilanza e provvidenza paterna; i coniugi un perfetto esemplare di amore, di concordia e di fedeltà coniu­gale; i vergini il tipo e, nello stesso tempo il difensore del­l'integrità verginale. I nobili, ponendosi innanzi agli occhi l'immagine di San Giuseppe, imparino a conservare la loro dignità anche nell'avversa fortuna; i ricchi comprendano quali sono i beni che occorre desiderare con ardente brama e radunare con impegno.
I proletari, gli operai e coloro che hanno poca fortuna, ricorrano a San Giuseppe per un titolo o diritto loro tutto particolare e imparino da lui quello che debbono imitare. Infatti Giuseppe, sebbene di stirpe regale, unito in matrimonio con la più santa ed eccelsa tra le donne, padre putativo del Figlio di Dio, passò la vita sua nel lavoro e procurò il necessario per il sostentamento dei suoi con l'opera e l'arte delle sue mani. Se dunque ben si osserva, la condizione di coloro che sono in basso, non è per nulla abietta; e il lavoro dell'operaio, lungi dall'essere disonorante, può invece esse­re molto nobilitato [e nobilitante], se viene unito alla pratica delle virtù. Giuseppe, contento del poco e del suo, sopportò con animo forte ed elevato le privazioni e le strettezze inse­parabili dal suo modestissimo vivere; ad esempio del Figlio suo, il quale, essendo Signore di tutte le cose, assunte le sembianze del servo, abbracciò volenterosamente la massi­ma povertà e la mancanza di ogni cosa. [...] Decretiamo che in tutto il mese di Ottobre, alla recita del Rosario, da Noi già altre volte prescritta, si aggiunga l'orazione a San Giuseppe, di cui riceverete la formula assieme a questa enciclica; e che ciò si faccia ogni anno, in perpetuo.
A quelli che devotamente reciteranno la suddetta orazio­ne, concediamo l'indulgenza di sette anni e di sette quaran­tene ogni volta.
E’ molto vantaggioso e altamente raccomandabile consa­crare, come già si fa in vari luoghi, il mese di Marzo a onore di San Giuseppe, santificandolo con quotidiani esercizi di pietà. [...]
Raccomandiamo inoltre a tutti i fedeli [...] il 19 Marzo [...] di santificarlo almeno in privato, ad onore del santo Patriarca, come fosse giorno festivo».

E il Papa Benedetto XV incalza: «Poiché questa Santa Sede ha approvato diverse maniere con cui onorare il Santo Patriarca, si celebrino con mag­giore solennità possibile il Mercoledì ed il mese che gli è dedicato».

Quindi la Santa Madre Chiesa, per mezzo dei suoi pastori ci raccomanda due cose in particolare: la devozione al Santo e il prenderlo a nostro modello.
«Imitiamo la purezza, l'uma­nità, lo spirito di preghiera e di raccoglimento di Giuseppe a Nazareth, dove egli visse con Dio, come Mosè nella nube (Ep.).
Imitiamolo anche nella devo­zione a Maria: «Nessuno, dopo Gesù, conobbe più di lui la gran­dezza di Maria, l'amò più tenera­mente e desiderò di farla tutta sua e di darsi tutto a Lei. Egli infatti si consacrò a Lei nel modo più perfetto, col vincolo del matrimonio. Le consacrò i suoi beni mettendoli a sua dispo­sizione, il suo corpo mettendolo a suo servizio. Non amò nulla e nessuno, dopo Gesù, più di Lei e fuori di Lei. La fece sua Sposa per amarla, la costituì sua Regina per aver l'onore di servirla, riconobbe in Lei la sua Maestra per seguire, docile come un bambino, i suoi inse­gnamenti; la prese come suo Modello per ricopiare in sè tutte le sue virtù. Nessuno più di Lui conobbe e riconobbe di dovere tutto a Maria».

Ma, si sa, momento culminante della nostra vita è quello della morte: da esso dipende infatti tutta la nostra eternità, o di Paradiso con gl'inesprimibili suoi godimenti o d'inferno con gl'indicibili suoi dolori.
Importante è quindi avere allora l'assistenza e il patroci­nio di un Santo che in quei momenti ci aiuti e ci difenda dai terribili ultimi attacchi di Satana. La Chiesa, divinamente ispirata, con premura e solerzia di Madre, ha pensato bene di costituire come Santo Protettore dei suoi figli nell'ora dell'agonia San Giuseppe, il Santo ch'ebbe il meritato pre­mio di essere assistito, nel momento del suo trapasso, da Gesù e da Maria. Con questa scelta la Santa Madre Chiesa vuole assicurarci la speranza di avere al nostro capezzale San Giuseppe, che ci soccorra in compagnia di Gesù e di Maria, lui che ne ha sperimentato l'infinita potenza ed effi­cacia. Non per nulla gli ha dato quindi il titolo di «Speranza degl'infermi» e di «Patrono dei moribondi».
«San Giuseppe [...], dopo avere avuto l'insigne privilegio di morire tra le braccia di Gesù e di Maria, a sua volta, assi­ste sul loro letto di morte, in modo efficace e dolce, quanti lo invocano per ottenere una santa morte».
«Quale pace, quale dolcezza sapere che c'è un patrono, un amico della buona morte... che non chiede altro che d'esservi vicino! È pieno di cuore ed è onnipotente, sia in questa vita che nell'altra! Non comprendete l'immensa grazia di assicurarvi la sua speciale, dolce e potente protezione per il momento del trapasso?».
«Vogliamo assicurarci una morte tranquilla ed in grazia di Dio? Onoriamo San Giuseppe! Egli, quando saremo sul letto di morte, verrà ad assisterci e ci farà superare le insidie del demonio, il quale farà di tutto per avere la vittoria finale».
«È del massimo interesse per tutti vivere questa devozio­ne verso il "Patrono della buona morte!"».
Santa Teresa d'Avila non si stancava mai di raccoman­dare di essere molto devoti di San Giuseppe e a dimostrazio­ne dell'efficacia del suo patrocinio, narrava: «Ho osservato che al momento di rendere l'ultimo respiro, le mie figlie godevano pace e tranquillità; la loro morte era simile al dolce riposo dell'orazione. Nulla indicava che il loro interno fosse agitato da tentazioni. Quei lumi divini liberarono il mio cuore dal timore della morte. Morire, mi pare adesso la cosa più facile per un'anima fedele».
«Ancora di più: possiamo ottenere che San Giuseppe vada ad aiutare anche i parenti lontani o dei poveri empi, degli increduli, dei peccatori scandalosi... Doman­diamogli di andare a suggerire ciò che li attende. Porterà loro i soccorsi efficaci per comparire perdonati davanti al Sommo Giudice, di cui non ci si prende gioco! Se si sapesse questo!...»
«Raccomandate a San Giuseppe quelli a cui volete assicu­rare ciò che sant'Agostino definisce la grazia delle grazie, una buona morte, e state pur certi che andrà in loro soccorso.
Quante persone faranno una buona morte perché sarà stato invocato per loro San Giuseppe, il grande Patrono della buona morte!...»
San Pio X, conscio dell'importanza del momento del tra­passo, ordinò di porre bene in vista un invito che sollecitasse i celebranti a raccomandare nella santa Messa tutti i mori­bondi del giorno. Non solo, ma favorì con ogni mezzo tutte quelle istituzioni che si prefiggessero come cura particolare l'assistenza ai moribondi, arrivò persino a dare l'esempio iscrivendosi egli stesso alla confraternita dei «Sacerdoti del transito di San Giuseppe», che aveva la sua sede sul Monte Mario: suo desiderio era che si formasse una ininterrotta catena di Messe che in ogni momento del giorno e della notte venissero celebrate a pro dei moribondi.
Si deve certo alla bontà di Dio, l'avere ispirato al Beato Luigi Guanella la santa iniziativa di costituire la Pia Unione del «Transito di San Giuseppe». San Pio X l'ap­provò, la benedisse e le diede grande incremento. La Pia Unione si propone di onorare San Giuseppe e di pregarlo in particolare per tutti i moribondi, ponendoli sotto la protezio­ne di San Giuseppe, nella certezza che il Santo Patriarca sal­verà le loro anime.
A questa Pia Unione possiamo iscrivere non solo i nostri cari, ma anche altre persone, atei, conviventi, scandalosi, pubblici peccatori..., pure a loro insaputa.
Benedetto XV, da parte sua, insiste: «Siccome Egli è singolare Protettore dei moribondi, si suscitino principalmente quelle pie Associazioni, che furono fondate allo scopo di pregare per i moribondi».
Coloro che hanno a cuore la salvezza delle anime, offra­no a Dio sacrifici e preghiere, per mezzo di San Giuseppe, affinché la Divina Misericordia abbia pietà dei peccatori ostinati che sono in agonia.
A tutti i devoti si raccomanda di recitare mattina e sera la seguente giaculatoria:

O San Giuseppe, Padre putativo di Gesù e vero Sposo di Maria Vergine, prega per noi e per tutti i moribondi di que­sto giorno (o di questa notte).

Le pratiche devozioriali, con le quali onorare San Giuseppe, e le preghiere per ottenere la sua potentissima assistenza sono tantissime; ne suggeriamo alcune:

1) Devozione al NOME di San Giuseppe;

2) NOVENA;

3) MESE (ebbe origine a Modena; fu scelto Marzo perchè vi ricorre la festa del Santo, benchè si possa scegliere altro mese o iniziarlo il 17 Febbraio con le indulgenze del mese di Maggio);

4) FESTE: 19 Marzo e 1 ° Maggio;

5) MERCOLEDI': a) Primo Mercoledì, facendo qualche pio esercizio; b) Ogni Mercoledì qualche preghiera in onore del Santo;

6) LE SETTE DOMENICHE precedenti la festa;

7) LITANIE (sono recenti; approvate per tutta la Chiesa nel 1909).

San Giuseppe era povero. Chi volesse onorarlo in questo suo stato, potrebbe farlo beneficando i poveri. Taluni lo fanno offrendo il pranzo a un certo numero di bisognosi o a qualche famiglia indigente, il Mercoledì o in un giorno festi­vo dedicato al Santo; altri invitando un poverello in casa propria, dove lo fanno pranzare trattandolo con ogni riguar­do, come se fosse un membro della famiglia.
Altra pratica è quella di offrire il pranzo in onore della Sacra Famiglia: si scelgono un uomo povero che rappresenti San Giuseppe, una donna bisognosa che rappresenti la Madonna e un ragazzino povero che rappresenti Gesù. A tavola i tre poverelli sono serviti dai familiari e trattati con il massimo rispetto, come se fossero veramente la Vergine, San Giuseppe e Gesù in persona.
In Sicilia questa pratica va sotto il nome di «Verginelli», quando i poveri scelti sono dei bambini, che, per la loro innocenza, in onore della Verginità di San Giuseppe, vengo­no detti appunto verginelli, cioè piccoli vergini.
In certi paesi della Sicilia i verginelli e i tre personaggi della Sacra Famiglia vengono fatti vestire alla maniera ebrea, cioè con vesti tipiche della rappresentazione icono­grafica della Sacra Famiglia e degli Ebrei del tempo di Gesù.
Per impreziosire l'atto di carità con un atto di umiltà (subendo tanti possibili rifiuti, mortificazioni e umiliazioni) taluni usano chiedere in elemosina tutto quanto occorre per il pranzo dei poveri invitati; è comunque auspicabile che le spese siano frutto di sacrifici.
Ai poveri scelti (verginelli o Sacra Famiglia) solitamente viene richiesto di assistere alla Santa Messa e di pregare secondo le intenzioni dell'offerente; è altresì prassi comune che tutta la famiglia dell'offerente si unisca agli atti di pietà richiesti ai poveri (con Confessione, Santa Messa, Comunione, preghiere varie...).
Per San Giuseppe la Chiesa ha formulato orazioni parti­colari, arricchendole d'indulgenze. Eccone le principali da recitarsi spesso e possibilmente in famiglia:

1. Le «Litanie di San Giuseppe»: sono un intreccio di lodi e di suppliche. Si recitino in modo particolare al 19 di ogni mese.

2. «A te, o Beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione ricorriamo...». Questa preghiera si recita specialmente nel mese di Marzo e in Ottobre, a chiusura del Santo Rosario. La Chiesa esorta a recitarla pubblicamente davanti al Santissimo Sacramento esposto.

3. «I sette dolori e le sette allegrezze» di San Giuseppe. Questa recita è assai utile, perché richiama alla mente i momenti più importanti della vita del nostro Santo.

4. L' «Atto di Consacrazione». Questa preghiera può recitarsi quando si consacra la famiglia a San Giuseppe ed a chiusura del mese a Lui consacrato.

5. La «Preghiera per la buona morte». Poiché San Giuseppe è il Patrono degli agonizzanti, recitiamo spesso quest' orazione, per noi e per i nostri cari.

6. Si raccomanda anche la seguente preghiera:

«San Giuseppe, nome soave, nome amoroso, nome potente, delizia degli Angeli, terrore dell'inferno, onore dei giusti! Purificatemi, fortificatemi, santificatemi! San Giuseppe, nome dolcissimo, siate il mio grido di guerra, il mio grido di speranza, il mio grido di vittoria! A voi mi affi­do in vita ed in morte. San Giuseppe, pregate per me!»

«Esponete in casa la sua immagine. Consacrategli la famiglia e ciascuno dei figli. Pregate e cantate in suo onore. San Giuseppe non tarderà a far piovere le sue grazie su tutti i vostri cari. Provate - come dice Santa Teresa d'Avila - e vedrete!»

«In questi «tempi ultimi» in cui i demoni sono scatenati [...] la devozione a San Giuseppe prendiamola seriamente. Lui che salvò la Chiesa nascente dalle mani del crudele Erode, saprà oggi strapparla dagli artigli dei demoni e da tutti i loro artifizi».

Preghiera a S. Giuseppe da recitare, in modo speciale nel Mese di Marzo e di Ottobre, a conclusione del S. Rosario:

Ad te, beate Ioseph, in tribulatione nostra confugimus, atque, implorato Sponsae tuae sanctissimae auxilio, patrocinium quoque tuum fidenter exposcimus. Per eam, quaesumus, quae te cum immaculata Virgine Dei Genitrice coniunxit, caritatem, perque paternum, quo Puerum Iesum amplexus es, amorem, supplices deprecamur, ut ad hereditatem, quam Iesus Christus acquisivit Sanguine suo, benignus respicias, ac necessitatibus nostris tua virtute et ope succurras.
Tuere, o Custos providentissime divinae Familiae, Iesu Christi sobolem electam; prohibe a nobis, amantissime Pater, omnem errorum ac corruptelarum luem; propitius nobis, sospitator noster fortissime, in hoc cum potestate tenebrarum certamine e caelo adesto; et sicut olim Puerum Iesum e summo eripuisti vitae discrimine, ita nunc Ecclesiam sanctam Dei ab hostilibus insidiis atque ab omni adversitate defende: nosque singulos perpetuo tege patrocinio, ut ad tui exemplar et ope tua suffulti, sancte vivere, pie emori, sempiternamque in caelis beatitudinem assequi possimus. Amen.

[A te, o Beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione, ricorriamo, e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio dopo quello della tua Santissima Sposa. Per quel sacro vincolo di carità, che ti strinse all'Immacolata Vergine Madre di Dio, e per l'amore paterno che portasti al fanciullo Gesù, riguarda, te ne preghiamo, con occhio benigno la cara eredità che Gesù Cristo acquistò col suo sangue, e con il tuo potere ed aiuto sovvieni ai nostri bisogni. Proteggi, o provvido custode della divina Famiglia, l'eletta prole di Gesù Cristo; allontana da noi, o padre amantissimo, la peste di errori e di vizi che ammorba il mondo, assistici propizio dal cielo in questa lotta col potere delle tenebre, o nostro fortissimo protettore, e come un tempo salvasti dalla morte la minacciata vita del bambino Gesù, così ora difendi la Santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità, e stendi su ciascuno di noi il tuo patrocinio, affinché col tuo esempio e con il tuo soccorso possiamo virtuosamente vivere, piamente morire e conseguire l'eterna beatitudine in cielo. Così sia.]

Il valore del Rito Romano antico


(Omelia pronunciata nella Chiesa di San Simòn Piccolo presso Venezia nel corso della Santa Messa di Domenica 22-X-2006)


Per valutare i meriti di un rito di Messa bisogna prima considerare la natura della Messa. Ora, la Santa Messa è nient’altro che il Santo Sacrificio del Calvario: il sacerdote è lo stesso, ossia Gesù Cristo nella persona del celebrante; la vittima è la stessa, ossia Gesù Cristo sotto l’apparenza del pane e del vino. Lo stesso sacerdote, la stessa vittima: lo stesso sacrificio. Ogni rito di Messa della Chiesa Cattolica rende presente questo sacrificio; ci sono molti riti, tra i quali il rito bizantino, il rito ambrosiano, il rito siro-malabarese, il rito nuovo di Paolo VI, ma per valutare un rito particolare bisogna chiedersi quanto esso è adeguato al Sacrificio del Calvario.

Sacrificio, umiltà e riverenza

Quanto al rito romano antico dobbiamo subito constatare che esso è molto adeguato al sacrificio del Calvario e questo in tre modi generali, cioè il rito antico manifesta chiaramente la natura sacrificale della Messa, e la debita umiltà e riverenza di coloro che partecipano a questo Sacrificio. Il rito antico manifesta la natura sacrificale della Messa innanzitutto nel suo uso di un altare sacrificale (piuttosto di una tavola) che contiene le reliquie dei martiri, un altare sacrificale in posizione sopraelevata (come suggerisce l’etimologia del termine altare, ovvero alta res) che rappresenta il monte Calvario; manifesta la natura sacrificale della Messa nel suo uso costante dei termini “sacrificio” e “oblazione”, e nei moltissimi segni di croce. Il rito antico manifesta l’umiltà in parecchi modi, tra cui i due Confiteor, con il loro ricorso agli angeli e ai santi, la preghiera Domine non sum dignus per tre volte prima della Santa Comunione, il battersi il petto tre volte nel Confiteor e nel Domine non sum dignus e la Comunione in ginocchio e sulla lingua – perché la Santa Comunione non è un oggetto qualsiasi di cui ci si appropria, ma Iddio Stesso che si riceve, in tutta indegnità, umiliazione e raccoglimento. Il rito antico manifesta anche la riverenza in tutti questi modi e, inoltre, nei moltissimi inchini e genuflessioni del celebrante; nella sua attenzione a non lasciar cadere alcun frammento, neppure il più piccolo del Santissimo Sacramento, a tenere chiuse le dita e a purificare scrupolosamente la patena, il corporale, le dita, e similmente anche il calice. Questi tre aspetti del rito antico: la sua chiara manifestazione del sacrificio, dell’umiltà, della riverenza vengono espressi in modo esemplare nella preghiera Placeat Tibi, recitata dal celebrante verso la fine della Santa Messa con un profondo inchino: «Sia a Voi gradito, o Santa Trinità, l’ossequio della mia servitù, e concedete che il Sacrificio da me indegno offerto agli occhi della Vostra maestà, sia accetto a Voi e fecondo di bene per Vostra bontà a me e a tutti coloro ai quali l’ho offerto, per Cristo Signore nostro. Così sia».

La posizione del celebrante, il latino, il silenzio

Consideriamo adesso tre modi particolari in cui il rito antico è adeguato al Santo Sacrificio del Calvario, cioè la posizione del celebrante, l’uso del latino, e il silenzio. Questi tre elementi sono stati oggetto di critica da parte di coloro che non amano questo rito.Il primo elemento viene criticato con frasi come: «Il prete dà le spalle ai fedeli». La risposta semplice a questo è: «Il prete dà la faccia a Dio». Abbiamo visto che la santa Messa è il Sacrificio del Calvario. Questo sacrificio, nelle parole di San Giovanni della Croce, è il Sacrificio di Dio, da Dio, a Dio: è il Sacrificio che nostro Signore Gesù Cristo fa di se stesso a Dio Padre. Durante la Santa Messa il celebrante (nella persona di Cristo) offre questo Sacrificio a Dio realmente presente nel tabernacolo e rappresentato in croce. Non offre il sacrificio al popolo, ma con il popolo e per il popolo, come significa anche la parola "liturgia", che significa “l’opera (ergon) per il popolo (laos)” e questo spiega la posizione del celebrante che sta a capo del popolo rivolto come loro e con loro verso Iddio. Criticare questa posizione del celebrante è come criticare un avvocato che non sta di fronte ai suoi clienti nel tribunale. Sarebbe una critica assurda, perché l’avvocato deve presentare il suo caso al giudice per i suoi clienti, e dunque deve essere rivolto al giudice come i suoi clienti e con i suoi clienti che si trovano quindi dietro di lui. Il secondo elemento, l’uso del latino, viene criticato con frasi come: «Nessuno capisce il latino». La risposta a questo è che, in realtà, alcuni lo capiscono, e molti capiscono almeno qualche elemento, come le preghiere, Gloria in excelsis Deo, Agnus Dei; e tuttavia ci sono libretti con traduzioni per aiutarci a capire, e ci sono stati sempre. E’ pur vero che il latino esige un certo sforzo per i fedeli, ma ci sono buoni motivi per fare questo sforzo. Un primo motivo sarebbe che il latino è una lingua sacra, maggiormente adeguata al Santo sacrificio della Messa che è un’opera di Dio che trascende assolutamente tutte le cose di questo mondo; un secondo motivo è che il latino è una lingua immutabile, e perciò conviene al Santo Sacrificio che è anch’esso immutabile e reso presente nella sua forma identica con ogni celebrazione della Messa; un terzo motivo è che il latino è una lingua tradizionale che ci unisce con la Santa Messa come fu celebrata nel corso dei secoli; un quarto motivo è che il latino è una lingua universale per tutti coloro che pregano secondo il rito romano, proprio come il sacrificio del calvario è un sacrificio universale: per tutti gli uomini – almeno per tutti gli uomini che vogliono accettarlo. Fino a poco tempo fa un fedele poteva andare a Messa in qualsiasi paese del mondo: Polonia, Cina, Olanda, Germania ecc. e mediante questo rito essere unito agli altri cattolici presenti, ed essere accolto nel seno consolante della madre Chiesa. Infatti in quanto il latino è tradizionale e universale può unire tutti i cattolici di rito romano di tutte le nazioni e di tutte le epoche. Il latino è una lingua sacra, immutabile, tradizionale e universale, e per questo è più adeguato al Sacrificio della Messa, così come lo è alla Chiesa e al Cattolicesimo stesso.Si può aggiungere che rigettare il latino dalla Messa significa rigettare anche la più bella musica del mondo, la quale fu scritta per la Chiesa: il canto gregoriano e le opere di musica dei più grandi compositori classici, la qual musica è stata bandita dalla Chiesa e profanata, confinandola nelle sale da concerto e negli studi di registrazione. Ci si può chiedere se la critica della posizione del celebrante e del latino non contenga qualcosa di egocentrico: «Io voglio che il celebrante si indirizzi a me e voglio capire subito». Perché nella Santa Messa non si abbassa qualcosa a livello dell’uomo, ma ci si innalza a livello di Dio; non si rimane rinchiusi nella propria umanità, ma si esce da se stessi verso la Divinità; non ci si appropria, ma si dà di se stessi; non si domina, ma ci si umilia davanti alla Maestà infinita di Dio. E non si tratta tanto di conoscere, quanto di amare. Difatti la santa Messa, il Sacrificio del Calvario sono una cosa che non riusciremo mai a comprendere completamente. Se il latino è un modo eccellente per esprimere ciò che possiamo capire, il resto è silenzio. Ora, le persone che non apprezzano il silenzio, che dicono: «Non si dice niente, non si fa niente, non si partecipa», trascurano che il silenzio rende possibile ciò che è più grande delle parole o dei gesti, che permette una partecipazione più profonda nei santi misteri della Messa: ossia la contemplazione e l’adorazione di Dio, l’umiliazione di se stessi e l’offerta di se stessi a Dio. «Fa silenzio e sappi che sono Iddio».

Opera perfetta e mistero

Ci sono due ultimi aspetti del Santo Sacrificio della Messa che vengono ben espressi nel rito antico romano e questi sono la sua perfezione e il suo mistero. Il Santo Sacrificio della Messa è un’opera perfetta perché opera di Dio, Opus Dei nelle parole di San Bernardo, anzi la sua opera più grande: esige dunque una collaborazione corrispondente da parte degli uomini, infatti la Messa solenne secondo questo rito è stata definita il più grande compimento della civiltà occidentale. Tutti gli elementi devono contribuire a quest’opera sublime, divina e umana allo stesso tempo: i gesti, i movimenti, l’architettura della Chiesa, i paramenti, le candele, l’incenso, il canto, la musica, i fiori. Tutto deve essere perfetto (humano modo), bello e degno di Dio. In ultima analisi tutti questi elementi esprimono un mistero che, come abbiamo detto, non potremo mai comprendere: il mistero che Iddio viene chiamato sull’altare da un uomo, che il pane e il vino diventano Dio e rendono presente il Sacrificio del Calvario, che questo Sacrificio unico si ripete nel corso dei secoli, che Iddio sacrifica Dio a Iddio, che Iddio viene consumato dalle Sue creature, che così vengono unite con Lui e con tutti i membri della Chiesa, che tutta la Chiesa sulla terra, nel Purgatorio e nel Paradiso ne godono. Questi misteri esigono un quadro adeguato, un quadro che il rito antico fornisce in modo mirabile, nel quale i fedeli, almeno una volta alla settimana, possano uscire dal mondo moderno e dalla vita quotidiana, dura e talvolta anche brutta e dolorosa, per ritrovare un riflesso della bellezza e del mistero di Dio sublime e assolutamente trascendente, Colui che solo può dare un senso alla loro vita; un quadro, infine, dove possano abbassarsi davanti alla Sua divina Maestà, adorarLo e offrirsi completamente a Lui in unione con il Santo Sacrificio del Calvario.


+ P. Konrad zu Löwenstein, Fraternità Sacerdotale S. Pietro

mercoledì 10 ottobre 2007

Ottobre, mese dedicato al S. Rosario

La ricchezza del Santo Rosario


(Da una lettera del 3 ottobre 1948, Festa del Santo Rosario)



Vi scrivo nella luce del santo Rosa­rio, preghiera che ci avvicina tanto al Signore, e che è l'oggetto di una festa liturgica della Chiesa. Alcuni si stupiscono come mai una preghie­ra possa diventare l'oggetto di una festa, sembrando loro che l’oggetto di una festa è Dio, Maria SS., o i Santi. Eppure questa preghiera è Maria santissima che viene incon­tro ai cristiani, come viene incontro loro a Lourdes, a Fatima, alla Tre Fontane. Anzi nel Rosario viene con tutta la ricchezza dei Misteri della Vita, della Passione e Morte del Redentore, e a Lourdes, a Fatima, alle Tre Fontane, e dovunque ap­paia, viene con la ricchezza del santo Rosario.
Gli uomini non fanno la festa del grano?
E il Rosario è tutto un granaio di grazie.
Gli uomini non fanno la festa del­l'uva?
E il Rosario è un vigneto che dà i grappoli per noi, e questi sono grap­poli di Gesù e di Maria. Che furono e che sono vigna di Dio e vita ine­briante di vita per noi.

Maria santissima ha voluto chiamar­si Rosario. Roseto, cioè, poichè come lo sbocciare delle rose avvie­ne nella bella stagione, e come vi sono rose di tutti i tempi, così il Rosario è, per il cristiano, il risbocciare della vita ed il roseto giornaliero che è donato a Dio nelle ore vespertine, come si offriva l'in­censo sull'Altare di oro.

La corona non è semplicemente un oggetto per contare una serie di Ave Maria, di Pater, di Gloria, ma è come un libro che il cristiano - anche il più ignorante - porta con sé e leg­ge; è un legame di amoroso ricordo che ci unisce a Gesù e a Maria; è una collana di perle celesti, perchè ogni granello è un tesoro di indul­genze e un pegno di misericordia per i meriti di Gesù e di Maria.

I grani del Rosario sono come lo svolgersi di una pellicola cinemato­grafica, perché ricordano i grandi Misteri della Redenzione e li ripre­sentano all'anima. L'anima è come lo schermo sul quale si riproduco­no, ed in quella visione essa si mantiene ancora fedele a Dio e alla Chiesa.

Senza il Rosario chi avrebbe più ri­cordato i Misteri della Redenzione? Eppure il loro ricordo è il segreto della vita interiore, ed è indispensa­bile perchè noi possiamo essere cristiani veri e portare il suggello di Gesù.

In mezzo alle disarmonie di questa nostra vita rilassata, il Rosario è stru­mento, arpa, salterio di dieci corde per ogni gruppo di armonie, che fa risuonare ancora la terra di canti d'amore, e nella vita materialissima che viviamo è come una lucida nube di spiritualità che si leva da ogni casa e da ogni cuore.

Chi suona l'arpa non riproduce una musica scritta da un genio musica­le? e non ricalca, colle dita sulle corde, dolcissime note che furono scritte dalla tenerezza di un cuore e furono stampate sotto la pressa di un torchio?

Ebbene, noi, recitando il Rosario ri­produciamo le note di Amore sgor­gate da Gesù e da Maria nei Misteri della loro vita, e sui grani della Corona cantiamo i cantici di quel­l'amore che ci redense.
Nell'anima risuonano le armonie di quest'amore e nella terra desolata si sente l'osannare di quella Carità che ci avvolse in un potente am­plesso di amore.

Come un esercito ha la sua vibran­te marcia che segna il passo ai militi della forza, così il Rosario è la sinfonia amorosa che segna il passo alla Chiesa militante. È come il fragore delle trombe che accompagnarono l'Arca nell'assedio di Gerico, e scossero le sue mura dalle fondamenta. Alla potenza di questo suono di fede non resistet­tero le armate dei Turchi, e furono sgominate; non resisteranno le ar­mate comuniste, peggiori di quelle, e saranno annientate.

Ecco la preghiera alla quale la Chie­sa dedica una festa solenne, per­ché sintesi di tutte le feste che sono un Rosario continuo nell'annuale ciclo liturgico.
Si intona questo mistico Rosario con l'Avvento, si chiude con le feste mariane d'ottobre, per ripigliarci di nuovo, fino a che la Chiesa militan­te sarà trionfante nella Gloria di tutti i suoi Santi.

Santissimo Rosario, timiama fatto da Maria santissima, profumo mescolato da Lei con arte di profumiera, poiché dai Misteri del Gaudio, della Passione e della Gloria si solleva la nube fragrante della preghiera...; oh, santissimo Rosario, fiorisci le deso­late aiuole della miscredenza, affinchè rifiorisca la Fede semplice e viva.


Servo di Dio Dolindo Ruotolo

7 ottobre, giorno di grazia!

Domenica 7 ottobre, nella festa della B.V.M. del Santissimo Rosario, è stata celebrata a Chiavari (Ge) la prima Messa in Rito Romano extraordinario dopo ben oltre 40 anni di assenza. Al Divin Sacrificio hanno partecipato attivamente (e poi qualcuno dice che i fedeli non "capiscono" il latino!) quasi un centinaio di fedeli. L'atmosfera, colma di sacralità e di sacra pietà, ben introduceva nel dramma sacro. Encomiabile il servizio liturgico dei ministranti e la profondità del celebrante, P. Corti. Sono tante le considerazioni che si potrebbero fare a riguardo. Preferisco, invece di scrivere inutili parole, lodare pubblicamente la Beata Vergine Maria per questa grazia! Grazie Mamma e tu, che sei apparsa a Chiavari con il titolo di Madonna dell'Orto, continua a proteggerci dal Cielo con materna bontà.

Messa "Tridentina" a Chiavari

In seguito alla richiesta di numerosi fedeli anche nella Diocesi di Chiavari il Motu proprio “Summorum Pontificum” trova attuazione. La S. Messa nella forma extraordinaria del Rito Romano, o più semplicemente “tridentina“, sarà celebrata a Chiavari (Ge) tutte le Domeniche e feste di precetto, a partire dal 7 ottobre, alle ore 17 presso la Chiesa dei PP. Scolopi (Chiesa di San Giuseppe Calasanzio) in Via Rivarola.