Il 2 luglio 2007, Papa Benedetto XVI ha promulgato il motu proprio “Summorum Pontificum”, entrato in vigore il successivo 14 settembre; esso ha liberalizzato l'uso del Messale Romano antico e quindi la celebrazione della Santa Messa secondo il Rituale Romano tradizionale – impropriamente detto “tridentino” o “di san Pio V” – nella sua ultima edizione tipica riformata, quella promulgata da Papa Giovanni XXIII col decreto del 23 giugno 1962. Benché da tempo atteso, il provvedimento pontificio ha suscitato sorpresa ed anche una certa ostilità, non solo nei liturgisti progressisti ma anche in alcuni vescovi. La maggioranza dei fedeli pensava che la questione si riducesse al ripristino della lingua latina nelle celebrazioni liturgiche e al risanamento dello scisma lefebvriano, o credeva che il Rito Romano antico fosse già stato liberalizzato da Giovanni Paolo II.
Una minoranza più informata, invece, pensava che quel rito non fosse stato abrogato e quindi non avesse alcun bisogno di essere liberalizzato, poiché è di origine apostolica e Papa san Pio V, restaurandolo nel 1570, lo autorizzò in perpetuo per l'intera Chiesa. Il che in teoria è vero, ma in pratica la questione era diventata più complicata. Vediamo di capirla meglio ricollegandola alle sue premesse e cercando d’individuare i moventi del provvedimento di Benedetto XVI.
A suo tempo la Congregazione del Culto Divino, con la sua lettera “Quattuor abhinc annos” (3 ottobre 1984), e poi Giovanni Paolo II, col suo motu proprio “Ecclesia Dei adflicta” (2 luglio 1988), avevano stabilito alcune cose:
1, il vecchio rito non è stato abrogato dal nuovo, in quanto questo va considerato non come una semplice riforma del vecchio, bensì come una vera e propria novità;
2, la celebrazione del vecchio rito non è quindi un abuso ma anzi è permessa a tutti coloro che la richiedono, purché intendano mantenere la comunione con Roma;
3, tale celebrazione va però concessa e regolata dall'autorità episcopale, in base alle esigenze di un legittimo “pluralismo” che preservi l'unità del culto cattolico e non comprometta la riforma liturgica postconciliare;
4, la fedeltà al vecchio rito non va confusa con l'adesione a fazioni ribelli o scismatiche, anzi la sua diffusione può essere un mezzo per ricondurle all'unità e alla piena comunione con Roma.
Il terzo punto era quello debole. Nella illusione di superare l'opposizione di numerosi episcopati sobillati dai liturgisti progressisti, Giovanni Paolo II aveva legato la liberalizzazione liturgica al consenso dei vescovi diocesani, ponendo quindi implicitamente molti vincoli di tempo, spazio ed opportunità. Il risultato fu che, un po' dappertutto e perfino in Italia, la gran parte dei vescovi ignorarono la direttiva pontificia, o la sabotarono con i più svariati pretesti, o addirittura vi si opposero apertamente, perfino quando ebbero ricevuto richieste firmate da numerosi loro fedeli.
Di conseguenza, ben pochi furono i nuovi “centri di Messa tradizionale” che si resero disponibili, per cui aumentarono quelli clandestini o scismatici, aggravando una situazione già di suo problematica. Insomma, le richieste dei fedeli al vecchio rito restarono sostanzialmente disattese e insomma la timida liberalizzazione tentata da Giovanni Paolo II risultò fallimentare.
Urgeva dunque una nuova soluzione, un intervento più deciso da parte della Santa Sede, suprema competente nel campo liturgico.
Il motu proprio di S. S. Benedetto XVI
Il recente motu proprio di S. S. Benedetto XVI, ammettendo questo fallimento, tenta di rimediarvi prendendo provvedimenti più coraggiosi. Il Papa infatti ha avviato una liberalizzazione ben maggiore della precedente, stabilendo che:
1, il vecchio rito è non solo tollerato ma anche approvato come pienamente legittimo, in quanto costituisce “forma straordinaria” della celebrazione della liturgia eucaristica secondo il Rito Romano, senza compromettere la validità della sua “forma ordinaria”, che rimane il Messale di Paolo VI;
2, la celebrazione del vecchio rito è quindi automaticamente legittima, senza bisogno di autorizzazioni episcopali e senza limitazioni di tempo, spazio e opportunità, per cui può essere svolta anche nell'ambito della somministrazione dei Sacramenti e anche in seno a parrocchie e a comunità sacerdotali e religiose; inoltre si possono riservare luoghi alla sua celebrazione, ove vi sia un gruppo stabile di fedeli che la richieda, purché ciò non provochi confusione o conflitti;
3, è opportuno favorire la diffusione del vecchio rito nel clero, in quanto essa potrebbe favorire una più corretta celebrazione del nuovo rito, correggendone o almeno arginandone gli abusi; in questo modo, si potrebbe superare il divario sorto fra due riti e i loro rispettivi sostenitori, favorendo quindi il ritorno all'unità ecclesiale.
Riallacciare la continuità liturgica per ricomporre l'unità ecclesiale
Quest'ultima motivazione della liberalizzazione va approfondita. L'importante lettera papale ai vescovi, allegata al motu proprio, afferma che “l'uso dell'antico Messale presuppone un certo livello di formazione liturgica che non si trova tanto frequentemente”; esso quindi potrebbe riportare la celebrazione della nuova Messa a un livello di sacralità e decoro oggi compromesso.
Quest'ammissione della superiorità liturgica del vecchio rito sul nuovo, e questa prospettiva di correggere l'uso del secondo con quello del primo, pare buon un punto di partenza per avviare quella “riforma della riforma” auspicata da tempo dall'attuale Pontefice.
Già nel 1976, l'allora mons. Ratzinger scrisse: «Il problema del nuovo Messale sta nel fatto di aver abbandonato un processo storico sempre continuato, prima e dopo san Pio V, e di aver compilato di un testo del tutto nuovo», inserendo nella evoluzione omogenea della liturgia una sorta di frattura che ha compromesso l’unità ecclesiale. Questa frattura va risanata, per assicurare il proseguimento di quella continuità liturgica che – dalla Messa di Papa san Damaso e poi di Papa san Gregorio Magno, attraverso il Messale di Papa san Pio V – è arrivata fino ai nostri tempi. Ratzinger espresse la speranza che la liberalizzazione del rito antico potesse favorire «il ritorno del nuovo Messale nell'alveo del Messale antico, non essendo altro, in questo caso, che uno stadio della crescita» (1).
Insomma, la prospettiva non sarebbe quella di sostituire il vecchio col nuovo, né di adattare il vecchio al nuovo, ma semmai di adattare il nuovo al vecchio, per garantire la continuità della lex orandi e quindi della lex credendi, e con ciò anche la continuità tra la “Chiesa controriformista” di ieri e la “Chiesa conciliare” di oggi. Quello di assicurare una continuità senza fratture orientata verso una “nuova sintesi” capace di riconciliare vecchio e nuovo, è un tema tipico di colui che oggi è diventato Papa, fin da quando pubblicò il suo celebre Rapporto sulla Fede (2).
Orbene, il fatto stesso che Benedetto XVI senta l'esigenza di riallacciare la continuità liturgica allo scopo di ricomporre l'unità ecclesiale, vuol dire ammettere implicitamente che tale continuità e tale unità sono state rotte, o perlomeno gravemente compromesse, durante l’avventuroso periodo postconciliare. Sotto l’influenza del processo rivoluzionario di relativizzazione e secolarizzazione, da tempo penetrato all’interno della Chiesa, la liturgia romana ha subìto un degrado ormai giunto alle sue più gravi conseguenze. Tutti possono constatare che non solo la qualità, ma anche il semplice decoro delle celebrazioni liturgiche sono arrivate al più basso livello mai raggiunto nella storia della Chiesa.
Il fallimento del liturgismo progressista
Ma come si è potuti arrivare a questo disastroso risultato? Esso non è dovuto al rifiuto della lingua latina, sebbene ciò favorisca la divisione e in certe situazioni imponga soluzioni grottesche: come quando, per fedeli di varie nazionalità, il celebrante pronuncia ogni parte del rito in una lingua diversa. Il disastro è stato causato innanzitutto dall’abuso speri-mentalistico del nuovo rito,
L’abuso del nuovo rito è stato dapprima teorizzato e poi realizzato dal liturgismo progressista, il cui fallimento viene oggi sancito proprio dalla crisi della liturgia postconciliare che aveva ispirato. Come già denunciò l’allora card. Ratzinger, nella comunità ecclesiale “è andato disperso il proprium liturgico” (3), cioè si è perso il senso stesso del rito, inteso come azione sacra e sacrificale, che dovrebbe renderlo una sia pur pallida imitazione della celeste Liturgia celebrata nel Paradiso da Angeli e Santi all'augusta presenza di Dio. Sancendo la preminenza della “liturgia della Parola” sulla liturgia del Sacrificio, e tendendo ad affogare questa in quella, le odierne celebrazioni favoriscono non tanto l'elevazione verso Dio quanto la partecipazione comunitaria, e suscitano non tanto la devozione religiosa quanto l'umana comprensione e solidarietà.
Ormai si ritiene che la liturgia debba celebrare non tanto i misteri divini quanto la vita della comunità, esprimendovi le aspirazioni dell'uomo moderno mediante l'esercizio della più spontanea “creatività” (4); di conseguenza, le celebrazioni diventano variabili ad libitum, adeguandosi agl'impulsi più soggettivi delle umane tendenze collettive. “La nuova liturgia è dunque psicologistica anziché ontologica, soggettiva anziché oggettiva, è antropologica e non teologica, non esprime il trascendente mistero ma i sentimenti con cui i fedeli lo percepiscono, (...) come se si trattasse di esprimere sé stessi anziché di adorare, di dar forma al mistero anziché di conformarsi al mistero” (5).
Insomma, da dramma sacro la Messa è diventata troppo spesso spettacolo profano. In essa, con la complicità o la rassegnazione del sacerdote, sotto l'impulso degli “animatori liturgici”, un'assemblea di gente si raduna per recitare, informarsi e “fare comunità”. L’attuale “liturgia della Parola” sembra piuttosto una liturgia della chiacchiera e del rumore, che non solo ostacola concentrazione, meditazione e preghiera, ma immerge il fedele in un'atmosfera mondana in cui tutti i fattori terreni, invece di essere filtrati, purificati e messi al servizio del culto, gli restano estranei ed anzi si sostituiscono ad esso, in una sorta di celebrazione umanitaria promossa da una agenzia sociale dedita al culto della “vita”, della “terra” e del “lavoro dell'uomo”, come del resto è suggerito dalla più diffusa variante del nuovo Offertorio.
Chiaramente, la situazione è stata aggravata dalla mancanza di prudenza e di vigilanza da parte delle autorità ecclesiastiche. Nonostante abbia per decenni ricevuto segnalazioni, denunce e proteste da parte del clero e del fedeli indignati per gli abusi, la Gerarchia si è quasi sempre attenuta al rovinoso motto “non proibire né reprimere”, finendo col favorire il degrado con una tolleranza poi diventata acquiescenza e perfino complicità.
C'è quindi da meravigliarsi se oggi i fedeli faticano a partecipare a queste manifestazioni, se i giovani le preferiscono altri modi e luoghi di ritrovo? Com’è noto, la frequenza alla Messa è scesa ai minimi livelli storici; statistiche del CENSIS ci rivelano che, sebbene l'86% degli Italiani si dichiari cattolico e il 92% degli studenti scelga l'insegnamento catechistico, solo il 21,4% va regolarmente alle funzioni liturgiche; inoltre, molti altri ci vanno solo saltuariamente perché “si annoiano” e “non avvertono un clima spirituale” (6). Un risultato fallimentare, per una riforma liturgica che aveva l'intenzione di coinvolgere e responsabilizzare il pubblico mediante celebrazioni comprensibili ed attraenti!
Il progressivo degrado del nuovo rito
Tuttavia la crisi liturgica non è stata provocata solo dall’abuso ma anche dall’uso; le regole che hanno sancito l’uso della nuova Messa non solo non ne hanno impedito l’abuso, ma anzi lo hanno favorito e perfino implicitamente giustificato. Se vogliamo risalire alle radici strutturali del problema, dobbiamo risalire alla riforma postconciliare e al meccanismo delle sue progressive attuazioni settoriali e locali, animate da quella che Paolo VI chiamava «nuova pedagogia religiosa instaurata dall'attuale rinnovamento liturgico” (7).
La cosa non deve scandalizzare, se si nota che già nel 1985 l'allora cardinale Ratzinger metteva in discussione proprio questo processo, quando si domandava se “le singole tappe della riforma liturgica dopo il Vaticano II siano state pastoralmente sagge, o non – al contrario – sconsiderate. (...) Anche le riforme già eseguite, specialmente riguardo al rituale, devono essere riesaminate sotto questi punti di vista” (8).
Quella liturgica, del resto, è stata una rivoluzione annunciata e teorizzata fin dalla partenza. Alla vigilia del varo della riforma, l'episcopato francese ammonì che, “in un momento in cui l'evoluzione del mondo si è velocizzata, non è più possibile considerare i riti come definitivamente stabiliti, ma sono destinati ad essere continuamente aggiornati” (9). Da parte sua l’episcopato inglese avvisò che «la riforma liturgica è, in un senso profondissimo, la chiave dell’ “aggiornamento” conciliare; è da qui che comincia la nostra rivoluzione” (10).
Mons. Franquesa, segretario del Consilium vaticano che preparava la riforma liturgica, l’annunciò alla stampa precisando che “si tratta di dare nuove strutture a riti interi; si tratta quasi di un rifacimento e, per certi aspetti, di una nuova creazione. L'immagine di liturgia data dal Concilio è completamente differente da quella che c'era prima” (11).
Non appena venne pubblicato il nuovo Messale, l’episcopato belga disse significativamente ch'esso costituiva non un punto di arrivo, bensì «il primo punto finale» di una rivoluzione che doveva progressivamente adeguare l'intera liturgia alle esigenze della società moderna, favorendo una sempre maggiore “inculturazione” del rito e quindi realizzando un pieno “pluralismo liturgico” (12).
In concreto mons. Bugnini, regista della riforma liturgica, la programmò in quattro fasi progressive: abbandono del latino, rifacimento dei libri liturgici, loro traduzione nelle lingue “vive”, adattamento dei riti alle mentalità ed usanze locali (13).
Quest’ultima fase fu la più grave, in quanto avviò una vera e propria rivoluzione permanente della liturgia. Volendo applicare il metodo della “collegialità” al campo rituale, infatti, la Sacra Congregazione del Culto Divino affidò la concreta attuazione della riforma alle Conferenze Episcopali nazionali (14), le quali a loro volta l'affidarono alle loro commissioni liturgiche, spesso dominate da “esperti” che, più che di liturgia, erano pratici di psicologia, sociologia e “animazione comunitaria”.
Facendosi forti dell'autorizzazione episcopale, queste commissioni hanno adattato il nuovo rito alle supposte esigenze delle realtà locali o settoriali o associative, nella illusione di assicurare il maggior coinvolgimento e partecipazione possibile dei fedeli. Questo adattamento è avvenuto grazie all'adozione di varianti, eccezioni e dispense liturgiche così numerose, da arrivare a smentire la regola sostituendosi ad essa. La dissoluzione è stata completata dalle sempre più audaci “sperimentazioni” liturgiche le quali, se in teoria erano ammesse solo come locali, temporanee e facoltative, in realtà diventavano universali, definitive e obbligatorie.
In questo modo, nella sua attuazione concreta, il rito romano ha perso non solo la propria sacra immutabilità e inviolabilità (15), ma perfino la propria identità, in quanto è stato ridotto ad una sorta di schema liturgico adattabile alle esigenze più svariate, siano esse “umane” (ossia mondane) e “popolari” (ossia demagogiche), comprese quelle profane e illecite.
Sono quindi sorti riti per tutti i luoghi, tempi, gusti e ambienti: dai riti per le comunità tribali dell'Africa e dell’Asia fino a quelli per le comunità omosessuali (come in Olanda) e per i gruppi guerriglieri (come in Brasile).
Il pluralismo liturgico è diventato frammentazione ed anarchia, nella continua ricerca di soluzioni e trovate fai-da-te, costruendo un mosaico di eccezioni che hanno finito col dissolvere la regola. Nel culto cattolico è stata applicata quella massima generale che già lo scrittore Kafka aveva denunziato come responsabile del degrado spirituale dell’Europa: “ormai non esistono più misteri ma solo istruzioni per l’uso”. Insomma, attuandosi progressivamente nel tempo e nello spazio, la riforma del 1970 ha rivelato la propria occulta pericolosità favorendo una rivoluzione liturgica, una relativizzazione e secolarizzazione del rito che tende alla propria dissoluzione, lasciando intravedere quello che sarà il suo “ultimo punto finale”, per usare la terminologia dei progressisti: ossia un culto di tipo tribale.
L'equivoco del rito abolito
Tuttavia, la sola esigenza di risanare le fratture nell’unità ecclesiale provocate dall'attuale crisi liturgica non sarebbe stata sufficiente a spingere la Santa Sede a liberalizzare il vecchio rito. Essa è stata convinta a farlo dall'intervento di un secondo e più importante fattore: l'imprevisto ritorno di popolarità della liturgia tradizionale in seno al popolo cristiano.
Per molto tempo, negli ambienti ecclesiastici è stata diffusa la convinzione che l'instaurazione della nuova Messa abbia implicitamente abrogato la vecchia vietandone la celebrazione. Si trattava di una valutazione falsa e arbitraria, oggi smentita da Benedetto XVI, ma che sembrava confermata da alcuni accenni fatti da Paolo VI (16).
Egli aveva espresso disapprovazione per l'uso dell'antico Messale, in quanto questo “riflette una ecclesiologia superata” (17); secondo lui, per usare una immagine evangelica, il “vino nuovo” del Concilio non poteva essere conservato nel “vecchio otre” del rito preconciliare, dove rischiava di ammuffire, ma doveva essere trasferito nel “nuovo otre” del rito postconciliare; con la riforma liturgica, “il soffio dello Spirito, che chiama la Chiesa a questa mutazione, (...) la scuote, la ridesta e la obbliga a rinnovare l'arte misteriosa della sua preghiera” (18).
Del resto, nel varare il nuovo Messale, Paolo VI non si curò affatto di precisare la situazione giuridica del vecchio né di regolamentarne l'uso, in quanto riteneva che sarebbe scomparso in modo indolore in quanto progressivamente abbandonato dai fedeli. Per favorire questa scomparsa, gli episcopati nazionali ebbero cura di soppiantare il vecchio rito col nuovo, non tanto promulgando chiare norme e disposizioni, quanto ricorrendo a dissuasioni, divieti e minacce, e spesso anche a punizioni e ritorsioni, contro quei sacerdoti che facevano resistenza. Sia la Santa Sede che gli episcopati considerarono chiusa la questione, senza rispondere alle perplessità e alle critiche sollevate da più parti – anche autorevolissime, come nel famoso caso dei cardinali Ottaviani e Bacci – verso l'opportunità e perfino la ortodossia della nuova liturgia (19).
La fine del rito tradizionale sembrava dunque segnata, era solo questione di tempo: bastava aspettare che i sacerdoti che vi erano rimasti fedeli venissero sostituiti dalla nuova generazione di preti, formata dal nuovo rito, la quale avrebbe semplicemente dimenticato il vecchio, come oggi nessuno pensa di poter viaggiare in carrozza ma va tranquillamente in auto.
Del resto, specialmente dopo il '68 e il montare del “dissenso cattolico”, l'azione velenosa dello spirito rivoluzionario andava sempre più diffondendo nel clero una mentalità ostile a tutto ciò che è sacro o anche semplicemente solenne, decoroso e ordinato, estinguendo ogni aspirazione o anche solo nostalgia per un passato liturgico ormai definitivamente “superato”.
L’imprevista riscossa del vecchio rito
Eppure le cose sono andate diversamente, confermando il celebre detto secondo cui, se l’uomo propone, è però Dio che dispone per il futuro. Proprio il dilagare dei fattori dissolutivi in seno alla Chiesa ha finito col rompere il pericolosissimo processo di lenta e indolore sparizione della liturgia tradizionale, favorendo il dilagare di una crisi che ha creato discontinuità, divisioni e rotture, ma che ha anche risvegliato la vigilanza dei buoni e suscitato la reazione dei migliori.
Il malessere per il degrado subìto dal nuovo rito ha favorito un certo ritorno d'interesse e di affetto per quello vecchio, specialmente fra i giovani. Basti pensare che oggi i “centri di Messa tradizionale” sono molto più numerosi di quanto lo erano all'epoca di Paolo VI, e che questa rinascita è avvenuta, paradossalmente, proprio nelle nazioni più colpite dal degrado liturgico: non solo la Francia, la Germania e i Paesi Bassi, ma anche l'Inghilterra, l'Australia e soprattutto gli Stati Uniti.
A nostro avviso, l'aspetto più significativo del provvedimento voluto da Benedetto XVI sta nell’ammissione che il nuovo rito non ha fatto dimenticare il vecchio né lo ha soppiantato del tutto, per cui si è reso necessario liberalizzare il Messale antico soprattutto per regolamentarne la crescente diffusione.
Difatti la citata lettera pontificia ai vescovi, annessa al motu proprio, ammette: «E' emerso chiaramente che anche i giovani scoprono questa forma liturgica, si sentono attirati da essa e vi trovano una forma, particolarmente appropriata per loro, d'incontro con il Mistero della Santissima Eucaristia. Così è sorto un bisogno di un regolamento giuridico più chiaro che, al tempo del motu proprio del 1988, non era prevedibile». O meglio: non era prevedibile in una prospettiva progressista, che non ammette “involuzioni” se non parziali e momentanee; ma era prevedibile in una prospettiva realistica e soprannaturale, la quale ben sa che le esigenze rispondenti alla natura umana, e soprattutto ai piani di Dio, non possono essere indefinitamente impedite e frustrate, per cui, prima o poi, esse ritornano a imporsi. Ed oggi, per un provvidenziale paradosso, quella stessa esigenza di adeguarsi allo “spirito del tempo” e ad esaudire le “esigenze del popolo”, che aveva spinto l'autorità ecclesiastica a cancellare il vecchio rito, oggi la spinge a liberalizzarlo.
Ma com'è stato possibile l'attuale ricupero del vecchio rito? Esso è stata potentemente favorito da un'azione pluridecennale, svolta dagli apostoli e martiri di quella che potremmo chiamare “resistenza liturgica” del nostro tempo. Tale resistenza è stata animata da quei sacerdoti e fedeli, da quegl'istituti e movimenti ecclesiastici o laici, e da quelle riviste e bollettini (20), che dal 1970 ad oggi hanno tenacemente difeso la legittimità, la santità e l'attualità del vecchio rito, favorendone la conoscenza e la celebrazione e quindi permettendone dapprima la sopravvivenza e poi la riscossa.
Questi sacerdoti e fedeli hanno resistito all'isolamento, alle derisioni, alle calunnie, alle ritorsioni e alle persecuzioni promosse da mass-media, “esperti” e perfino autorità ecclesiastiche. Animati da un solido sensus fidei, essi hanno confidato nella santità, indefettibilità e continuità della Chiesa, mantenendo, nonostante tutto, una posizione di obbedienza e lealtà verso la Gerarchia, resistendo alla tentazione di separarsi da Roma, di realizzare una mini-chiesa autonoma e autosufficiente, dedita a coltivare l'orticello della liturgia tradizionale, ma ridotta a un ulteriore esempio di religiosità fai-da-te, e che quindi non può contribuire seriamente a risolvere la crisi.
A queste benemerite associazioni va il nostro plauso e la nostra riconoscenza, in quanto esse hanno sostenuto una dura battaglia nei tanti anni d'incomprensione, isolamento e persecuzione. Vogliamo ricordare e ringraziare in particolare quei non pochi sacerdoti che sono rimasti sempre fedeli alla Messa tradizionale, anche senza ottenere permessi o indulti, anche se ostacolati dal loro vescovo, anche se costretti a celebrarla in modo clandestino o semi-clandestino, come se avessero la peste e rischiassero di contagiarne il popolo. La maggior parte di loro sono ormai morti, ma anche per questo desideriamo commemorarli, ora che il loro sacrificio ci permette di raccogliere quei primi frutti che essi non hanno fatto in tempo a vedere; ci conforta il fatto che essi ora godono in Cielo la ricompensa della loro fedeltà, partecipando alla Liturgia celeste, ma continuando a pregare per la restaurazione di quella terrena.
Timori e speranze
Il degrado del nuovo rito, la riscossa di quello vecchio e la sua conseguente liberalizzazione pontificia, sono i tre fattori che ormai manifestano il fallimento (e forse annunciano la fine) di quel liturgismo progressista, razionalista e secolarizzatore, estremo erede del modernismo, che ha cercato di realizzare il progetto modernista nel campo liturgico, provocando la spaventosa frattura e crisi religiosa che oggi lamentiamo.
Ovviamente non c'illudiamo che la liberalizzazione del vecchio rito sia sufficiente a risanare il degrado liturgico, tantomeno la generale crisi religiosa, che richiede interventi ben più ampi ed incisivi capaci di correggere sia la “prassi” progressista che la sua giustificazione teorica.
C'è anzi il rischio che tale liberalizzazione si riduca a fornire ai fedeli una scelta in più fra le tante già previste dall'erroneo “pluralismo” liturgico, limitandosi ad aggiungere un pezzo sano nel plateau de fromages ormai ricco di pezzi guasti o avvelenati; ciò contribuirebbe ad accrescere la confusione e a suscitare pericolose illusioni e delusioni.
Più il generale, c'è il rischio che la “riforma della riforma”, se male intesa, finisca col favorire nel campo religioso un “cambiamento di paradigma” analogo a quello che la Rivoluzione anticristiana più avanzata va promuovendo nel campo profano, nella illusione di salvare dal fallimento il progetto “moderno” rovesciandolo in quello “postmoderno”: il che comporta un passaggio dalla prospettiva centralistica a quella policentrica, da costruttiva a dissolutiva, da razionalistica a irrazionalistica.
Traducendo questa manovra nel campo ecclesiale, ciò significherebbe pretendere di risanare la crisi postconciliare sviluppandola in senso libertario, di rimediare ad un eccesso bilanciandolo con quello opposto, realizzando una soluzione intermedia – una “nuova sintesi” – tra sacro e profano, tra antico e moderno, tra Tradizione e Rivoluzione.
Ma la storia contemporanea è un cimitero di questi tentativi, tutti falliti in quanto hanno finito con l'aggravare la crisi religiosa o con lo strumentalizzare e vampirizzare il soprannaturale per assicurare una certa vitalità e sopravvivenza ai progetti profani e mondani. Questa sarebbe solo una «rivoluzione di segno contrario», e non quel “contrario della Rivoluzione» di cui abbiamo bisogno, come ammoniva a suo tempo il conte de Maistre” (21). Un tal rischio va denunciato con cura ed evitato con decisione.
Comunque sia, la liberalizzazione del Rito Romano tradizionale, il più antico, universale e santo della Chiesa, è una riconquista che va accolta con gioia, riconoscenza, speranza e impegno; soprattutto con impegno, per far sì che questa occasione storica, ben lungi dal diventare fattore di confusione, segni l'inizio del tanto auspicato risanamento liturgico.
Centro Culturale Lepanto
Note
1) J. Ratzinger, lettera al prof. Waldstein, del 14-12-1976; cfr. "Chiesa Viva", n. 140 (1984), p. 6.
2) J. Ratzinger, Rapporto sulla Fede, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1985.
3) J. Ratzinger, Rapporto sulla fede, cit., p. 130.
4) Ad esempio, mons. Magrassi, allora segretario della commissione liturgica della C.E.I., esaltò il fatto che il nuovo rito permette «vastissimi spazi di creatività» (cfr. "Il Regno - attualità", 15-9-1981).
5) R. Amerio, Iota unum. Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel secolo XX, Ricciardi-Mondadori, Napoli-Milano 1986, pp. 531-532.
6) "La Repubblica", 8-7-2007.
7) Paolo VI, discorso del 13-1-1965.
8) J. Ratzinger, Rapporto sulla fede, cit., pp. 124-125.
9) "Présence et Dialogue", bollettino dell'Arcivescovado di Parigi, settembre 1969.
10) Cfr. "La Documentation Catholique", Paris 1967, col. 2072.
11) Conferenza-stampa del 4-1-1967; cfr. D. Bonneterre, Le mouvement liturgique, Fideliter, Escurolles 1980, p. 155.
12) Cfr. M. De Corte, La grande eresia, Volpe, Roma 1970, p. 60.
13) Cfr. Courrier de Rome, La rivoluzione permanente nella liturgia, Una Voce, Roma 1976, pp. 22-30.
14) Cfr. ad es. Sacra Congregazione del Culto Divino, lettera alle Conferenze Episcopali Nazionali, del 27-4-1973.
15) René Girard, noto sociologo delle religioni, nel difendere la liberalizzazione del vecchio rito, ha ricordato che «la nozione di rituale implica l'assenza di cambiamento ed è inscindibile dalla continuità, perché, se si cambia di continuo, si finirà per distruggere il rituale stesso» (R. Girard, Sarebbe ridicolo proibirne l'uso, su "La Repubblica", 3-7-2007).
16) Paolo VI, discorso al Concistoro del 24-5-1976.
17) Paolo VI, lettera a mons. Marcel Lefèbvre, del 11-10-1976.
18) Paolo VI, discorso del 26-11-1969.
19) Cfr. Breve esame critico del Novus Ordo Missae, Una Voce, Roma 1971.
20) Ricordiamo una rivista per tutte: la francese Itinéraires, che già nel 1970 presentò a Paolo VI uno storico appello, firmato anche da numerosi teologi, che l'implorava di restituire l'antica Messa ai fedeli. L'appello rimase senza risposta.
21) J. de Maistre, Considerazioni sulla Francia (1797), conclusione.
Fonte: Lepanto Focus 5/2008