martedì 28 ottobre 2008

Un Pontificale straordinario...


Il 26 ottobre, Festa di Cristo Re dell'Universo, la Diocesi di Albenga-Imperia si è stretta attorno alle Suore Francescane dell'Immacolata ed al Vescovo Diocesano S.E. Rev.ma Mons. Mario Oliveri per il primo Pontificale al trono, secondo il Rito Romano straordinario o "gregoriano", dopo la pubblicazione del Motu Proprio "Summorum Pontificum". Lasciamo alla penna dell'amico Daniele Di Sorco la cronaca di una giornata davvero straordinaria...

"Ecce quod concupivi iam video, quod speravi iam teneo": cronaca di un'esperienza straordinaria

Imperia, 27 Ottobre 2008 - Se è difficile esprimere in modo adeguato una sensazione senza correre il rischio di sminuirla o addirittura di deformarla, ancor più difficile è descrivere a parole un’esperienza straordinaria sotto ogni punto di vista, che non si limita alla pura emozione, ma coinvolge la totalità della propria persona e del proprio essere cattolico. Tale, a mio avviso, è stata la solenne Messa pontificale officiata ieri pomeriggio dal vescovo d’Imperia mons. Mario Oliveri, durante la quale sette suore Francescane dell’Immacolata hanno consacrato la loro vita a Dio mediante i voti perpetui di obbedienza, povertà e castità. Spero, quindi, che i lettori mi scuseranno se il mio resoconto non riesce a dare un’idea sufficientemente vivida di ciò a cui ho partecipato.

I motivi che hanno reso straordinario l’evento sono tanti. Quello più vistoso è senza dubbio il rito, straordinario non solo nella forma, ma anche nelle modalità, vista l’occasione, oggi rarissima, per i fedeli di assistere alla liturgia tradizionale celebrata nella sua espressione più compiuta e perfetta – quella pontificale – dalla quale derivano per riduzione e adattamento tutte le altre. Questo ai cultori delle antiche forme liturgiche potrebbe apparire scontato; meno scontato, forse, è il fatto che la funzione non è stata celebrata da uno di quei pochi Vescovi che di volta in volta si mettono a disposizione dei gruppi «tradizionalisti» sparsi per il mondo, ma dall’Ordinario del luogo di una diocesi come tante altre, nella basilica cattedrale della sua città e circondato dal suo clero. Queste considerazioni basterebbero da sole a far capire che si è trattato di un evento eccezionale. Ma c’è molto di più.

Una delle critiche più comuni che circolano tra i detrattori della liturgia tradizionale è quella di «passatismo»: il rito antico, secondo costoro, non sarebbe che un nostalgico attaccamento al passato da parte di chi non può o non vuole prendere atto della realtà presente. Ora, la funzione di ieri pomeriggio ha dimostrato nella pratica l’infondatezza di tale obiezione. In effetti, non sembrava affatto di trovarsi di fronte a una riproposizione del passato. Quasi tutti i ministri dell’altare, compresi il diacono e il suddiacono, avevano un’età compresa tra i venti e i trentacinque anni. Giovani erano anche le suore che hanno emesso la professione, come pure le consorelle e i frati della stessa Congregazione che le accompagnavano, e molti giovani si contavano tra le fila degli oltre duecentocinquanta fedeli che affollavano la navata.

Ma non è solo questione di età: ad allontanare definitivamente l’idea di una mera «rievocazione storica» ha contribuito soprattutto il santo entusiasmo con il quale i presenti hanno partecipato al rito. I ministri del Vescovo, in particolare, hanno svolto le cerimonie con tale impegno e devozione che non potevano esserci dubbi sul loro amore ai divini misteri. Anche in questo caso, non si trattava di clero «specializzato»: il servizio all’altare era per lo più composto da seminaristi e giovani sacerdoti della diocesi; e al presbiterio diocesano appartenevano i canonici che, rivestiti di rocchetto e mozzetta paonazza o svolgendo l’ufficio di diaconi assistenti, erano presenti in coro.
Devo confessare, però, che l’impressione più grande suscitata in me dall’evento di ieri è stata la sua inaspettata efficacia pastorale. La cattedrale d’Imperia è la più grande chiesa della Liguria ed era piena di popolo. Tra i presenti ci saranno stati alcuni cultori dell’antica liturgia, come l’autore di questo scritto, ma la stragrande maggioranza era costituita da fedeli comuni, che conoscevano la Messa «in latino» solamente per sentito dire, e da «non praticanti», invitati alla professione di una suora loro parente. Ebbene, il fatto veramente straordinario è che tutte queste persone hanno assistito a una funzione durata tre ore e mezza e officiata in una lingua ad essi sconosciuta in devoto raccoglimento, senza fughe dalla chiesa (diversamente da quanto avviene abitualmente ai matrimoni, nonostante la cerimonia sia in italiano e duri un’ora scarsa), senza chiacchiericcio e, quel che più conta, senza disattenzione, partecipando attivamente sia alle risposte che al canto.

Mancava, in altre parole, quel senso di estraniamento, di disinteresse, di voglia di stare altrove che si legge sui volti dei fedeli in quasi tutte le funzioni un po’ più frequentate del solito. Merito, forse, degli accorgimenti del cerimoniere, che all’inizio della celebrazione ha ricordato alcuni princìpi di «igiene liturgica» ormai dimenticati, come la genuflessione al passaggio del Vescovo, e del commentatore, che con brevi e sobri interventi introduceva le singole cerimonie invitando alla preghiera. Ma io credo che la ragione principale sia stata un’altra. La liturgia romana tradizionale, con la sua elevatissima spiritualità, ha parlato. E il popolo ha risposto.

Dopo aver passato in rassegna i motivi che, a mio parere, hanno contribuito a fare della Messa di ieri pomeriggio una efficacissima manifestazione di fede cattolica, professata e vissuta, resta ora da delinearne le principali caratteristiche rituali.

Il Vescovo, in abito corale, è stato ricevuto alle porte della chiesa da mons. Amodeo, canonico del capitolo metropolitano di Milano, dal clero della cattedrale e dai seminaristi, i quali, in ossequio alle norme della liturgia tradizionale, si sono inginocchiati al suo passaggio; lo stesso hanno fatto i fedeli. Dopo una breve sosta in adorazione alla cappella del SS. Sacramento, il Presule si è recato in sacrestia per indossare i sacri paramenti. Nel frattempo il cerimoniere, salito all’ambone, ha illustrato brevemente ai fedeli alcune particolarità della liturgia tradizionale e ha raccomandato che la funzione si svolgesse in silenzioso raccoglimento.

La puntualità con la quale i fedeli hanno osservato tali indicazioni dimostra che esse non sono, come molti credono, inutili. Terminata la vestizione, ha avuto inizio la solenne processione d’ingresso; tra il clero presente spiccavano i Padri Benedettini dell’Immacolata, recentemente stabilitisi in diocesi, e i Padri Francescani dell’Immacolata. Appena il celebrante e i suoi ministri sono giunti in presbiterio, dalla cantoria le voci femminili del coro monastico hanno cominciato l’antifona all’Introito e la Messa è andata avanti con le consuete cerimonie fino al canto del graduale.

A questo punto le suore che dovevano emettere i voti sono entrate in presbiterio, il vescovo si è seduto sul faldistorio preparato al centro della predella e ha avuto inizio il solenne rito della consacrazione. Esso si è svolto nella forma tanto lunga quanto suggestiva prevista dal «Rituale Romano-seraphicum» del 1955 (tit. VI, cap. III), con la sola modifica della formula di professione. Il Vescovo, dopo aver interrogato le suore circa le loro intenzioni, ha esortato tutti i presenti a pregare per loro, e ciò è avvenuto per mezzo delle Litanie dei Santi (si trattava delle cosiddette «Litanie dell’Ordine Serafico», alle quali cioè sono aggiunti i nomi dei Santi più eminenti appartenuti ai tre Ordini fondati da S. Francesco), durante le quali le suore si sono prostate a terra in segno di umiltà e di sottomissione alla volontà celeste. Il rito prevedeva poi l’invocazione dello Spirito Santo tramite l’inno Veni, Creator Spiritus e la recita, da parte del Vescovo, di una speciale preghiera di benedizione, seguita dal prefazio della consacrazione.

Terminate queste cerimonie, ha avuto luogo la professione vera e propria, che ciascuna suora ha emesso nelle mani del fondatore della Congregazione dei Francescani dell’Immacolata, p. Stefano Maria Manelli. Ai voti di obbedienza, povertà e castità che le sette giovani si sono solennemente impegnate a rispettare per tutta la vita, il Vescovo ha risposto con una promessa e un ammonimento: «Et ego ex parte Dei omnipotentis, si haec observaveris, promitto tibi vitam aeternam: Se osserverai queste cose, io ti prometto, a nome di Dio onnipotente, la vita eterna». Ma la cerimonia ha raggiunto il suo culmine nel mistico sposalizio tra le neoprofesse e Cristo, celebrato dal Vescovo mediante l’imposizione dell’anello e della corona di spine, quasi a voler significare che l’unione con Cristo può essere realizzata pienamente soltanto associandosi alla Sua passione redentrice.

È in questo momento che le singole suore, con la voce rotta dalla commozione, hanno esclamato: «Ecce quod concupivi iam video, quod speravi iam teneo: illi sum iuncta in caelis, quem in terris posita tota devotione dilexi. Ecco, finalmente vedo ciò che ho tanto desiderato, finalmente possiedo ciò che ho sperato: sono unita nei cieli a colui che in terra ho amato con dedizione perfetta». Le novelle spose di Cristo si sono poi avvicinate alle consorelle per scambiare con loro l’abbraccio di pace e raccomandarsi alle loro preghiere. Infine il Vescovo, dopo aver di nuovo benedetto le neoprofesse, le ha affidate alla custodia della Superiora.

Terminata la cerimonia di consacrazione, la Messa è ripresa dal canto dell’Alleluia. Non avevo previsto tempi così lunghi (erano già passate due ore e mezza) e, visto che si stava facendo tardi, ho dovuto rinunciare, sia pure a malincuore, ad assistere al resto della cerimonia per fare ritorno a casa. Tra le tante impressioni che l’esperienza di ieri ha lasciato in me (e, credo, anche in molti dei presenti), c’è senza dubbio un atteggiamento di forte perplessità nei confronti di chi ha tentato di privarci di tanta ricchezza in ossequio alle presunte esigenze dei tempi moderni; ma c’è soprattutto speranza, speranza che iniziative come queste non siano che l’avanguardia di quella rinascita spirituale – da realizzarsi non solo nella liturgia, ma a tutti i livelli – che è il desiderio più grande di tutti i cattolici sinceri.

Imperia 26 ottobre 2008: album fotografico



















domenica 12 ottobre 2008

Solenne Pontificale ad Imperia


In occasione della Professione Perpetua di sette Suore Francescane dell'Immacolata

Domenica 26 Ottobre 2008 alle ore 15.30

(Festa di N.S. Gesù Cristo Re dell’Universo)

nella Basilica Concattedrale di S. Maurizio e Cc. Martiri di Imperia

S.E. Rev.ma Mons. Mario Oliveri, Vescovo di Albenga-Imperia

celebrerà il solenne Pontificale nel Rito Romano Extraordinario

(secondo i libri liturgici in vigore nel 1962)

domenica 5 ottobre 2008

La Messa in latino riempie la chiesa di Sestri

Settantuno persone. Più due chierichetti, decisamente “over” con gli anni, e due bambini. Oltre a un cronista. Tante erano le persone che ieri pomeriggio hanno riempito la piccola chiesa di San Pietro in Vincoli, nel cuore del centro storico di Sestri, per la celebrazione della prima Messa in latino secondo il rito reintrodotto lo scorso anno da Papa Ratzinger.

Alle 16, data fissata per l’inizio della celebrazione, la chiesa era già piena. Molte le donne, ma tanti anche gli uomini, i più con i capelli bianchi (chi ancora aveva i capelli...). Pochi ma presenti anche i giovani. Si è consumata in silenzio l’attesa per questo momento sognato da mesi da un gruppo di fedeli che aveva fatto una prima richiesta nel settembre dello scorso anno al vescovo diocesano, monsignor Alberto Tanasini. E poi un’altra - quella decisiva - lo scorso agosto.

Non è stato un iter facile, però. Il primo sacerdote a dire “no” era stato don Giuseppe Carpi, parroco di Santa Maria di Nazareth. Il secondo “no”, più recente, è stato detto da don Giuseppe Bacigalupo, priore della confraternita di sacerdoti che ha le chiavi della piccola chiesa di Vico Macelli. Ma ad avere delle “perplessità” su questa iniziativa (è il termine esatto che i sacerdoti hanno riferito al Secolo XIX) era un po’ tutta la comunità dei preti di Sestri. Il vescovo ha allora nominato don Mario Ostigoni, canonico della cattedrale di Chiavari, per celebrare la Messa in latino. Prima di dare inizio alla liturgia don Ostigoni ha dato lettura ai fedeli del comunicato con cui la Curia di Chiavari ha fatto diverse precisazioni sugli articoli pubblicati ieri dal Secolo XIX. Poi don Mario ha cercato di dare qualche “istruzione per l’uso” ai fedeli sul rito della Messa in latino. Che qualcuno dei presenti ha trovato diversa da quella che ricordava da ragazzo. Ma don Ostigoni ha subito spiegato che la celebrazione è quella del 1962, prevista dal messale del Beato Giovanni XXIII.

«Non si può fare ciò che si vuole - ha ammonito il sacerdote - bisogna attenersi alle indicazioni: ci si inginocchia e ci si alza quando ciò è previsto. E soprattutto vi invito a non correre mentre rispondete al celebrante. Comunque - ha aggiunto - oggi cominciamo così, un po’ in sordina: tutto e subito non si può avere». In realtà tutto nella celebrazione è filato via liscio: a parte l’inizio in piedi anziché in ginocchio (ma forse ha tratto in inganno il rito post-conciliare che si usa tutte le domeniche) e un “Kyrie Eleison” di troppo detto dai fedeli (per lo stesso motivo). Di grosso aiuto sono stati comunque i foglietti con testo in latino e traduzione in italiano a fronte che erano stati distribuiti all’inizio della celebrazione. Comunione rigorosamente in ginocchio alla balaustra, benedizione finale e dopo la formula conclusiva (“Ite, Missa est”) lettura dell’“Ultimo Vangelo”, come oggi non si fa più. All’uscita tutti soddisfatti e appuntamento con la nuova celebrazione per sabato 18 ottobre, stessa chiesa stessa ora. Ed è questa la cosa che ha fatto storcere un po’ il naso a qualcuno. «Perché il sabato e non la domenica? E poi, perché soltanto ogni due settimane?». Ma c’è un’altra domanda che qualcuno ha fatto, chiedendo però di restare anonimo: «Perché non ha celebrato un sacerdote di Sestri Levante e il vescovo ha dovuto mandarne uno da Chiavari?».

Giacomo Campodonico

Fonte: "Il Secolo XIX" (5-10-2008)

sabato 4 ottobre 2008

S. Messa Tridentina a Sestri Levante

S.E. Rev. Mons. Alberto Tanasini ha concesso la celebrazione della S. Messa nella forma straordinaria del Rito Romano ("tridentina") anche nella città di Sestri Levante, che si aggiunge così alle altre cittadine del Tigullio.

La celebrazione inizierà a partire da

sabato 4 ottobre - ore 16

presso la Chiesa di S. Pietro in Vincoli
(ubicata in vico Macelli)


celebrante: Don Mario Ostigoni, Canonico della Cattedrale di Chiavari.

La S. Messa seguirà a Sabati alterni