martedì 5 agosto 2008

I frutti del Motu Proprio "Summorum Pontificum"

CITTA’ DEL VATICANO - A partire dal 14 settembre dello scorso anno, con il Motu Proprio ‘Summorum Pontificum’, Benedetto XVI ha ordinato che fosse nuovamente possibile usare liberamente la liturgia romana secondo il rito riformato dal Beato Giovanni XXIII, senza alcun permesso esplicito da chiedere a chicchessia. Così il Papa ha voluto restituire alla vita della Chiesa, e all’umanità, un grande patrimonio spirituale e culturale. Al di là dell’avvicinamento con gruppi di tradizionalisti Lefebvriani, il Pontefice ha voluto, soprattutto, la rivalutazione del latino, e del canto gregoriano, tra i fedeli laici, e la fedeltà del messale al mistero liturgico. Ha riportato, insomma, l'interpretazione del Concilio sui giusti binari, nell'alveo della tradizione bimillenaria della Chiesa. C'è stato, infatti, chi ha tentato di interpretare ideologicamente il Vaticano II come rottura col passato e come nuovo inizio della fede cattolica. Benedetto XVI, coerentemente con il suo pensiero, non si è fatto intimorire. “Bisogna decisamente opporsi - affermava da Cardinale, intervistato da Vittorio Messori, in “Rapporto sulla fede” - a questo schematismo di un prima e di un dopo nella storia della Chiesa, del tutto ingiustificato dagli stessi documenti del Vaticano II che non fanno che riaffermare la continuità del cattolicesimo. Non c'è una Chiesa "pre" o "post" conciliare”. E aggiungeva: “C'è una sola e unica Chiesa che cammina verso il Signore, approfondendo sempre di più e capendo sempre meglio il bagaglio di fede che Cristo stesso le ha affidato. In questa storia non ci sono salti, non ci sono fratture”. E da Papa è stato bene in linea con il suo pensiero. Il padre John Zuhlsdorf, in una recente intervista su ZENIT, ha opportunamente ricordato: “Dopo il Concilio Vaticano II molte sfere della Chiesa sono state devastate e sconvolte dal dissenso interno, con una perdita di continuità con la nostra tradizione, e dall'erosione da parte del secolarismo e del relativismo del mondo moderno prevalente. Il Cardinale Joseph Ratzinger si è preoccupato per anni della perdita dell'identità cristiana, che è alla base della civiltà occidentale. Ora credo che Papa Ratzinger stia lavorando per rinvigorire la nostra identità cattolica, all'interno della Chiesa stessa tra i suoi membri e le sue sfere d'azione, perché possiamo resistere alle influenze negative del secolarismo e del relativismo. Solo con un'identità solida possiamo, come cattolici, avere qualcosa di positivo e salutare da offrire al mondo, una voce chiara per dare importanti contributi nella sfera pubblica. La nostra identità come cattolici è indissolubilmente legata al modo in cui preghiamo come Chiesa. Per dare forma e forza alla nostra identità cattolica in questi tempi difficili, abbiamo bisogno di un autentico rinnovamento liturgico che ci riporti alla nostra tradizione, mantenendoci in continuità con le profonde radici della nostra bimillenaria esperienza cristiana”. In questo primo anno dall’entrata in vigore, il Motu Proprio di Benedetto XVI sulla forma tradizionale della Messa ha suscitato un aumento dell'interesse nei confronti della liturgia in latino, soprattutto tra i sacerdoti, almeno quelli che non sono rimasti fermi con la mente agli “anni ruggenti del progressismo post-conciliare”. C’è da apprezzare il fatto che diversi giovani sacerdoti hanno imparato la Messa in latino secondo il rito antico e anche se non celebrano stabilmente, vivono la Santa Messa col rito di Paolo VI in modo nuovo. Dalla Messa tradizionale in latino hanno imparato cose nuove sulla Messa e sul sacerdozio, in particolare sul modo in cui un sacerdote deve celebrare l’Eucaristia. Negli anni scorsi, e il problema esiste ancora, c’è stata una disastrosa perdita della formazione sacerdotale di base per quanto riguarda il latino e la teologia e la cultura che li accompagna. Ci si è dimenticati in fretta che la Chiesa latina ha mantenuto il latino come lingua liturgica in modo pressoché esclusivo dai tempi del pontificato di San Damaso (366-384). Resta da capire come mai, dopo il Concilio Vaticano II è, misteriosamente, almeno nella prassi, sparita. Nella Messa in latino, è bene ricordare, si avverte più intensamente il fatto che “la liturgia, per tradizione antica e costante, ha al centro il Santissimo Sacramento, che brilla di viva luce” (J. Jungmann). Il latino “favorisce la percezione di una antichità del rito e di una originalità su cui il presente non spadroneggia, ma profondamente e necessariamente si impianta, secondo continuità”. Ancora, “né la comunità radunata, né i suoi sentimenti, né la sua socialità o compagnia sono il perno del sacrificium missae. Non è il comportamento dell’assemblea che conta. Ogni agire è al servizio dei divini misteri, mentre la tentazione di considerare sacramento l’assemblea, a scapito del trinitario mistero della fede che agisce nell’azione liturgica, è, purtroppo, evidente ogni domenica”. È la presenza reale di Gesù nel pane e nel vino consacrati, del “Dio con noi” che si dovrebbe esaltare, oltre i livelli, innegabili ma secondari, della partecipazione comunionale e affettiva dell’assemblea. Benedetto XVI, già da Cardinale, scrisse: “Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita etsi Deus non daretur: come se in essa non importasse più se Dio c’è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l’unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero di Cristo vivente, dov’è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale?”. La Chiesa cattolica ha sempre ammesso come plausibile pregare in una lingua che non tutti conoscono. Del resto lo faceva anche Gesù che pregava pubblicamente nella sinagoga e al tempio in ebraico, quando oramai la lingua parlata dal popolo era diventata l’aramaico. La lingua latina, "antica", semi-sconosciuta, o almeno non più correntemente parlata, è sottratta all'inevitabile mobilità della vita e garantisce una certa fissità del linguaggio (che non guasta visto che riguarda ciò che è eterno), conserva una connaturale simpatia e sintonia con il mistero, diventa un dispositivo al servizio del mistero, un simbolo liturgico. Un "oggetto" liturgico che si affianca agli altri: altare, vesti, vasi, ecc. Così il mistero si profila nel "chiaroscuro" della fede (P. Cantoni). Anche perché non è assolutamente necessario che tutti capiscano la lingua liturgica. Si tratta di "Mistero Eucaristico", e proprio perché tale, non c’è alcuna cosa, meno che mai la lingua, che possa chiarire un mistero. Combattere il Motu Proprio del Papa significa scardinare la linea che Benedetto XVI sta imprimendo al suo pontificato, attaccare l'essenza stessa del papato di Joseph Ratzinger. Si cerca di portare avanti critiche e voci contrarie, spesso velate, falsamente, dal tono delle argomentazioni e dal rispetto verso il Papa, ma sotto sotto molto disobbedienti, e così non si fa altro che dare una implicita conferma della portata epocale del Motu Proprio ‘Summorum Pontificum’, con il quale Benedetto XVI ha dunque cercato di porre fine alla retorica delle ‘due Chiese’, tanto che è proprio per arginare questa dicotomia ideologica latente tra due Messe e due liturgie che il Samto Padre ha precisato: “Queste due espressioni della "lex orandi" della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella "lex credendi" della Chiesa; sono infatti due usi dell'unico rito romano”. Il Motu Proprio, infatti, non legalizza la presenza all'interno della stessa Chiesa di due Chiese, una pre-conciliare e l'altra post-conciliare, ognuna con le sue regole e i suoi riti, due Chiese contrapposte e non comunicanti fra loro. È finito il tempo in cui i cattolici più tradizionali erano guardati, dai rappresentanti del “progressismo” cattolico, malamente ed emarginati. Ed è anche finito il tempo in cui i tradizionalisti si lamentavano di tutto e di più. La stagione delle innovazioni illecite è finita. L'eliminazione delle musiche sacre, dei paramenti, delle statue, delle devozioni non avverrà più. Anzi, si sta riconsiderando il grande vantaggio della Messa celebrata “ad orientem”, con tutti che guardano nella stessa direzione verso l'altare e il Crocifisso. Grazie anche alla rivalutazione del latino, i musicisti stanno recuperando il tesoro nascosto per decenni della musica liturgica sacra e gregoriana. E come ha ricordato Benedetto XVI, l’organo può tornare a svolgere una funzione evangelizzatrice, aiutando a sperimentare la gioia che proviene da Dio. Il Motu Proprio, in un anno, ha permesso a molti giovani sacerdoti di imparare la Messa tradizionale. E diversi sacerdoti hanno iniziato a portarla avanti nelle loro parrocchie. Certo, ci sono ancora resistenze e segni di pigrizia. Ma si sa: per far muovere le cose servono tempo, pazienza, una mente veramente aperta e progressista e, soprattutto, obbedienza al Papa. Non mettiamoci noi, infatti, a fare i Papi. Prestiamogli obbedienza, facciamogli svolgere la sua missione perché, tra l’altro, la porta avanti straordinariamente.

Matteo Orlando

0 commenti: