mercoledì 24 dicembre 2008

S. Natale 2008


Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,
un virgulto germoglierà dalle sue radici.
Su di lui si poserà lo spirito del Signore,
spirito di sapienza e di intelligenza,
spirito di consiglio e di fortezza,
spirito di conoscenza e di timore del Signore.


(Is 11, 1-2)


Auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo!

giovedì 4 dicembre 2008

Genova e i "Primi Venerdì" straordinari

La sezione genovese dell’Associazione Una Voce, intitolata all’indimenticabile Card. Giuseppe Siri comunica che, dal prossimo 5 dicembre, Genova sarà arricchita da una nuova S. Messa nella forma straordinaria del Rito Romano. A celebrarla, almeno per il momento, sarà Padre Gabriele Gallotti della Fraternità della Santissima Vergine Maria, che già cura le Ss. Messe domenicali e festive nella stessa forma presso la chiesa dei Ss. Vittore e Carlo. Il luogo della celebrazione non sarà però la sua chiesa parrocchiale, bensì quella di S. Stefano (Piazza S. Stefano, 1, tel. 010.587183, sopra Via XX settembre) ogni primo venerdì del mese alle 18,30. La S. Messa del 5 dicembre sarà preceduta da una breve conversazione dello stesso Padre Gabriele sul tema: “Lo spirito cattolico della liturgia“. Con questa celebrazione è data una seconda opportunità ai genovesi (e no) di praticare la devozione al Sacro Cuore di Gesù dei primi 9 venerdì.

lunedì 1 dicembre 2008

La crisi postconciliare nell'Ordine dei Trinitari

Un eccezionale documento, rinvenuto dall'amico Daniele Di Sorco, invita a riflettere sulla crisi postconciliare. Un'allocuzione di commiato fu l'occasione usata dall'allora Padre Superiore dell'Ordine Trinitario per denunciare le "deviazioni" che insidiavano l'Ordine e la Chiesa stessa. Così commenta l'amico Daniele:

Leggendo il numero del 1971 degli Acta Ordinis SS.mae Trinitatis mi sono imbattutto nell'allocuzione che il Ministro Generale uscente di allora, P. Fr. Michele del Gesù (al secolo Michele Nardone), ha rivolto il 10 maggio 1971 ai Padri capitolari riuniti a Cori per l'elezione del nuovo Generale. Dopo dodici anni di generalato (era stato eletto nel 1959 e riconfermato nel 1965) il Religioso delinea senza mezzi termini un quadro agghiacciante dello stato in cui le "nuove tendenze", sorte da una malaugurata interpretazione dello spirito del Concilio, avevano ridotto l'Ordine. Si tratta, a mio avviso, di una testimonianza eccezionale sui disastri che si compirono in quegli anni, non solo in ambito liturgico, ma anche nel campo della vita religiosa, soprattutto perché non si tratta del pensiero di uno spettatore esterno o di un "tradizionalista" incallito, ma della diretta esperienza di un religioso in buona fede, il quale peraltro, in un primo momento (lo si capisce dai numeri precedenti degli Acta) si era dimostrato favorevole alle riforme.

Allocuzione

del Rev.mo P. Fr. Michele del Gesù

(10 maggio 1971)

Carissimi padri e confratelli in Cristo,

permettetemi di aprire questo convegno con le parole di S. Giovanni l’Evangelista: vidi turbarti magnani ex omnibus gentibus et tribubus et populis et linguis, amicti stolis albis e quasi mi sento commosso. [...]

Tante cose sono accadute durante i dodici anni del mio generalato che mi sono domandato più volte se mi fosse convenuto parlarvi soltanto delle cose belle e presentarmi a voi con una relazione morale dolce e lusinghiera, illustrando soltanto le conquiste, prospettando un futuro roseo; ovvero sforzarmi di dire la verità e mettendo così voi a parte di un mio stato di animo e dei miei timori sull’avvenire dell’Ordine.

[...] avrei potuto citare molte altre cose ancora, che, forse, almeno in questo ultimo momento mi avrebbero potuto esaltare un poco, e farmi dire da voi: Bravo! tutto va bene!... Però una relazione di questa fatta, e una supposta battuta di mani sarebbero stati contro la mia volontà, e soprattutto contro la mia coscienza, che al contrario non vorrebbe lasciarsi sfuggire questa occasione per mettere sotto i vostri occhi certi problemi e domandare aiuto, sperando che i PP. Capitolari, se consenzienti alle mie vedute, trovino i mezzi opportuni per riportare l’Ordine al suo ovvio concetto di Ordine Religioso, cioè ad essere un Istituto, se non di perfezione, per lo meno destinato a condurre i suoi membri alla perfezione, a maggiore unione con Dio.

Come vedete, non è una specie di sadismo che mi porta a scegliere la via più aspra, ma un vero desiderio di giovare all’Ordine. Io spero soltanto che ben lontani da come è successo altre volte, questo presente Capitolo Generale non abbia la disgraziata sorte avuta dal Pre-Capitolo, dal Capitolo e dalle molteplici riunioni e Commissioni del passato, che invece di portarci a Dio, son servite ad abolire la spiritualità. Il Capitolo Generale, come dicono le Costituzioni, serve a fare le elezioni, a scegliere cioè quei soggetti che dovranno guidare l’Ordine secondo lo spirito di S. Giovanni di Matha e le prescrizioni della Chiesa, ad ottenere quegli scopi per cui fu fondato e «ad ea tractanda et definienda quae bonum totius Ordinis promoveant». L’Ordine, nessuno può asserire il contrario, deve essere un luogo di intensa carità verso Dio e verso il prossimo, un luogo di apostolicità e di intensa spiritualità, «ne cum aliis praedicaverimus, ipsi reprobi efficiamur».

Essendo stato a capo per 12 anni, e prossimo a sparire dalla scena, mi perdonerete se qua e là io parlo di me stesso, cercando di spiegare perché in certi casi mi sono regolato così piuttosto che cosà. E poi intendo parlare della moralità attuale dell’Ordine come una cosa personale, di cui ne prendo io solo tutta intera la responsabilità.

Il 5 maggio 1959, in un Capitolo come questo (i PP. Capitolari erano allora soltanto 19!) mi sentii cascare addosso l’enorme peso del generalato con tutte le sue responsabilità. Dio mi è testimone che io non solo non lo avevo mai voluto, o desiderato, ma non avevo neppure lontanamente supposto che una cosa simile potesse accadermi, perfettamente consapevole e convinto della mia incapacità a tale ufficio. Confuso, tremante, piangente, pressoché disperato, assunsi tale incarico, fidando nel Signore, e nell’aiuto e preghiere di tutti i confratelli. Memore dell’insegnamento del nostro Grande Fondatore che volle i Generali si chiamassero Ministri per ricordare loro che si scelgono non per essere esaltati, ma perché diventino servitori di tutti con vero spirito di servizio, io non mi lusingavo davvero che il Generalato dovesse apportarmi solo onore, consolazione e niente spine. Accettando perciò l’onore, ne accettavo anche l’onere con tutte le conseguenze, e mi sforzai nel mio poco, di mettermi al servizio dell’Ordine «quasi rationem pro omnibus redditurus» (come dicevano le Costituzioni) badando soprattutto al compito designatomi dalla Costituzione: «Seduto invigilans ut reliqui praelati, forma gregis facti ex animo, munus sibi demandatum fideliter adimpleant».

Con fervore da principiante sognavo di fare tante cose, e sognavo... sognavo..., ma il risveglio fu amaro; mi trovai in un ambiente che presentava colori così differenti da quelli sognati; un ambiente di continue contraddizioni... e gran parte dei sogni restarono sogni, in parte fiaccati dalla mia incapacità, e in parte annientati da un ambiente di negazioni, di contrasti, di sfiducia, che a sua volta mi gettarono sotto l’incubo del mio innato complesso di inferiorità, e andai avanti senza prendere risoluzioni. Invece di sfondare le difficoltà mano mano che si presentavano, come era mio dovere, mi abbandonai a seguire i desideri di quelli che insistevano di capirne più di me. Mi lusingavo anche che un giorno io avrei visto la sparizione o per lo meno la diminuzione di queste difficoltà; ma questa sparizione non venne mai, e le difficoltà invece crebbero a dismisura col secondo sessennio.

E... il 15 maggio 1965 arrivò il secondo periodo: arrivò verso la fine del Concilio, quando il mondo intero cambiò... e così cambiò anche il mio mondo trinitario. Col cambiamento del mio mondo religioso trinitario, cambiamento che a me pareva il precipitare verso una china assai pericolosa, io mi sentii impotente a mettere qualsiasi freno, e così anche la mia coscienza si sentiva fatta a brandelli. Mi pareva di trovarmi in un burrone ai piedi di una diga colossale, alta e massiccia. La vedevo crollare da più parti e minacciare di travolgere tutto e tutti. Mentre il pericolo cresceva, io urlavo a squarciagola, ma la mia voce non solo non era sentita, ma si rideva della mia ingenua paura. Parlavo coi Provinciali, parlavo coi Superiori, parlavo coi maestri, ma, trascinati da voci ben più potenti della mia, mi parevano totalmente insensibili. Moltiplicavo le mie Circolari (credo di averne fatte almeno 15 o 16), che o non si leggevano per niente e questo o per noncuranza o per la difficoltà del latino, ovvero dove si leggevano servivano soltanto ad attirarmi la compassione perché invece di gioire per il grande progresso verso il quale finalmente l’Ordine Trinitario si avviava, io, imbevuto di idee allarmistiche del vecchio testamento, gridavo al pericolo.

Non ci ho capito più niente. In questi ultimi tempi, poi, mi sentivo solo e stordito. Soltanto qualche coetaneo, di tanto in tanto, veniva ad aggiungere i suoi timori e le sue lamentele alle mie, aiutandomi così a sprofondare nella malinconia. Avevo sperato, e molto, in una ripresa spirituale con il Pre-Capitolo, e poi col Capitolo Generale Speciale dopo; ed invece ho avuto la dolorosa sorpresa di constatare che tutto ciò che c’è di buono e di bello (e certamente molte cose belle sono state legiferate nelle Costituzioni!) tutt’altro che servire di spinta per rientrare nello spirito religioso, è servito per allontanarci sempre più dalla vita spirituale e dallo spirito del Fondatore e mi è parso che molti con ingegnose lucubrazioni e arzigogoli, si son serviti delle Nuove Costituzioni (che pur ridondano di tanto spirito di pietà!) per annullare ogni residuo di spirito di preghiera, di mortificazione, di clausura religiosa, di raccoglimento, di silenzio, e di tutto ciò che una volta ci serviva per avvicinarci a Dio. Io, povero me!, non son riuscito mai a capire come una tale maniera di vivere e di pensare si potesse chiamare progresso religioso, spirito del Concilio Vaticano II, spirito del Fondatore. Ho chiuso perciò la bocca e sono restato a tremare, sapendo dall’esperienza che ogni mia intervenzione produceva effetti contrari. No, lo ripeto, non sono riuscito mai a capire e a convincermi che si possa far progredire l’Ordine prendendo una via da me giudicata tutta opposta alla via richiamata continuamente dal Santo Padre.

No, non son riuscito mai a convincermi che si possa far del bene all’Ordine abolendo la vita comune, la preghiera comune, l’Ufficio Divino, che fino adesso erano considerati come le colonne essenziali della vita religiosa; non sono riuscito mai a capire che si possano procurare vocazioni e, meno ancora, si possano mantenere e santificarne dando a tutti illimitata libertà e la possibilità di darsi al bel tempo di giorno e di notte, senza alcun obbligo di seguire un orario della comunità; no, non sono riuscito mai a capire come si possa acquisire l’indispensabile di una vita di spirito interiore senza un pizzico di silenzio in nessun’ora del giorno o della notte, in nessun posto, contro un espresso comando del nostro Grande Fondatore. Più triste ancora, almeno per me, vedere come i giovani, sacerdoti e non sacerdoti, e sui quali dipende il futuro dell’Ordine, vedere, dico, come indulgono in questo tenore di vita, e tutt’altro che essere messi in guardia contro un tale modo di agire, pare che vi siano piuttosto incoraggiati. Mai corretti, mai richiamati al dovere, mai avvertiti. I loro maestri, i Superiori, i Provinciali, o si associano ad essi, ovvero si dichiarano impotenti e incapaci di intervenire. E così l’atmosfera religiosa va di male in peggio, e la Regola si riduce sempre più in brandelli. Che anzi si ha l’impressione che il solo richiamo alla Regola suscita sdegno, e si insorge contro chi osa parlare ancora di Regola, purtroppo da alcuni considerata soltanto come un accumulo di rimasugli medioevali, un accumulo di sciocchezze, ridicolaggini.

Ogni riunione, ogni convegno, e perfino il Pre-capitolo e il Capitolo Generale, manovrati, da certi gruppi, non son serviti che ad accrescerne il collasso; gruppi sempre compatti e pronti ad innalzare e glorificare un metodo di vita trinitaria il più buontempone e il più grossolano possibile. Pare che la nuova pratica che si vuole instaurare si possa compendiare in questo che ognuno faccia quello che crede, che la mattina si alzi quando se la sente, senza darsi pensiero per il Coro, che non si dia fastidio per il silenzio e la preghiera; che si resti sempre compatti contro l’autorità, che si bandisca l’abito, che non resti nessun segno esteriore del nostro stato, che si torni a casa a qualunque ora ecc. ecc.

Tutti quelli vissuti ed educati in altri tempi non possono fare altro che ritirarsi in disparte e pregare che il Signore voglia salvare il salvabile, e sperare che quanto si dice di buono su questa impetuosa corrente, almeno qualche cosa corrisponda a verità. No, nessuno al mondo può frenare una frana di tanta mole. Non resta che lanciare il S.O.S. e aspettare il crollo. Ai rimedi si può correre soltanto quando il flusso è cessato. Sorpassata la frenesia di quel gruppo di religiosi che intendono trascinare tutto alla rovina finale, col tempo e con l’aiuto di Dio sorgeranno dei buoni che raccogliendo i «rari nantes» cominceranno a ricostruire l’Ordine Trinitario daccapo.

Fratelli carissimi, da quanto ho detto non vorrei che si concludesse che io avessi avuto il desiderio di portare l’Ordine come si viveva 50 anni fa. Molte buone cose si sono scritte nelle Costituzioni, ed io vorrei soltanto che si osservassero. Queste Costituzioni sono state elaborate adesso e corrispondono assai bene ai tempi moderni. Perché non si debbono osservare? È buona cosa che oggi ci sia assai più rispetto per la personalità umana e anche più libertà, purché si sia ben lontani dall’interpretare questa come libertinaggio. Deve essere una libertà religiosa, e deve essere usata soltanto quando uno è preparato ad essa, quando cioè è congiunta per non dire basata su una solida formazione spirituale, che serve a moderarla e a guidare rettamente il religioso perché non si caschi in certi pericoli, soprattutto se di grave scandalo per i borghesi. Una libertà che lo modera a star lontano da quelle cose che sono in stridente contrasto con i voti professati; una libertà che lo lascia adempiere alla sua missione di essere il Vangelo vivente e dare buon esempio al prossimo e, come dicono le Costituzioni, lo aiuta ad attirare col suo esempio buone vocazioni al servizio di Dio.

La mia paura principale è questa che avendo noi dimenticato Dio, Dio dimenticherà noi e ci toglierà la Sua assistenza e le Sue grazie. E se la mancanza di spiritualità segue a peggiorare (e in qualche Provincia ha già toccato il fondo) la Chiesa potrebbe intervenire per abolire per sempre il nostro amato Ordine, come è successo in passato ad altri Ordini che avevano seguito quella stessa via, nella quale ci stiamo immettendo noi adesso. Fratelli, per evitare questa autodistruzione, questo suicidio, ritorniamo a Dio, allo spirito del Fondatore, ai dettami della Chiesa. Questo Capitolo Generale è una grande occasione che il Signore ci offre per fare un buon esame della nostra situazione e di ritornare a Dio, mettendo buone e sagge regole con la seria intenzione di osservarle e farle osservare. Quanto detto vale per la mia relazione morale. Poteva essere gioiosa e speranzosa, ma quanto ho detto mi pare più conforme a verità.

Lo riconosco umilmente, io non sono stato l’uomo capace di capire e svolgere il ministero nei presenti tempi sconvolgenti; mi sono sentito ancorato agli antichi principi, ora tanto disprezzati. Stando così le cose, nel mio animo desideravo ardentemente che arrivasse questo giorno, e quante volte ha desiderato di affrettarlo! Oggi, alfine, è qui, ed io gioiosamente cedo la direzione ad un altro. Il mio ardente desiderio ed augurio è che il nuovo Ministro Generale, con energie fresche, immune da tante penose esperienze, tante contraddizioni, da illusioni e fallimenti, e soprattutto, con visione più chiara dei tempi che corrono, con carattere fermo e deciso e con maggior pazienza, possa e voglia apportare all’Ordine quella direzione, quello slancio che io non ho potuto e non ho saputo dare. Per questa mia pochezza domando umilmente perdono a Dio, al mio Grande antecessore S. Giovanni di Matha, e a tutti i Confratelli, presenti ed assenti. [...]

Tratto da Acta Ordinis SS.mae Trinitatis, vol. VIII, n. 1 [1971] pp. 34-39.