domenica 21 settembre 2008

Novità editoriale sulla liturgia tradizionale


Elvis Cuneo - Daniele di Sorco - Raimondo Mameli

INTROIBO AD ALTARE DEI
Il servizio all'altare nella liturgia tradizionale

Prefazione di S. Em.za Rev.ma Card. Dario Castrillon Hoyos
Postfazione di p. Konrad zu Löwenstein

Edizioni Fede & Cultura


"[...] Saluto, perciò, con favore la pubblicazione di un’introduzione al rito antico, che ne illustra in maniera sintetica e competente le peculiarità, con particolare riferimento al tema 'arte sacra e liturgia' e al servizio del serviente, o ministrante, nella Messa cantata e letta, affinché chi desidera svolgere questa funzione trovi tutte le prescrizioni necessarie".

(
Dalla prefazione del Card. Dario Castrillon Hoyos)

Uscita prevista: ottobre 2008

Per informazioni e prenotazioni scrivere a: edizioni@fedecultura.com

sabato 20 settembre 2008

La Messa tradizionale libera: un primo passo verso il risanamento

Il 2 luglio 2007, Papa Benedetto XVI ha promulgato il motu proprio “Summorum Pontificum”, entrato in vigore il successivo 14 settembre; esso ha liberalizzato l'uso del Messale Romano antico e quindi la celebrazione della Santa Messa secondo il Rituale Romano tradizionale – impropriamente detto “tridentino” o “di san Pio V” – nella sua ultima edizione tipica riformata, quella promulgata da Papa Giovanni XXIII col decreto del 23 giugno 1962.

Benché da tempo atteso, il provvedimento pontificio ha suscitato sorpresa ed anche una certa ostilità, non solo nei liturgisti progressisti ma anche in alcuni vescovi. La maggioranza dei fedeli pensava che la questione si riducesse al ripristino della lingua latina nelle celebrazioni liturgiche e al risanamento dello scisma lefebvriano, o credeva che il Rito Romano antico fosse già stato liberalizzato da Giovanni Paolo II.
Una minoranza più informata, invece, pensava che quel rito non fosse stato abrogato e quindi non avesse alcun bisogno di essere liberalizzato, poiché è di origine apostolica e Papa san Pio V, restaurandolo nel 1570, lo autorizzò in perpetuo per l'intera Chiesa. Il che in teoria è vero, ma in pratica la questione era diventata più complicata. Vediamo di capirla meglio ricollegandola alle sue premesse e cercando d’individuare i moventi del provvedimento di Benedetto XVI.

A suo tempo la Congregazione del Culto Divino, con la sua lettera “Quattuor abhinc annos” (3 ottobre 1984), e poi Giovanni Paolo II, col suo motu proprio “Ecclesia Dei adflicta” (2 luglio 1988), avevano stabilito alcune cose:
1, il vecchio rito non è stato abrogato dal nuovo, in quanto questo va considerato non come una semplice riforma del vecchio, bensì come una vera e propria novità;
2, la celebrazione del vecchio rito non è quindi un abuso ma anzi è permessa a tutti coloro che la richiedono, purché intendano mantenere la comunione con Roma;
3, tale celebrazione va però concessa e regolata dall'autorità episcopale, in base alle esigenze di un legittimo “pluralismo” che preservi l'unità del culto cattolico e non comprometta la riforma liturgica postconciliare;
4, la fedeltà al vecchio rito non va confusa con l'adesione a fazioni ribelli o scismatiche, anzi la sua diffusione può essere un mezzo per ricondurle all'unità e alla piena comunione con Roma.
Il terzo punto era quello debole. Nella illusione di superare l'opposizione di numerosi episcopati sobillati dai liturgisti progressisti, Giovanni Paolo II aveva legato la liberalizzazione liturgica al consenso dei vescovi diocesani, ponendo quindi implicitamente molti vincoli di tempo, spazio ed opportunità. Il risultato fu che, un po' dappertutto e perfino in Italia, la gran parte dei vescovi ignorarono la direttiva pontificia, o la sabotarono con i più svariati pretesti, o addirittura vi si opposero apertamente, perfino quando ebbero ricevuto richieste firmate da numerosi loro fedeli.
Di conseguenza, ben pochi furono i nuovi “centri di Messa tradizionale” che si resero disponibili, per cui aumentarono quelli clandestini o scismatici, aggravando una situazione già di suo problematica. Insomma, le richieste dei fedeli al vecchio rito restarono sostanzialmente disattese e insomma la timida liberalizzazione tentata da Giovanni Paolo II risultò fallimentare.
Urgeva dunque una nuova soluzione, un intervento più deciso da parte della Santa Sede, suprema competente nel campo liturgico.

Il motu proprio di S. S. Benedetto XVI

Il recente motu proprio di S. S. Benedetto XVI, ammettendo questo fallimento, tenta di rimediarvi prendendo provvedimenti più coraggiosi. Il Papa infatti ha avviato una liberalizzazione ben maggiore della precedente, stabilendo che:
1, il vecchio rito è non solo tollerato ma anche approvato come pienamente legittimo, in quanto costituisce “forma straordinaria” della celebrazione della liturgia eucaristica secondo il Rito Romano, senza compromettere la validità della sua “forma ordinaria”, che rimane il Messale di Paolo VI;
2, la celebrazione del vecchio rito è quindi automaticamente legittima, senza bisogno di autorizzazioni episcopali e senza limitazioni di tempo, spazio e opportunità, per cui può essere svolta anche nell'ambito della somministrazione dei Sacramenti e anche in seno a parrocchie e a comunità sacerdotali e religiose; inoltre si possono riservare luoghi alla sua celebrazione, ove vi sia un gruppo stabile di fedeli che la richieda, purché ciò non provochi confusione o conflitti;
3, è opportuno favorire la diffusione del vecchio rito nel clero, in quanto essa potrebbe favorire una più corretta celebrazione del nuovo rito, correggendone o almeno arginandone gli abusi; in questo modo, si potrebbe superare il divario sorto fra due riti e i loro rispettivi sostenitori, favorendo quindi il ritorno all'unità ecclesiale.

Riallacciare la continuità liturgica per ricomporre l'unità ecclesiale

Quest'ultima motivazione della liberalizzazione va approfondita. L'importante lettera papale ai vescovi, allegata al motu proprio, afferma che “l'uso dell'antico Messale presuppone un certo livello di formazione liturgica che non si trova tanto frequentemente”; esso quindi potrebbe riportare la celebrazione della nuova Messa a un livello di sacralità e decoro oggi compromesso.
Quest'ammissione della superiorità liturgica del vecchio rito sul nuovo, e questa prospettiva di correggere l'uso del secondo con quello del primo, pare buon un punto di partenza per avviare quella “riforma della riforma” auspicata da tempo dall'attuale Pontefice.
Già nel 1976, l'allora mons. Ratzinger scrisse: «Il problema del nuovo Messale sta nel fatto di aver abbandonato un processo storico sempre continuato, prima e dopo san Pio V, e di aver compilato di un testo del tutto nuovo», inserendo nella evoluzione omogenea della liturgia una sorta di frattura che ha compromesso l’unità ecclesiale. Questa frattura va risanata, per assicurare il proseguimento di quella continuità liturgica che – dalla Messa di Papa san Damaso e poi di Papa san Gregorio Magno, attraverso il Messale di Papa san Pio V – è arrivata fino ai nostri tempi. Ratzinger espresse la speranza che la liberalizzazione del rito antico potesse favorire «il ritorno del nuovo Messale nell'alveo del Messale antico, non essendo altro, in questo caso, che uno stadio della crescita» (1).
Insomma, la prospettiva non sarebbe quella di sostituire il vecchio col nuovo, né di adattare il vecchio al nuovo, ma semmai di adattare il nuovo al vecchio, per garantire la continuità della lex orandi e quindi della lex credendi, e con ciò anche la continuità tra la “Chiesa controriformista” di ieri e la “Chiesa conciliare” di oggi. Quello di assicurare una continuità senza fratture orientata verso una “nuova sintesi” capace di riconciliare vecchio e nuovo, è un tema tipico di colui che oggi è diventato Papa, fin da quando pubblicò il suo celebre Rapporto sulla Fede (2).
Orbene, il fatto stesso che Benedetto XVI senta l'esigenza di riallacciare la continuità liturgica allo scopo di ricomporre l'unità ecclesiale, vuol dire ammettere implicitamente che tale continuità e tale unità sono state rotte, o perlomeno gravemente compromesse, durante l’avventuroso periodo postconciliare. Sotto l’influenza del processo rivoluzionario di relativizzazione e secolarizzazione, da tempo penetrato all’interno della Chiesa, la liturgia romana ha subìto un degrado ormai giunto alle sue più gravi conseguenze. Tutti possono constatare che non solo la qualità, ma anche il semplice decoro delle celebrazioni liturgiche sono arrivate al più basso livello mai raggiunto nella storia della Chiesa.

Il fallimento del liturgismo progressista

Ma come si è potuti arrivare a questo disastroso risultato? Esso non è dovuto al rifiuto della lingua latina, sebbene ciò favorisca la divisione e in certe situazioni imponga soluzioni grottesche: come quando, per fedeli di varie nazionalità, il celebrante pronuncia ogni parte del rito in una lingua diversa. Il disastro è stato causato innanzitutto dall’abuso speri-mentalistico del nuovo rito,
L’abuso del nuovo rito è stato dapprima teorizzato e poi realizzato dal liturgismo progressista, il cui fallimento viene oggi sancito proprio dalla crisi della liturgia postconciliare che aveva ispirato. Come già denunciò l’allora card. Ratzinger, nella comunità ecclesiale “è andato disperso il proprium liturgico” (3), cioè si è perso il senso stesso del rito, inteso come azione sacra e sacrificale, che dovrebbe renderlo una sia pur pallida imitazione della celeste Liturgia celebrata nel Paradiso da Angeli e Santi all'augusta presenza di Dio. Sancendo la preminenza della “liturgia della Parola” sulla liturgia del Sacrificio, e tendendo ad affogare questa in quella, le odierne celebrazioni favoriscono non tanto l'elevazione verso Dio quanto la partecipazione comunitaria, e suscitano non tanto la devozione religiosa quanto l'umana comprensione e solidarietà.
Ormai si ritiene che la liturgia debba celebrare non tanto i misteri divini quanto la vita della comunità, esprimendovi le aspirazioni dell'uomo moderno mediante l'esercizio della più spontanea “creatività” (4); di conseguenza, le celebrazioni diventano variabili ad libitum, adeguandosi agl'impulsi più soggettivi delle umane tendenze collettive. “La nuova liturgia è dunque psicologistica anziché ontologica, soggettiva anziché oggettiva, è antropologica e non teologica, non esprime il trascendente mistero ma i sentimenti con cui i fedeli lo percepiscono, (...) come se si trattasse di esprimere sé stessi anziché di adorare, di dar forma al mistero anziché di conformarsi al mistero” (5).
Insomma, da dramma sacro la Messa è diventata troppo spesso spettacolo profano. In essa, con la complicità o la rassegnazione del sacerdote, sotto l'impulso degli “animatori liturgici”, un'assemblea di gente si raduna per recitare, informarsi e “fare comunità”. L’attuale “liturgia della Parola” sembra piuttosto una liturgia della chiacchiera e del rumore, che non solo ostacola concentrazione, meditazione e preghiera, ma immerge il fedele in un'atmosfera mondana in cui tutti i fattori terreni, invece di essere filtrati, purificati e messi al servizio del culto, gli restano estranei ed anzi si sostituiscono ad esso, in una sorta di celebrazione umanitaria promossa da una agenzia sociale dedita al culto della “vita”, della “terra” e del “lavoro dell'uomo”, come del resto è suggerito dalla più diffusa variante del nuovo Offertorio.
Chiaramente, la situazione è stata aggravata dalla mancanza di prudenza e di vigilanza da parte delle autorità ecclesiastiche. Nonostante abbia per decenni ricevuto segnalazioni, denunce e proteste da parte del clero e del fedeli indignati per gli abusi, la Gerarchia si è quasi sempre attenuta al rovinoso motto “non proibire né reprimere”, finendo col favorire il degrado con una tolleranza poi diventata acquiescenza e perfino complicità.
C'è quindi da meravigliarsi se oggi i fedeli faticano a partecipare a queste manifestazioni, se i giovani le preferiscono altri modi e luoghi di ritrovo? Com’è noto, la frequenza alla Messa è scesa ai minimi livelli storici; statistiche del CENSIS ci rivelano che, sebbene l'86% degli Italiani si dichiari cattolico e il 92% degli studenti scelga l'insegnamento catechistico, solo il 21,4% va regolarmente alle funzioni liturgiche; inoltre, molti altri ci vanno solo saltuariamente perché “si annoiano” e “non avvertono un clima spirituale” (6). Un risultato fallimentare, per una riforma liturgica che aveva l'intenzione di coinvolgere e responsabilizzare il pubblico mediante celebrazioni comprensibili ed attraenti!

Il progressivo degrado del nuovo rito

Tuttavia la crisi liturgica non è stata provocata solo dall’abuso ma anche dall’uso; le regole che hanno sancito l’uso della nuova Messa non solo non ne hanno impedito l’abuso, ma anzi lo hanno favorito e perfino implicitamente giustificato. Se vogliamo risalire alle radici strutturali del problema, dobbiamo risalire alla riforma postconciliare e al meccanismo delle sue progressive attuazioni settoriali e locali, animate da quella che Paolo VI chiamava «nuova pedagogia religiosa instaurata dall'attuale rinnovamento liturgico” (7).
La cosa non deve scandalizzare, se si nota che già nel 1985 l'allora cardinale Ratzinger metteva in discussione proprio questo processo, quando si domandava se “le singole tappe della riforma liturgica dopo il Vaticano II siano state pastoralmente sagge, o non – al contrario – sconsiderate. (...) Anche le riforme già eseguite, specialmente riguardo al rituale, devono essere riesaminate sotto questi punti di vista” (8).
Quella liturgica, del resto, è stata una rivoluzione annunciata e teorizzata fin dalla partenza. Alla vigilia del varo della riforma, l'episcopato francese ammonì che, “in un momento in cui l'evoluzione del mondo si è velocizzata, non è più possibile considerare i riti come definitivamente stabiliti, ma sono destinati ad essere continuamente aggiornati” (9). Da parte sua l’episcopato inglese avvisò che «la riforma liturgica è, in un senso profondissimo, la chiave dell’ “aggiornamento” conciliare; è da qui che comincia la nostra rivoluzione” (10).
Mons. Franquesa, segretario del Consilium vaticano che preparava la riforma liturgica, l’annunciò alla stampa precisando che “si tratta di dare nuove strutture a riti interi; si tratta quasi di un rifacimento e, per certi aspetti, di una nuova creazione. L'immagine di liturgia data dal Concilio è completamente differente da quella che c'era prima” (11).
Non appena venne pubblicato il nuovo Messale, l’episcopato belga disse significativamente ch'esso costituiva non un punto di arrivo, bensì «il primo punto finale» di una rivoluzione che doveva progressivamente adeguare l'intera liturgia alle esigenze della società moderna, favorendo una sempre maggiore “inculturazione” del rito e quindi realizzando un pieno “pluralismo liturgico” (12).
In concreto mons. Bugnini, regista della riforma liturgica, la programmò in quattro fasi progressive: abbandono del latino, rifacimento dei libri liturgici, loro traduzione nelle lingue “vive”, adattamento dei riti alle mentalità ed usanze locali (13).
Quest’ultima fase fu la più grave, in quanto avviò una vera e propria rivoluzione permanente della liturgia. Volendo applicare il metodo della “collegialità” al campo rituale, infatti, la Sacra Congregazione del Culto Divino affidò la concreta attuazione della riforma alle Conferenze Episcopali nazionali (14), le quali a loro volta l'affidarono alle loro commissioni liturgiche, spesso dominate da “esperti” che, più che di liturgia, erano pratici di psicologia, sociologia e “animazione comunitaria”.
Facendosi forti dell'autorizzazione episcopale, queste commissioni hanno adattato il nuovo rito alle supposte esigenze delle realtà locali o settoriali o associative, nella illusione di assicurare il maggior coinvolgimento e partecipazione possibile dei fedeli. Questo adattamento è avvenuto grazie all'adozione di varianti, eccezioni e dispense liturgiche così numerose, da arrivare a smentire la regola sostituendosi ad essa. La dissoluzione è stata completata dalle sempre più audaci “sperimentazioni” liturgiche le quali, se in teoria erano ammesse solo come locali, temporanee e facoltative, in realtà diventavano universali, definitive e obbligatorie.
In questo modo, nella sua attuazione concreta, il rito romano ha perso non solo la propria sacra immutabilità e inviolabilità (15), ma perfino la propria identità, in quanto è stato ridotto ad una sorta di schema liturgico adattabile alle esigenze più svariate, siano esse “umane” (ossia mondane) e “popolari” (ossia demagogiche), comprese quelle profane e illecite.
Sono quindi sorti riti per tutti i luoghi, tempi, gusti e ambienti: dai riti per le comunità tribali dell'Africa e dell’Asia fino a quelli per le comunità omosessuali (come in Olanda) e per i gruppi guerriglieri (come in Brasile).
Il pluralismo liturgico è diventato frammentazione ed anarchia, nella continua ricerca di soluzioni e trovate fai-da-te, costruendo un mosaico di eccezioni che hanno finito col dissolvere la regola. Nel culto cattolico è stata applicata quella massima generale che già lo scrittore Kafka aveva denunziato come responsabile del degrado spirituale dell’Europa: “ormai non esistono più misteri ma solo istruzioni per l’uso”. Insomma, attuandosi progressivamente nel tempo e nello spazio, la riforma del 1970 ha rivelato la propria occulta pericolosità favorendo una rivoluzione liturgica, una relativizzazione e secolarizzazione del rito che tende alla propria dissoluzione, lasciando intravedere quello che sarà il suo “ultimo punto finale”, per usare la terminologia dei progressisti: ossia un culto di tipo tribale.

L'equivoco del rito abolito

Tuttavia, la sola esigenza di risanare le fratture nell’unità ecclesiale provocate dall'attuale crisi liturgica non sarebbe stata sufficiente a spingere la Santa Sede a liberalizzare il vecchio rito. Essa è stata convinta a farlo dall'intervento di un secondo e più importante fattore: l'imprevisto ritorno di popolarità della liturgia tradizionale in seno al popolo cristiano.
Per molto tempo, negli ambienti ecclesiastici è stata diffusa la convinzione che l'instaurazione della nuova Messa abbia implicitamente abrogato la vecchia vietandone la celebrazione. Si trattava di una valutazione falsa e arbitraria, oggi smentita da Benedetto XVI, ma che sembrava confermata da alcuni accenni fatti da Paolo VI (16).
Egli aveva espresso disapprovazione per l'uso dell'antico Messale, in quanto questo “riflette una ecclesiologia superata” (17); secondo lui, per usare una immagine evangelica, il “vino nuovo” del Concilio non poteva essere conservato nel “vecchio otre” del rito preconciliare, dove rischiava di ammuffire, ma doveva essere trasferito nel “nuovo otre” del rito postconciliare; con la riforma liturgica, “il soffio dello Spirito, che chiama la Chiesa a questa mutazione, (...) la scuote, la ridesta e la obbliga a rinnovare l'arte misteriosa della sua preghiera” (18).
Del resto, nel varare il nuovo Messale, Paolo VI non si curò affatto di precisare la situazione giuridica del vecchio né di regolamentarne l'uso, in quanto riteneva che sarebbe scomparso in modo indolore in quanto progressivamente abbandonato dai fedeli. Per favorire questa scomparsa, gli episcopati nazionali ebbero cura di soppiantare il vecchio rito col nuovo, non tanto promulgando chiare norme e disposizioni, quanto ricorrendo a dissuasioni, divieti e minacce, e spesso anche a punizioni e ritorsioni, contro quei sacerdoti che facevano resistenza. Sia la Santa Sede che gli episcopati considerarono chiusa la questione, senza rispondere alle perplessità e alle critiche sollevate da più parti – anche autorevolissime, come nel famoso caso dei cardinali Ottaviani e Bacci – verso l'opportunità e perfino la ortodossia della nuova liturgia (19).
La fine del rito tradizionale sembrava dunque segnata, era solo questione di tempo: bastava aspettare che i sacerdoti che vi erano rimasti fedeli venissero sostituiti dalla nuova generazione di preti, formata dal nuovo rito, la quale avrebbe semplicemente dimenticato il vecchio, come oggi nessuno pensa di poter viaggiare in carrozza ma va tranquillamente in auto.
Del resto, specialmente dopo il '68 e il montare del “dissenso cattolico”, l'azione velenosa dello spirito rivoluzionario andava sempre più diffondendo nel clero una mentalità ostile a tutto ciò che è sacro o anche semplicemente solenne, decoroso e ordinato, estinguendo ogni aspirazione o anche solo nostalgia per un passato liturgico ormai definitivamente “superato”.

L’imprevista riscossa del vecchio rito

Eppure le cose sono andate diversamente, confermando il celebre detto secondo cui, se l’uomo propone, è però Dio che dispone per il futuro. Proprio il dilagare dei fattori dissolutivi in seno alla Chiesa ha finito col rompere il pericolosissimo processo di lenta e indolore sparizione della liturgia tradizionale, favorendo il dilagare di una crisi che ha creato discontinuità, divisioni e rotture, ma che ha anche risvegliato la vigilanza dei buoni e suscitato la reazione dei migliori.
Il malessere per il degrado subìto dal nuovo rito ha favorito un certo ritorno d'interesse e di affetto per quello vecchio, specialmente fra i giovani. Basti pensare che oggi i “centri di Messa tradizionale” sono molto più numerosi di quanto lo erano all'epoca di Paolo VI, e che questa rinascita è avvenuta, paradossalmente, proprio nelle nazioni più colpite dal degrado liturgico: non solo la Francia, la Germania e i Paesi Bassi, ma anche l'Inghilterra, l'Australia e soprattutto gli Stati Uniti.
A nostro avviso, l'aspetto più significativo del provvedimento voluto da Benedetto XVI sta nell’ammissione che il nuovo rito non ha fatto dimenticare il vecchio né lo ha soppiantato del tutto, per cui si è reso necessario liberalizzare il Messale antico soprattutto per regolamentarne la crescente diffusione.
Difatti la citata lettera pontificia ai vescovi, annessa al motu proprio, ammette: «E' emerso chiaramente che anche i giovani scoprono questa forma liturgica, si sentono attirati da essa e vi trovano una forma, particolarmente appropriata per loro, d'incontro con il Mistero della Santissima Eucaristia. Così è sorto un bisogno di un regolamento giuridico più chiaro che, al tempo del motu proprio del 1988, non era prevedibile». O meglio: non era prevedibile in una prospettiva progressista, che non ammette “involuzioni” se non parziali e momentanee; ma era prevedibile in una prospettiva realistica e soprannaturale, la quale ben sa che le esigenze rispondenti alla natura umana, e soprattutto ai piani di Dio, non possono essere indefinitamente impedite e frustrate, per cui, prima o poi, esse ritornano a imporsi. Ed oggi, per un provvidenziale paradosso, quella stessa esigenza di adeguarsi allo “spirito del tempo” e ad esaudire le “esigenze del popolo”, che aveva spinto l'autorità ecclesiastica a cancellare il vecchio rito, oggi la spinge a liberalizzarlo.
Ma com'è stato possibile l'attuale ricupero del vecchio rito? Esso è stata potentemente favorito da un'azione pluridecennale, svolta dagli apostoli e martiri di quella che potremmo chiamare “resistenza liturgica” del nostro tempo. Tale resistenza è stata animata da quei sacerdoti e fedeli, da quegl'istituti e movimenti ecclesiastici o laici, e da quelle riviste e bollettini (20), che dal 1970 ad oggi hanno tenacemente difeso la legittimità, la santità e l'attualità del vecchio rito, favorendone la conoscenza e la celebrazione e quindi permettendone dapprima la sopravvivenza e poi la riscossa.
Questi sacerdoti e fedeli hanno resistito all'isolamento, alle derisioni, alle calunnie, alle ritorsioni e alle persecuzioni promosse da mass-media, “esperti” e perfino autorità ecclesiastiche. Animati da un solido sensus fidei, essi hanno confidato nella santità, indefettibilità e continuità della Chiesa, mantenendo, nonostante tutto, una posizione di obbedienza e lealtà verso la Gerarchia, resistendo alla tentazione di separarsi da Roma, di realizzare una mini-chiesa autonoma e autosufficiente, dedita a coltivare l'orticello della liturgia tradizionale, ma ridotta a un ulteriore esempio di religiosità fai-da-te, e che quindi non può contribuire seriamente a risolvere la crisi.
A queste benemerite associazioni va il nostro plauso e la nostra riconoscenza, in quanto esse hanno sostenuto una dura battaglia nei tanti anni d'incomprensione, isolamento e persecuzione. Vogliamo ricordare e ringraziare in particolare quei non pochi sacerdoti che sono rimasti sempre fedeli alla Messa tradizionale, anche senza ottenere permessi o indulti, anche se ostacolati dal loro vescovo, anche se costretti a celebrarla in modo clandestino o semi-clandestino, come se avessero la peste e rischiassero di contagiarne il popolo. La maggior parte di loro sono ormai morti, ma anche per questo desideriamo commemorarli, ora che il loro sacrificio ci permette di raccogliere quei primi frutti che essi non hanno fatto in tempo a vedere; ci conforta il fatto che essi ora godono in Cielo la ricompensa della loro fedeltà, partecipando alla Liturgia celeste, ma continuando a pregare per la restaurazione di quella terrena.

Timori e speranze

Il degrado del nuovo rito, la riscossa di quello vecchio e la sua conseguente liberalizzazione pontificia, sono i tre fattori che ormai manifestano il fallimento (e forse annunciano la fine) di quel liturgismo progressista, razionalista e secolarizzatore, estremo erede del modernismo, che ha cercato di realizzare il progetto modernista nel campo liturgico, provocando la spaventosa frattura e crisi religiosa che oggi lamentiamo.
Ovviamente non c'illudiamo che la liberalizzazione del vecchio rito sia sufficiente a risanare il degrado liturgico, tantomeno la generale crisi religiosa, che richiede interventi ben più ampi ed incisivi capaci di correggere sia la “prassi” progressista che la sua giustificazione teorica.
C'è anzi il rischio che tale liberalizzazione si riduca a fornire ai fedeli una scelta in più fra le tante già previste dall'erroneo “pluralismo” liturgico, limitandosi ad aggiungere un pezzo sano nel plateau de fromages ormai ricco di pezzi guasti o avvelenati; ciò contribuirebbe ad accrescere la confusione e a suscitare pericolose illusioni e delusioni.
Più il generale, c'è il rischio che la “riforma della riforma”, se male intesa, finisca col favorire nel campo religioso un “cambiamento di paradigma” analogo a quello che la Rivoluzione anticristiana più avanzata va promuovendo nel campo profano, nella illusione di salvare dal fallimento il progetto “moderno” rovesciandolo in quello “postmoderno”: il che comporta un passaggio dalla prospettiva centralistica a quella policentrica, da costruttiva a dissolutiva, da razionalistica a irrazionalistica.
Traducendo questa manovra nel campo ecclesiale, ciò significherebbe pretendere di risanare la crisi postconciliare sviluppandola in senso libertario, di rimediare ad un eccesso bilanciandolo con quello opposto, realizzando una soluzione intermedia – una “nuova sintesi” – tra sacro e profano, tra antico e moderno, tra Tradizione e Rivoluzione.
Ma la storia contemporanea è un cimitero di questi tentativi, tutti falliti in quanto hanno finito con l'aggravare la crisi religiosa o con lo strumentalizzare e vampirizzare il soprannaturale per assicurare una certa vitalità e sopravvivenza ai progetti profani e mondani. Questa sarebbe solo una «rivoluzione di segno contrario», e non quel “contrario della Rivoluzione» di cui abbiamo bisogno, come ammoniva a suo tempo il conte de Maistre” (21). Un tal rischio va denunciato con cura ed evitato con decisione.
Comunque sia, la liberalizzazione del Rito Romano tradizionale, il più antico, universale e santo della Chiesa, è una riconquista che va accolta con gioia, riconoscenza, speranza e impegno; soprattutto con impegno, per far sì che questa occasione storica, ben lungi dal diventare fattore di confusione, segni l'inizio del tanto auspicato risanamento liturgico.

Centro Culturale Lepanto


Note

1) J. Ratzinger, lettera al prof. Waldstein, del 14-12-1976; cfr. "Chiesa Viva", n. 140 (1984), p. 6.
2) J. Ratzinger, Rapporto sulla Fede, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1985.
3) J. Ratzinger, Rapporto sulla fede, cit., p. 130.
4) Ad esempio, mons. Magrassi, allora segretario della commissione liturgica della C.E.I., esaltò il fatto che il nuovo rito permette «vastissimi spazi di creatività» (cfr. "Il Regno - attualità", 15-9-1981).
5) R. Amerio, Iota unum. Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel secolo XX, Ricciardi-Mondadori, Napoli-Milano 1986, pp. 531-532.
6) "La Repubblica", 8-7-2007.
7) Paolo VI, discorso del 13-1-1965.
8) J. Ratzinger, Rapporto sulla fede, cit., pp. 124-125.
9) "Présence et Dialogue", bollettino dell'Arcivescovado di Parigi, settembre 1969.
10) Cfr. "La Documentation Catholique", Paris 1967, col. 2072.
11) Conferenza-stampa del 4-1-1967; cfr. D. Bonneterre, Le mouvement liturgique, Fideliter, Escurolles 1980, p. 155.
12) Cfr. M. De Corte, La grande eresia, Volpe, Roma 1970, p. 60.
13) Cfr. Courrier de Rome, La rivoluzione permanente nella liturgia, Una Voce, Roma 1976, pp. 22-30.
14) Cfr. ad es. Sacra Congregazione del Culto Divino, lettera alle Conferenze Episcopali Nazionali, del 27-4-1973.
15) René Girard, noto sociologo delle religioni, nel difendere la liberalizzazione del vecchio rito, ha ricordato che «la nozione di rituale implica l'assenza di cambiamento ed è inscindibile dalla continuità, perché, se si cambia di continuo, si finirà per distruggere il rituale stesso» (R. Girard, Sarebbe ridicolo proibirne l'uso, su "La Repubblica", 3-7-2007).
16) Paolo VI, discorso al Concistoro del 24-5-1976.
17) Paolo VI, lettera a mons. Marcel Lefèbvre, del 11-10-1976.
18) Paolo VI, discorso del 26-11-1969.
19) Cfr. Breve esame critico del Novus Ordo Missae, Una Voce, Roma 1971.
20) Ricordiamo una rivista per tutte: la francese Itinéraires, che già nel 1970 presentò a Paolo VI uno storico appello, firmato anche da numerosi teologi, che l'implorava di restituire l'antica Messa ai fedeli. L'appello rimase senza risposta.
21) J. de Maistre, Considerazioni sulla Francia (1797), conclusione.

Fonte: Lepanto Focus 5/2008

martedì 16 settembre 2008

La denuncia di Mons. Perl: "I vescovi ostacolano la Messa in latino"

CITTA' DEL VATICANO - La messa in latino viene di fatto ostacolata dagli stessi vescovi. A denunciarlo in un convegno nella Città del Vaticano è il Segretario della Commissione Ecclesia Dei, monsignor Camille Perl: "In Italia la maggioranza dei vescovi, con poche ammirevoli eccezioni, ha posto ostacoli all'applicazione del motu proprio sulla messa in latino. Lo stesso bisogna dire di molti superiori generali che vietano ai loro sacerdoti di celebrare la messa secondo il rito antico".
Ad organizzare l'incontro "Il motu proprio Summorum Pontificum di Sua Santità Benedetto XVI - Una ricchezza spirituale per tutta la Chiesa un anno dopo" l'associazione "Giovani e tradizione" con il patrocinio della Commissione "Ecclesia Dei", il cui compito è quello di favorire il rientro dei lefevbriani all'interno della Chiesa cattolica.

Ma ostacoli alla messa in latino ci sono anche all'estero: "In Germania la Conferenza episcopale ha pubblicato una direttiva molto burocratica che rende di difficile applicazione il motu proprio". Le richieste da parte dei fedeli provengono da un nucleo di Paesi: Francia, Gran Bretagna, Canada, Stati Uniti, Australia. In Francia vi sono luci e ombre. Alcuni giovani sacerdoti hanno preso l'iniziativa, ha spiegato monsignor Perl, di celebrare la messa secondo il rito di San Pio V rivisto da Giovanni XXIII senza chiedere l'autorizzazione ai vescovi. "Del resto - ha detto il Segretario di Ecclesia Dei - il Papa aveva messo nelle loro mani il messale antico. Alcuni vescovi hanno appoggiato queste iniziative, altri no".

Ma il problema in Francia come in Germania è, più in generale, la scarsità dei sacerdoti: "Si accumulano sulla mia scrivania le lettere di fedeli di varie parti del mondo che reclamano l'applicazione del motu proprio. Ma bisogna tenere conto del fatto che il numero dei sacerdoti è scarso un po' ovunque. Così un prete che deve già celebrare tre o quattro messe in un giorno non riesce ad aggiungerne un'altra. Questo è un problema soprattutto nelle diocesi di campagna in Francia e in Germania dove un solo prete ha un territorio ampio da coprire".

Inoltre, ha detto ancora monsignor Perl, "bisogna tenere conto che il rito riformato da Paolo VI è in vigore da 40 anni e ci sono molti preti che non sanno celebrare la messa con il vecchio rito; senza contare che sono stati indottrinati secondo una visione precisa: cioè che la vecchia liturgia superata". Tuttavia ci sono anche giovani sacerdoti che vogliono celebrare la messa in latino "e credo che il Papa abbia fatto il motu proprio pensando a loro".

Anche negli Stati Uniti ci sono fedeli che devono fare parecchia strada per raggiungere la chiesa dove si celebra la messa in latino perché non tutti i sacerdoti la vogliono celebrare. Così, ha detto Perl, "dobbiamo ricordarci che un anno è poco nella vita della Chiesa, ed è normale che molti fedeli siano delusi perché pensavano a un'applicazione immediata e capillare ovunque". Tuttavia, a un anno di distanza il clima sta cambiando favorevolmente

"Non abbiamo intenzione di fare il processo alla liturgia nuova", tuttavia la liturgia post-conciliare "è una mescolanza di antico e nuovo che produce spesso una mancanza di armonia e una confusione", ha concluso monsignor Perl.

Fonte: La Repubblica.it (16 settembre 2008)

L'appello del Papa a Lourdes

Il Papa nell'incontro presso l’Hémicycle Sainte Bernadette, a Lourdes, con la Conferenza Episcopale Francese, ha esortato all'unità della S. Chiesa contro ogni forma di relativismo: etico e liturgico. Leggiamo le parole del S. Padre:

Signori Cardinali,

carissimi Fratelli nell’Episcopato!

È la prima volta dall’inizio del mio Pontificato che ho la gioia di incontrarvi tutti insieme.
Saluto cordialmente il vostro Presidente, il Cardinale André Vingt-Trois, e lo ringrazio delle profonde parole che mi ha rivolto a vostro nome. Saluto anche con piacere i Vice-Presidenti, così come il Segretario Generale e i suoi collaboratori. Un saluto caloroso rivolgo a ciascuno di voi, miei Fratelli nell’Episcopato, che siete venuti dai quattro angoli della Francia e d’oltremare.

Il mio pensiero va anche a Mons. François Garnier, Arcivescovo di Cambrai, che celebra oggi a Valenciennes il Millenario di “Notre-Dame du Saint-Cordon”. Mi rallegro di essere stasera tra voi in questo emiciclo intitolato a “Sainte Bernadette”, che è il luogo ordinario delle vostre preghiere e dei vostri incontri, luogo nel quale esponete le vostre preoccupazioni e le vostre speranze, luogo anche delle vostre discussioni e delle vostre riflessioni. Questa sala è posta in un punto privilegiato presso la grotta e le basiliche mariane.

Certo, le visite “ad limina” vi consentono di incontrare regolarmente il Successore di Pietro a Roma, ma il momento che noi ora viviamo ci è dato come una grazia per confermare i legami stretti che ci uniscono nella partecipazione al medesimo sacerdozio direttamente derivante da quello di Cristo redentore.

Vi incoraggio a continuare a lavorare nell’unità e nella fiducia, in piena comunione con Pietro che è venuto per confermare la vostra fede. Sono tante, l'avete detto voi, Eminenza, le vostre e le nostre attuali preoccupazioni!

So che intendete impegnarvi con entusiasmo a lavorare entro il nuovo quadro definito con la riorganizzazione della carta delle province ecclesiastiche, e me ne rallegro vivamente. Vorrei profittare di questa occasione per riflettere con voi su qualche tema che so essere al centro della vostra attenzione. La Chiesa – Una, Santa, Cattolica e Apostolica - vi ha generati mediante il Battesimo. Essa vi ha chiamati al suo servizio; voi le avete donato la vostra vita, prima come diaconi e sacerdoti, poi come Vescovi. Vi esprimo tutto il mio apprezzamento per questo dono delle vostre persone: nonostante l’ampiezza del compito, che ne sottolinea l’onore – honor, onus ! – voi adempite con fedeltà e umiltà il triplice vostro compito, nei confronti del gregge che vi è affidato, di insegnare, governare, santificare, alla luce della Costituzione Lumen gentium (nn.25-28) e del Decreto Christus Dominus.

Successori degli Apostoli, voi rappresentate il Cristo a capo delle diocesi che vi sono state affidate, e vi sforzate di realizzare in esse l’immagine del Vescovo tracciata da san Paolo; dovete crescere senza posa in questa via, nell’intento di essere sempre più “ospitali, amanti del bene, assennati, giusti, pii, padroni di voi stessi, attaccati alla dottrina sicura, secondo l’insegnamento trasmesso” (cfr Tt 1,8-9).

Il popolo cristiano deve guardarvi con affezione e rispetto. Fin dalle origini la tradizione cristiana ha insistito su questo punto: “Tutti quelli che sono per Dio e per Gesù Cristo, sono con il Vescovo” scriveva sant’Ignazio di Antiochia (Ai Filad., 3,2), il quale aggiungeva pure: “Colui che il padrone di casa invia per amministrare la sua casa, noi dobbiamo accoglierlo come accoglieremmo colui che lo ha inviato” (Agli Efes. 6,1). La vostra missione, soprattutto spirituale, sta dunque nel creare le condizioni necessarie perché i fedeli possano, per citare di nuovo Sant'Ignazio, “cantare ad una sola voce mediante Cristo un inno al Padre” (Ibid. 4,2) e in tal modo fare della loro vita un’offerta a Dio. Voi siete giustamente convinti che per far crescere in ogni battezzato il gusto di Dio e la comprensione del senso della vita, la catechesi riveste un’importanza fondamentale. I due strumenti principali di cui disponete, il Catechismo della Chiesa Cattolica e il Catechismo dei Vescovi di Francia, costituiscono mezzi preziosi. Offrono infatti una sintesi armoniosa della fede cattolica e consentono di annunciare il Vangelo con fedeltà reale alla sua ricchezza. La catechesi non è innanzitutto una questione di metodo, ma di contenuto, come indica il suo stesso nome: si tratta di un’assimilazione organica (katechein) dell’insieme della rivelazione cristiana, capace di mettere a disposizione delle intelligenze e dei cuori la Parola di Colui che ha dato la sua vita per noi. In questo modo, la catechesi fa risuonare nel cuore di ciascun essere umano un unico appello rinnovato senza posa: “Seguimi” (Mt 9,9).

Una accurata preparazione dei catechisti consentirà la trasmissione integrale della fede, secondo l’esempio di san Paolo, il più grande catechista di tutti i tempi, al quale guardiamo con un’ammirazione particolare in questo bimillenario della sua nascita. In mezzo alle cure apostoliche egli esortava così: “Verrà giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole” (2 Tm 4,3-4). Consapevoli del grande realismo delle sue previsioni, con umiltà e perseveranza voi vi sforzate di corrispondere alle sue raccomandazioni:

“Annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna … con ogni magnanimità e dottrina” (2 Tm 4,2). Per realizzare efficacemente questo compito, voi avete bisogno di collaboratori. Per questo motivo le vocazioni sacerdotali e religiose meritano più che mai di essere incoraggiate. Sono stato informato delle iniziative che con fede vengono prese in questo settore e ci tengo a recare tutto il mio sostegno a coloro che non hanno paura, come ha fatto Cristo, di invitare giovani e meno giovani a mettersi al servizio del Maestro che è qui e chiama (cfr Gv 11,28).

Vorrei ringraziare calorosamente e incoraggiare tutte le famiglie, tutte le parrocchie, tutte le comunità cristiane e tutti i Movimenti di Chiesa, che sono il terreno fertile capace di dare il buon frutto (cfr Mt 13, 14) delle vocazioni. In questo contesto, non posso tralasciare di esprimere la mia riconoscenza per le innumerevoli preghiere dei veri discepoli di Cristo e della sua Chiesa. Vi sono tra loro sacerdoti, religiosi e religiose, persone anziane o malate, anche prigionieri, che per decenni hanno fatto salire a Dio le loro suppliche per dar compimento al comando di Gesù: “Pregate il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe”(Mt 9,38). Il Vescovo e le comunità di fedeli devono, per quel che le riguarda, favorire ed accogliere le vocazioni sacerdotali e religiose, poggiando sulla grazia che dona lo Spirito Santo in vista di porre in atto il discernimento necessario. Sì, carissimi Fratelli nell’Episcopato, continuate a chiamare al sacerdozio e alla vita religiosa, così come Pietro gettò le sue reti in adempimento dell’ordine del Maestro, pur avendo passato la notte a pescare senza prendere nulla (cfr Lc 5,5).

Non si ripeterà mai abbastanza che il sacerdozio è indispensabile alla Chiesa, nell’interesse dello stesso laicato. I sacerdoti sono un dono di Dio per la Chiesa. I sacerdoti non possono delegare le loro funzioni ai fedeli in ciò che concerne i loro propri compiti.

Cari Fratelli nell’Episcopato, vi esorto a perseverare con ogni premura nell’aiutare i vostri sacerdoti a vivere in intima unione con Cristo. La loro vita spirituale è il fondamento della loro vita apostolica. Li esorterete pertanto con dolcezza alla preghiera quotidiana e alla degna celebrazione dei Sacramenti, soprattutto dell’Eucaristia e della Riconciliazione, come faceva san Francesco di Sales con i suoi preti. Ogni sacerdote deve potersi sentire felice di servire la Chiesa.

Alla scuola del Curato d’Ars, figlio della vostra Terra e patrono di tutti i parroci del mondo, non cessate di ridire che un uomo non può far nulla di più grande che donare ai fedeli il Corpo e il Sangue di Cristo e perdonare i peccati. Cercate di essere attenti alla loro formazione umana, intellettuale e spirituale, come anche ai loro mezzi di sussistenza. Sforzatevi, nonostante il carico delle vostre pesanti occupazioni, di incontrarli regolarmente e sappiate riceverli come dei fratelli ed amici (cfr LG 28, CD 16). I sacerdoti hanno bisogno del vostro affetto, del vostro incoraggiamento e della vostra sollecitudine. Siate loro vicini e abbiate un’attenzione particolare per coloro che sono in difficoltà, malati o anziani (cfr CD 16). Non dimenticate che essi sono, come dice il Concilio Vaticano II riprendendo la stupenda espressione usata da sant’Ignazio di Antiochia nella Lettera ai cristiani di Magnesia, “la corona spirituale del Vescovo”(cfr LG 41). Il culto liturgico è l’espressione più alta della vita sacerdotale ed episcopale, come anche dell’insegnamento catechetico. Il vostro compito di santificazione del popolo dei fedeli, cari Fratelli, è indispensabile alla crescita della Chiesa.

Nel “Motu proprio” Summorum Pontificum sono stato portato a precisare le condizioni di esercizio di tale compito, in ciò che concerne la possibilità di usare tanto il Messale del Beato Giovanni XXIII (1962) quanto quello del Papa Paolo VI (1970).
Alcuni frutti di queste nuove disposizioni si sono già manifestati, e io spero che l’indispensabile pacificazione degli spiriti sia, per grazia di Dio, in via di realizzarsi. Misuro le difficoltà che voi incontrate, ma non dubito che potrete giungere, in tempi ragionevoli, a soluzioni soddisfacenti per tutti, così che la tunica senza cuciture del Cristo non si strappi ulteriormente.

Nessuno è di troppo nella Chiesa. Ciascuno, senza eccezioni, in essa deve potersi sentire “a casa sua”, e mai rifiutato. Dio, che ama tutti gli uomini e non vuole che alcuno perisca, ci affida questa missione facendo di noi i Pastori delle sue pecore. Non possiamo che rendergli grazie per l’onore e la fiducia che Egli ci riserva. Sforziamoci pertanto di essere sempre servitori dell’unità!

Quali sono gli altri campi che richiedono maggiore attenzione?

Le risposte possono differire da una diocesi all’altra, ma vi è un problema che appare dappertutto di una particolare urgenza: è la situazione della famiglia. Sappiamo che la coppia e la famiglia affrontano oggi delle vere burrasche. Le parole dell’evangelista a proposito della barca nella tempesta in mezzo al lago possono applicarsi alla famiglia: “Il vento gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena” (Mc 4, 37).

I fattori che hanno generato questa crisi sono ben conosciuti, e non mi soffermerò perciò ad elencarli. Da vari decenni le leggi hanno relativizzato in molti Paesi la sua natura di cellula primordiale della società. Spesso le leggi cercano più di adattarsi ai costumi e alle rivendicazioni di particolari individui o gruppi, che non di promuovere il bene comune della società. L’unione stabile di un uomo e di una donna, ordinata alla edificazione di un benessere terreno, grazie alla nascita di bambini donati da Dio, non è più, nella mente di certuni, il modello a cui l’impegno coniugale mira. Tuttavia l’esperienza insegna che la famiglia è lo zoccolo solido sul quale poggia l’intera società. Di più, il cristiano sa che la famiglia è anche la cellula viva della Chiesa. Più la famiglia sarà imbevuta dello spirito e dei valori del Vangelo, più la Chiesa stessa ne sarà arricchita e risponderà meglio alla sua vocazione.

Conosco, per altro, ed incoraggio vivamente gli sforzi che fate per recare il vostro sostegno alle diverse associazioni che operano per aiutare le famiglie. Avete ragione di attenervi con fermezza, anche a costo di andare controcorrente, ai principi che fanno la forza e la grandezza del Sacramento del matrimonio. La Chiesa vuol restare indefettibilmente fedele al mandato che le ha affidato il suo Fondatore, il nostro Maestro e Signore Gesù Cristo. Essa non cessa di ripetere con Lui: “Ciò che Dio ha unito l’uomo non lo separi!” (Mt 19,6).

La Chiesa non si è data da sola questa missione: l’ha ricevuta. Certo, nessuno può negare l’esistenza di prove, a volte molto dolorose, che certi focolari attraversano. Sarà necessario accompagnare le famiglie in difficoltà, aiutarle a comprendere la grandezza del matrimonio, e incoraggiarle a non relativizzare la volontà di Dio e le leggi di vita che Egli ci ha dato.

Una questione particolarmente dolorosa, lo sappiamo, è quella dei divorziati risposati. La Chiesa, che non può opporsi alla volontà di Cristo, conserva con fedeltà il principio dell’indissolubilità del matrimonio, pur circondando del più grande affetto gli uomini e le donne che, per ragioni diverse, non giungono a rispettarlo. Non si possono dunque ammettere le iniziative che mirano a benedire le unioni illegittime. L’Esortazione apostolica Familiaris consortio ha indicato il cammino aperto da un pensiero rispettoso della verità e della carità.

I giovani, lo so bene cari Fratelli, sono al centro delle vostre preoccupazioni. Voi dedicate loro molto tempo, e avete ragione. Come avete potuto constatare, ne ho appena contattato una moltitudine a Sydney, nel corso della Giornata Mondiale della Gioventù.

Ho potuto apprezzarne l’entusiasmo e la capacità di consacrarsi alla preghiera. Pur vivendo in un mondo che li corteggia e blandisce i loro bassi istinti, e portando essi pure il fardello pesante di eredità difficili da assimilare, i giovani conservano una freschezza d’animo che ha suscitato la mia ammirazione.

Ho fatto appello al loro senso di responsabilità, invitandoli a far leva sempre sulla vocazione che Dio ha loro donato nel giorno del Battesimo. “La nostra forza sta in ciò che Cristo vuole da noi”, diceva il Cardinal Jean-Marie Lustiger. Nel corso del suo primo viaggio in Francia, il mio venerato Predecessore rivolse ai giovani del vostro Paese un discorso che non ha perduto nulla della sua attualità e che ricevette allora un’accoglienza di indimenticabile calore. “La permissività morale non rende l’uomo felice”, proclamò nel Parco dei Principi sotto un uragano d’applausi. Il buon senso che ispirava la sana reazione del suo uditorio non è morto.

Prego lo Spirito Santo di voler parlare al cuore di tutti i fedeli e, più generalmente, di tutti i vostri compatrioti, per dare loro – o per loro restituire – il gusto di una vita condotta secondo i criteri di una vera felicità.

All’Eliseo ho evocato l’altro giorno l’originalità della situazione francese, che la Santa Sede desidera rispettare. Sono convinto, in effetti, che le Nazioni non devono mai accettare di veder sparire ciò che costituisce la loro specifica identità.

In una famiglia, il fatto che i diversi membri abbiano lo stesso padre e la stessa madre non comporta che essi siano soggetti tra loro indifferenziati: sono in realtà persone con una propria individualità. La stessa cosa avviene per i Paesi, che devono vegliare a preservare e a sviluppare la loro specifica cultura, senza lasciarla mai assorbire dalle altre o affogare in una spenta uniformità.

“La Nazione è, in effetti, per riprendere le parole del Papa Giovanni Paolo II, la grande comunità degli uomini uniti tra loro da legami diversi, ma soprattutto precisamente dalla cultura. La Nazione esiste ‘mediante’ la cultura e ‘per’ la cultura, ed essa è perciò la grande educatrice degli uomini perché, nella comunità, possano ’essere ancora di più’” (Discorso all’UNESCO, 2 giugno 1980, n.14).

In questa prospettiva, il porre in evidenza le radici cristiane della Francia permetterà ad ogni abitante di questo Paese di meglio comprendere da dove egli venga e dove egli vada. Di conseguenza, nel quadro istituzionale esistente e nel massimo rispetto delle Leggi in vigore, occorrerebbe trovare una strada nuova per interpretare e vivere nel quotidiano i valori fondamentali sui quali si è costruita l’identità della Nazione. Il vostro Presidente ne ha evocato la possibilità. I presupposti socio-politici dell’antica diffidenza o persino ostilità svaniscono poco a poco.

La Chiesa non rivendica per sé il posto dello Stato. Essa non vuole sostituirglisi. E’ infatti una società basata su convinzioni, che si sente responsabile dell’insieme e non può limitarsi a se stessa. Essa parla con libertà e dialoga con altrettanta libertà nel desiderio di giungere alla edificazione della libertà comune.

Grazie ad una sana collaborazione tra la Comunità politica e la Chiesa, realizzata nella consapevolezza e nel rispetto dell’indipendenza e dell’autonomia di ciascuna nel proprio campo, si rende all’uomo un servizio che mira al suo pieno sviluppo personale e sociale. Numerosi punti, primizie di altri che vi si aggiungeranno secondo le necessità, sono già stati esaminati e risolti in seno alla “Istanza di Dialogo tra la Chiesa e lo Stato”. Di questa fa naturalmente parte, in virtù della missione sua propria e in nome della Santa Sede, il Nunzio Apostolico, che è chiamato a seguire attivamente la vita della Chiesa e la sua situazione nella società.

Come sapete, i miei Predecessori, il Beato Giovanni XXIII, antico Nunzio a Parigi, e il Papa Paolo VI hanno costituito dei Segretariati che sono divenuti, nel 1988, il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Vi si aggiunsero ben presto la Commissione per i Rapporti religiosi con l’Ebraismo e la Commissione per i Rapporti religiosi con i Musulmani.

Questa strutture sono in qualche modo il riconoscimento istituzionale e conciliare di innumerevoli iniziative e realizzazioni anteriori. Commissioni e Consigli simili si trovano del resto nella vostra Conferenza Episcopale e nelle vostre diocesi. La loro esistenza e il loro funzionamento dimostrano la volontà della Chiesa di andare avanti sviluppando il dialogo bilaterale.

La recente Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso ha messo in evidenza che il dialogo autentico richiede, come condizioni fondamentali, una buona formazione per coloro che lo promuovono e un discernimento illuminato per avanzare poco a poco nella scoperta della Verità. L’obiettivo dei dialoghi ecumenico e interreligioso, differenti naturalmente nella loro natura e nelle finalità rispettive, è la ricerca e l’approfondimento della Verità. Si tratta di un compito nobile e obbligatorio per ogni uomo di fede, perché Cristo stesso è la Verità.

La costruzione di ponti tra le grandi tradizioni ecclesiali cristiane e il dialogo con le altre tradizioni religiose esigono un reale impegno di conoscenza reciproca, perché l’ignoranza distrugge più che costruire. D’altra parte, non v’è che la Verità che permetta di vivere autenticamente il duplice comandamento dell’amore che ci ha lasciato il nostro Salvatore.

Certo, è necessario seguire con attenzione le diverse iniziative intraprese e discernere quelle che favoriscono la conoscenza e il rispetto reciproci, così come la promozione del dialogo, ed evitare quelle che conducono in vicoli ciechi. La buona volontà non basta. Sono convinto che convenga cominciare con l’ascolto, per poi passare alla discussione teologica ed arrivare infine alla testimonianza e all’annuncio della fede stessa (cfr Nota dottrinale su certi aspetti dell’evangelizzazione, n.12: 3 dicembre 2007).

Lo Spirito Santo vi doni il discernimento che deve caratterizzare ogni Pastore. San Paolo raccomanda: “Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono” (1 Ts 5,21). La società globalizzata, pluriculturale e plurireligiosa nella quale viviamo, è un’opportunità che il Signore ci offre di proclamare la Verità e di esercitare l’Amore, nell’intento di raggiungere ogni essere umano senza distinzione, anche al di là dei limiti della Chiesa visibile.

Nell’anno che precedette la mia elezione alla Sede di Pietro, ebbi la gioia di venire nel vostro Paese per presiedervi le cerimonie commemorative del sessantesimo anniversario dello sbarco in Normandia. Raramente ho avvertito come allora l’attaccamento dei figli e delle figlie di Francia alla terra dei loro antenati. La Francia celebrava allora la sua liberazione temporale, al termine di una guerra crudele che aveva fatto innumerevoli vittime.

Ora, è soprattutto per una vera liberazione spirituale che conviene lavorare. L’uomo ha sempre bisogno di essere liberato dalle sue paure e dai suoi peccati. L’uomo deve senza sosta imparare o re-imparare che Dio non è suo nemico, ma suo Creatore pieno di bontà. L’uomo ha bisogno di sapere che la sua vita ha un senso e che egli è atteso, al termine della sua permanenza sulla terra, a prendere parte senza fine alla gloria di Cristo nei cieli.

Vostra missione è di condurre la porzione di Popolo di Dio affidata alle vostre cure a riconoscere questo termine glorioso. Vogliate accogliere qui l’espressione della mia ammirazione e della mia gratitudine per tutto quel che fate nell’intento di progredire in questo senso. Siate certi della mia preghiera quotidiana per ciascuno di voi. Vogliate credere che non cesso di domandare al Signore e alla sua Madre di guidarvi sulla vostra strada.

Con gioia ed emozione vi affido, carissimi Fratelli nell’Episcopato, a Nostra Signora di Lourdes e a santa Bernadette. La potenza di Dio si è sempre manifestata nella debolezza. Lo Spirito Santo ha sempre lavato ciò che era sordido, irrigato ciò che era arido, raddrizzato ciò che era sviato. Il Cristo Salvatore, che ha voluto fare di noi strumenti di comunicazione del suo amore agli uomini, non cesserà mai di farvi crescere nella fede, nella speranza, nella carità, per darvi la gioia di condurre a Lui un numero crescente di uomini e di donne del nostro tempo. Nell’affidarvi alla sua forza di Redentore, imparto a voi tutti dal profondo del cuore un’affettuosa Benedizione Apostolica.

Grazie!

Fonte: Zenit

venerdì 12 settembre 2008

Il S. Padre interviene sul Motu Proprio

Il Papa, rispondendo durante la visita pastorale in Francia alle domande dei giornalisti, ha commentato per la prima volta il Motu Proprio "Summorum Pontificum" che liberalizza i libri liturgici in vigore nel 1962. La ferma e paziente posizione del S. Padre è un chiaro richiamo a quanti, in nome dell'intolleranza e della scarsa lungimiranza pastorale, si sono opposti al documento. Lasciamo la parola a Benedetto XVI:

«[...]Il motu proprio è soltanto un atto di tolleranza e di amore pastorale per le persone che sono state formate in questa liturgia e l’amano, la conoscono e voglio vivere con questa liturgia. È un piccolo gruppo, perché presuppone una formazione al latino e una certa cultura. Ma da parte dei vescovi e della nostra Chiesa sembra un’esigenza normale essere tolleranti verso queste persone. Non c’è alcuna opposizione tra la liturgia rinnovata del Concilio Vaticano II e questa liturgia. I padri conciliari ogni giorno hanno celebrato con l’antico rito e allo stesso tempo hanno concepito una liturgia che si è sviluppata. Ci sono degli accenti diversi ma un’identità comune che esclude un’opposizione. Penso che ci sia un possibile arricchimento tra le due parti: gli amici dell’antica liturgia devono conoscere i Santi e i prefazi della nuova, mentre la liturgia nuova, che sottolinea di più la partecipazione comunitaria, non va considerata solo un’assemblea di una certa comunità ma sempre un atto universale. La liturgia rinnovata è la liturgia ordinaria».

martedì 9 settembre 2008

Convegno di studi sul Card. Giuseppe Siri: Genova 12-13 settembre 2008


Arcidiocesi di Genova
Consiglio Nazionale delle Ricerche
Centro di Studi Storici “Ettore Passerin d’Entrèves” dell'Università della Valle d’Aosta
Università degli Studi di Genova, Facoltà di Scienze Politiche


Momenti, aspetti e figure del ministero del Card. Giuseppe Siri


Genova 12-13 settembre 2008


Il Card. Giuseppe Siri (1906-1989), Arcivescovo di Genova dal 1946 al 1987, è stata una personalità di grande spicco nel panorama ecclesiale italiano e non solo. Teologo ed esperto di dottrina sociale cristiana, fu il primo Presidente della Conferenza Episcopale italiana e guidò per due decenni il Comitato Permanente delle Settimane Sociali dei Cattolici italiani. Pio XII lo creò cardinale nel 1953, ed egli partecipò così a quattro Conclavi, oltre ad essere stato uno dei protagonisti del Concilio Vaticano II.Il 22 settembre 1928 – appunto ottant’anni or sono – egli riceveva l’ordinazione sacerdotale dal Card. Minoretti, Arcivescovo di Genova, nella Cattedrale di S. Lorenzo ed il giorno seguente celebrava la sua Prima S. Messa nella Basilica dell’Immacolata di Via Assarotti, dove aveva vissuto i suoi primi anni e alla quale restò sempre profondamente legato. A due anni dal Convegno organizzato nel centenario della nascita del Porporato, la ricorrenza di questo anniversario offre un’occasione per questo nuovo Convegno, che viene promosso dall’Arcidiocesi di Genova e da alcune istituzioni universitarie e di ricerca ed è dedicato ad approfondire “momenti, aspetti e figure” della vita e del ministero del Cardinale genovese. Infatti, nonostante il ruolo di rilievo che Giuseppe Siri ebbe nella Chiesa e nella società del suo tempo, la sua figura, la sua azione e il suo pensiero attendono ancora di essere seriamente approfonditi in tutti i loro aspetti, andando oltre certi facili, quanti ingiusti stereotipi e pregiudizi. Genova, l’Italia, l’Europa e la Chiesa universale sono le coordinate della ricerca svolta dai relatori del Convegno. Essi approfondiranno alcune dimensioni del ministero del sacerdote e vescovo Giuseppe Siri nella sua città d’origine. Si soffermeranno sulla sua azione in rapporto alla realtà ecclesiale ligure ed italiana, così come nei riguardi del mondo della politica e della cultura. Metteranno in luce il contributo di questo Pastore su questioni di interesse universale per la Chiesa, come la liturgia, il sacerdozio, la teologia.Questo Convegno vuol essere una tappa per un’ulteriore e sempre più approfondita conoscenza di questa personalità poliedrica, le cui scelte ed insegnamenti continuano a dare frutto e sono oggi sempre più riscoperte con ammirazione e gratitudine.

Le informazioni dettagliate sul programma del convegno si possono consultare visitando il sito: http://www.cardinalsiri.it/

A Rapallo si riprende...

Domenica 14 settembre 2008, primo anniversario dell'entrata in vigore del Motu proprio "Summorum Pontificum", riprendono le celebrazioni nel Rito Romano Extraordinario o "tridentino" presso la Parrocchia di S. Pietro di Novella in Rapallo (Ge). La S. Messa sarà celebrata alle ore 18,30.

venerdì 5 settembre 2008

La Santa Messa - Dom Prosper Guéranger

A cura della Suore Francescane dell'Immacolata è nuovamente disponibile un prezioso testo sulla spiegazione della Santa Messa tradizionale o "tridentina" composto sulla scorta delle conferenze tenute da Dom Prosper Guéranger nella seconda metà dell'800.
Il volume, presentato ai fedeli già per volontà del celebre benedettino, Abate di Solesmes, per servire alla loro edificazione, è stato pubblicato da allora in diverse lingue.
Per richiedere l'opera occorre rivolgersi al seguente indirizzo:

Suore Francescane dell’Immacolata
Monastero della Murate
Via dei Lanari, 2
06012 CITTÀ DI CASTELLO (PG)
tel/fax: 075-8555779 - posta elettronica: francescanecittacastello@interfree.it