
« (...) Conosciamo quanta irregolarità di orario avesse in alcune sue azioni, come il mangiare o il dormire, ma, quando si trattava della Messa, il momento più santo della giornata, non tollerava nessun ritardo. Un giorno una delle persone più distinte della sua parrocchia gli fece chiedere che il mattino seguente ritardasse un poco la Messa per potervi partecipare, ma il Santo diede questa risposta: "Ditele che è impossibile: si alzi più presto. Io non posso fare perdere la Messa a nessuno dei miei parrocchiani per causa sua".
Il momento della Messa!... Dal suo volto era scomparsa ogni nube di tristezza, ed ormai sembrava avere dimenticato la terra. Un giorno - secondo Caterine Lassagne - ebbe a dire confidenzialmente: "Io non vorrei essere parroco, ma sono contento di essere prete anche solo per potere celebrare la Messa!". Secondo il parere del suo confessore, "tutto ciò che aveva fatto dalla levata fino a quel momento, poteva essere considerato come un'eccellente preparazione". Ma egli voleva ancora alcuni minuti per meglio raccogliersi prima del santo Sacrificio. Rimaneva immobile inginocchiato sul pavimento del coro, con le mani giunte e gli occhi fissi al tabernacolo, e non vi era nulla che fosse capace di distrarlo in quegli istanti di intimità con Dio. (...)
Amava i paramenti ricchissimi e preziosi. Avrebbe voluto un calice d'oro massiccio, perchè "il più bello che aveva non gli sembrava ancora degno di contenere il sangue di Gesù Cristo". Soprattutto gli piaceva l'altare maggiore con la sua base di marmo, sulla quale sono scolpiti l'Agnello, San Giovanni Battista, suo patrono, S. Sisto, patrono d'Ars; col suo tabernacolo di bronzo dorato e cesellato, ed il suo alto baldacchino, ornato di pennacchi bianchi. Ma per lui la principale bellezza della chiesa era sempre il contegno esemplarmente edificante dei fedeli.
La sua Messa non era lunga oltre il tempo richiesto, cioè la mezz'ora. Per tutta la sua vita seguì il rito speciale della chiesa di Lione. Secondo tale rito, il celebrante, dopo la elevazione, rimane un momento con le braccia distese, e questo era il solo gesto che don Vianney prolungava in un modo che impressionava. Dionigi Chaland, che gli servì la Messa come chierichetto nel 1827 e che divenne prete, ebbe a dire: "Io ero colpito nel vederlo dopo la consacrazione con gli occhi e le mani levate rimanere per cinque minuti in una specie di estasi. Condividendo il pensiero dei miei compagni ritenevo che vedesse Dio". Prima della Comunione "si fermava ancora un momento, come in conversazione con Nostro Signore, ed infine consumava le sacre Specie".
"Com'era bello quando celebrava! - esclama fratello Atanasio. - Lo si sarebbe detto un altro San Francesco di Sales". "L'ho visto qualche volta celebrare - ha detto don Luigi Beau, suo confessore - ed ogni volta mi è sembrato di vedere un angelo sull'altare".
Si veniva alla chiesa espressamente per edificarsi e contemplarlo durante la celebrazione dei divini misteri. Così fecero, tra le altre, anche persone ospiti al castello, le quali andarono alla Messa solenne solo "per avere l'occasione di vederlo e di osservarlo". "Una persona della parrocchia - afferma la baronessa di Belvey - mi diceva: Se volete imparare ad ascoltare bene la Messa, mettevi in un luogo ove possiate vedere il nostro Curato all'altare. Io mi collocai in un luogo ove potevo osservarlo e scoprii nei suoi lineamenti qualche cosa di celestiale. Dai suoi occhi caddero lacrime durante quasi tutta la santa Messa; la stessa cosa ossservai ogni qualvolta mi recai ad Ars". Un artista riteneva non potersi descrivere l'espressione del volto del nostro Santo all'altare.
In lui non v'era neppure l'apparenza di una distrazione. Il suo contegno esterno riproduceva quello che passava nell'intimo della sua anima. Era nemico di ogni affettazione e non faceva nessun gesto esagerato o superfluo, ma pregava e contemplava coi suoi occhi elevati o chini, e supplicava con le sue mani giunte o distese. Questo contegno era una predicazione muta, ma di un'eloquenza irresistibile, ed a più di un peccatore bastò averlo visto una volta per convertirsi. Così ad esempio un framassone, che aveva acconsentito a venire alla chiesa, sentì il suo cuore trasformato, appena contemplò il Santo all'altare. Si aveva l'impressione sensibile che là non era solo, ma che stava con lui il Sommo Sacerdote, Gesù Cristo. Dal suo esterno era facilmente indovinabile la sua adorazione, perchè ogni gesto, ogni sguardo, ogni movimento dicevano l'annientamento, il desiderio, la speranza, l'amore...
Ed erano precisamente questi i sentimenti che passavano nella sua grande anima, durante la celebrazione. (...) »
François Trochu, Il Curato d’Ars, Casa Editrice Marietti, Genova-Milano 2004 (II ristampa), pp. 397-398.
Il momento della Messa!... Dal suo volto era scomparsa ogni nube di tristezza, ed ormai sembrava avere dimenticato la terra. Un giorno - secondo Caterine Lassagne - ebbe a dire confidenzialmente: "Io non vorrei essere parroco, ma sono contento di essere prete anche solo per potere celebrare la Messa!". Secondo il parere del suo confessore, "tutto ciò che aveva fatto dalla levata fino a quel momento, poteva essere considerato come un'eccellente preparazione". Ma egli voleva ancora alcuni minuti per meglio raccogliersi prima del santo Sacrificio. Rimaneva immobile inginocchiato sul pavimento del coro, con le mani giunte e gli occhi fissi al tabernacolo, e non vi era nulla che fosse capace di distrarlo in quegli istanti di intimità con Dio. (...)
Amava i paramenti ricchissimi e preziosi. Avrebbe voluto un calice d'oro massiccio, perchè "il più bello che aveva non gli sembrava ancora degno di contenere il sangue di Gesù Cristo". Soprattutto gli piaceva l'altare maggiore con la sua base di marmo, sulla quale sono scolpiti l'Agnello, San Giovanni Battista, suo patrono, S. Sisto, patrono d'Ars; col suo tabernacolo di bronzo dorato e cesellato, ed il suo alto baldacchino, ornato di pennacchi bianchi. Ma per lui la principale bellezza della chiesa era sempre il contegno esemplarmente edificante dei fedeli.
La sua Messa non era lunga oltre il tempo richiesto, cioè la mezz'ora. Per tutta la sua vita seguì il rito speciale della chiesa di Lione. Secondo tale rito, il celebrante, dopo la elevazione, rimane un momento con le braccia distese, e questo era il solo gesto che don Vianney prolungava in un modo che impressionava. Dionigi Chaland, che gli servì la Messa come chierichetto nel 1827 e che divenne prete, ebbe a dire: "Io ero colpito nel vederlo dopo la consacrazione con gli occhi e le mani levate rimanere per cinque minuti in una specie di estasi. Condividendo il pensiero dei miei compagni ritenevo che vedesse Dio". Prima della Comunione "si fermava ancora un momento, come in conversazione con Nostro Signore, ed infine consumava le sacre Specie".
"Com'era bello quando celebrava! - esclama fratello Atanasio. - Lo si sarebbe detto un altro San Francesco di Sales". "L'ho visto qualche volta celebrare - ha detto don Luigi Beau, suo confessore - ed ogni volta mi è sembrato di vedere un angelo sull'altare".
Si veniva alla chiesa espressamente per edificarsi e contemplarlo durante la celebrazione dei divini misteri. Così fecero, tra le altre, anche persone ospiti al castello, le quali andarono alla Messa solenne solo "per avere l'occasione di vederlo e di osservarlo". "Una persona della parrocchia - afferma la baronessa di Belvey - mi diceva: Se volete imparare ad ascoltare bene la Messa, mettevi in un luogo ove possiate vedere il nostro Curato all'altare. Io mi collocai in un luogo ove potevo osservarlo e scoprii nei suoi lineamenti qualche cosa di celestiale. Dai suoi occhi caddero lacrime durante quasi tutta la santa Messa; la stessa cosa ossservai ogni qualvolta mi recai ad Ars". Un artista riteneva non potersi descrivere l'espressione del volto del nostro Santo all'altare.
In lui non v'era neppure l'apparenza di una distrazione. Il suo contegno esterno riproduceva quello che passava nell'intimo della sua anima. Era nemico di ogni affettazione e non faceva nessun gesto esagerato o superfluo, ma pregava e contemplava coi suoi occhi elevati o chini, e supplicava con le sue mani giunte o distese. Questo contegno era una predicazione muta, ma di un'eloquenza irresistibile, ed a più di un peccatore bastò averlo visto una volta per convertirsi. Così ad esempio un framassone, che aveva acconsentito a venire alla chiesa, sentì il suo cuore trasformato, appena contemplò il Santo all'altare. Si aveva l'impressione sensibile che là non era solo, ma che stava con lui il Sommo Sacerdote, Gesù Cristo. Dal suo esterno era facilmente indovinabile la sua adorazione, perchè ogni gesto, ogni sguardo, ogni movimento dicevano l'annientamento, il desiderio, la speranza, l'amore...
Ed erano precisamente questi i sentimenti che passavano nella sua grande anima, durante la celebrazione. (...) »
François Trochu, Il Curato d’Ars, Casa Editrice Marietti, Genova-Milano 2004 (II ristampa), pp. 397-398.

