
La Chiesa inizia la Quaresima imponendo le ceneri ai suoi fedeli. Con ciò vuole ricordarci la nostra condizione mortale ed invitarci alla penitenza. La meditazione proposta è tratta da un'opera di P. Gaston Courtois (1897-1970) sui tempi liturgici. Sebbene l'Autore, sacerdote di profonda preghiera, si rivolga principalmente alle religiose, questi semplici e vibranti pensieri sono indirizzati a qualunque battezzato che senta la necessità di sostare in silenzio per incontrare e dialogare con il Maestro. ***
La santa Quaresima, che richiama i quaranta giorni di Gesù nel deserto, ci prepara ad associarci più profondamente alle sofferenze redentrici della Passione di Cristo, in vista di farci partecipare più abbondantemente alle gioie della Resurrezione durante il tempo di Pasqua.
La Grazia particolare di questo tempo di Quaresima, è l'aumento in noi dello spirito di penitenza.
Potremo raggrupare le nostre riflessioni intorno a queste tre idee:
1° Gesù ha praticato lo spirito di penitenza.
2° Gesù l'ha domandato a tutti coloro che l'amavano.
3° Gesù ce lo chiede.
1. - Gesù ha praticato lo spirito di penitenzaPrima di predicare la penitenza al mondo, Gesù ha voluto darci l'esempio. Ha incominciato a fare, prima di insegnare.
Coepit facere et docere (Atti 1, 1).
Una frase di S. Paolo riassume la sua attitudine profonda:
Christus non sibi placuit (Rom. 15,3). "Il Cristo non ha mai ricercato se stesso".
Così appariva:
a) Nella sua vita privata.
b) Nella sua vita pubblica.
c) Nella sua vita sofferente.
a) NELLA SUA VITA PRIVATA
Contempliamolo nell'adorabile mistero dell'incarnazione. Come Dio, privo di tutte le limitazioni imposte alla creatura e di ogni assoggettamento alla materia, Egli accetta di farsi carne,
et Verbum caro factum est, di prendere una anima e un corpo come il nostro, nel seno verginale di una donna.
Il
Te Deum esprime ciò in termini quasi intraducibili:
Tu Rex Gloriæ
Christe: non horruisti Virginis uterum; e la liturgia indirizzandosi a Maria sottolinea il contrasto: Colui che i cieli non possono contenere, tu l'hai tenuto chiuso in te stessa.
Quem cæ
li capere non poterant, tuo gremio contulisti.San Paolo approfondisce maggiormente quando scrive: (Fil. 2, 6-7) "Egli che era di condizione divina, non si è rivalso della sua parità con Dio. Egli si è annientato prendendo condizione di servitore e facendosi simile agli uomini". Egli era tutto, e si ridusse allo stato di niente,
Exinanivit semetipsum, condividendo i disagi e le necessità della natura umana, accettando di essere sottomesso da bambino, da giovanetto, da apprendista e da operaio che guadagna la sua vita materiale col sudore della fronte.
Egli avrebbe potuto nascere almeno come la maggior parte degli uomini, un una casa normale; invece è in una stalla, in pieno inverno e nella notte ch'Egli nasce e la sua piccola infanzia è quella d'un proscritto, d'uno "spostato" in un paese straniero.
A Nazareth, Egli avrebbe potuto avere una vita più facile. La sua intelligenza, che dopo il Suo pellegrinaggio a Gerusalemme stupì i dottori della legge, avrebbe potuto fornirgli una situazione privilegiata. Ma Egli ha voluto condurre, prima dei trent'anni una vita dura, povera, oscura,
Christus non sibi placuit. "Cristo non ha ricercato se stesso".
b) NELLA SUA VITA PUBBLICA
Infine, viene l'ora in cui Egli può uscire dal Suo villaggio e annunciare alla folla la parola di Dio. Questa volta, è la vita apostolica, con le sue gioie esultanti, con i miracoli che fanno moltiplicare i pani, guarire gli ammalati, suscitare i morti. Ci sono tanti corpi da gurire, tante anime da illuminare; tanti cuori da purificare! "Venite presto Signore: guardate tutta questa gente che ha bisogno di vederVi, di ascoltarVi, di occarVi". Ebbene! No, Egli incomincia la sua vita pubblica col domandare a Giovanni Battista il battesimo di penitenza e col ritirarsi nel deserto per quaranta giorni di silenzio, di preghiera e di digiuno.
Postea esuriit, ci dice S. Matteo (Matteo 4, 2). Che cosa meravigliosa!
Dopo tante settimane di digiuno egli provò la vera fame, cioè quel dolore cocente che rode e tormenta, che dal fondo degli intestini contratti, grida fame durante il giorno. Questa fame dovette essere molto forte, perchè Egli l'ammise più tardi (poichè come avrebbero potuto saperlo gli apostoli se bib l'avesse detto lui stesso?) e per coronare il tutto, Egli accetta l'umiliazione d'essere tentato tre volte dal demonio.
Infine egli inaugura la sua predicazione, ma le sue giornate sono terribilmente cariche! Ha appena il tempo di mangiare e sovente Egli passa la notte in preghiera, solo sulla montagna. Percorre a piedi le campagne della Giudea e della Galilea. Conosce per esperienza le fatiche estenuanti dell'apostolato. E' così stanco che in certi giorni dorme nella barca con i pugni chiusi malgrado la tempesta e, a Samaria, si siede sfinito ai margini del pozzo di Giacobbe.
Ma ciò che per Lui è più penoso della fame, della fatica o della sete, è la durezza dei cuori, la versatilità della folla, l'imcomprensione dei suoim l'ostilità crescente di coloro che dovrebbero maggiormente aiutarLo a ristabilire il regno di Dio, vale a dire i sacerdoti israeliti e i benpensanti dell'epoca.
c) NELLA SUA VITA SOFFERENTE
Soprattutto dalla sua vita sofferente si propaga, in tutta la sua dimensione, il suo spirito di penitenza.
La prima penitenza è quella del cuore: tradito da uno dei dodici da Lui stesso scelti e che aveva teneramente amato:
Amice, ad quid venisti?, davanti al quale Egli si era inginocchiato per lavargli i piedi, il quale dopo averLo venduto per trenta denari, Lo indica ai soldati con un bacio.
Rinnegato tre volte da Pietro che aveva stabilito come capo del gruppo apostolico; da Pietro che aveva proclamato "anche quando tutti gli altri Ti abbandoneranno, io non Ti lascerò mai" e che solennemente dichiarava nel cortile del grande sacerdote: "In verità vi dico, non conosco affatto quell'Uomo!" (E si potrebbero così elencare le grida del Sinedrio: "a morte, Egli ha bestemmiato", le beffe della corte di Erode che Lo tratta da folle, le fiacche esitazioni di Pilato, le urla della folla che preferisce Barabba a Lui e che scandisce il grido di odio: "che sia crocefisso").
Penitenza dell'anima: schiacciato dal peso di tutti i peccati del mondo, di cui prese l'incarico d'espiazione davanti al Padre; tormentato dal pensiero che le sue sofferenze saranno eternamente inutili per un certo numero di persone che liberamente rifiuteranno il Suo amore. "Padre se è possibile, allontana da Me questo calice", "Padre, Padre, perchè mi hai abbandonato?".
Penitenza del corpo: e qui bisognerebbe elencare tutte le brutalità di cui è fatto oggetto dopo gli schiaffi e gli sputi dei servitori di Caifa, fino ai colpi dolorosi della flagellazione che ridussero il suo corpo ad un'unica piaga sanguinante dalla testa ai piedi, dalle spine della grottesca coronha conficcata nella testa, fino ai chiodi affondati nelle mani e nei piedi. E per finire, la terribile agonia di tre ore sulla Croce:
Consummatum est. "Tutto è compiuto". Io ho compiuto il mio dovere, a voi ora l'adempimento del vostro.
2. - Gesù l'ha domandato a tutti coloro che l'amanoa) A sua Madre.
b) Ai suoi apostoli.
c) A tutti i santi.
a) A SUA MADRE
Nessun altro Figlio amerà la mamma sua come Gesù ha amato Maria. E pertanto, le ha domandato di praticare lo spirito di penitenza affinchè fosse più direttamente compartecipe alla Sua opera redentrice.
Quando recitiamo il rosario, contempliamo i misteri dolorosi; ma anche i misteri gaudiosi comportano un elemento di sacrificio, tant'è vero che qui sulla terra, le più grandi gioie hanno sempre l'ombra di una spina.
Guardiamo, ad esempio, l'Annunciazione. l'Angelo annuncia a Maria che sarà la Madre del Salvatore. Maria si turba: è inquieta perchè ha fatto voto di verginità. "Come potrà accadere ciò se non conosco uomo?" ma si turba anche (dopo essere stata assicurata su questo punto) perchè conosce la profezia di Isaia e il salmo 21 che mostra le sofferenze dell'atteso Messia. Ella sa quanto la Sua maternità sarà dolorosa, ed è con un atto di umiltà che dà la sua risposta:
Ecce... Fiat, che sembra essere il preludio dell'
Ecce e del
Fiat del Calvario.
E la Visitazione? Senz'altro grande è la gioia di Maria, felice di vedere attuata la predizione dell'angelo riguardo la prossima maternità della cugina Elisabetta e questa gioia esplode nel canto trionfale di questa azione di grazia che è il Magnificat. Ma al ritorno, quale sofferenza silenziosa ed intima davanti all'angoscia così legittima di San Giuseppe!
La Natività? Gli angeli cantano la gioia della divina nascita e Maria si consola. I pastori prima e i Magi poi, si stringono attorno al pargoletto.
Maria è soprattutto felice di poter stringere fra le sue braccia colui che adora come suo Dio e che può amare come suo Figlio. Ma quale preoccupazione e quanta pena causano il viaggio imprevisto da Nazareth a Betlemme, la ricerca ansiosa e inutile di un alloggio adatto per passare la notte, l'incomodità di quella grotta nauseabonda che serviva da stalla e, già in lontananza, il profilo del massacro dei Santi Innocenti e la partenza precipitosa per l'Egitto.
E la Presentazione al Tempio? Sicuramente grande è la gioia di Maria nel presentare sui gradini del Tempio, il Figlio suo benedetto ma, questo bimbo, è l'Ostia pura e immacolata che sarà un giorno offerta in modo sanguinoso per la redenzione d'Israele e del mondo intero; Simeone è là per ricordare alla giovane madre che una spada trapasserà il suo cuore.
E il ritrovamento di Gesù? Grande è la gioia nel ritrovare chi era perduto, ma dopo quali ore di angoscia: "Tuo padre ed io, addolorati, ti cercavamo" (Luca 2, 48).
Certamente, la dolce intimità del focolare di Nazareth compensava tutte le tristezze di una famiglia povera e laboriosa. Ma venne il giorno in cui fu necessario rinunciare a questa intimità, quando Gesù cominciò la sua vita pubblica dedicandosi agli "affari" del Padre.
In disparte e discretamente, Maria seguì i pellegrinaggi del Figlio, ma solo epr partecipare nel suo cuore ai successi apostolici di Gesù e soffrire con Lui alle risposte talvolta deludenti della libertà umana e agli inviti della tenerezza divina.
Durante la Passione, Ella era là, coraggiosa nel suo dolore amante, alla prima svolta del cammino che portava al Calvario.
Ella era là ritta ai piedi della Croce, per partecipare a tutti i dolori della crocefissione, agli orrori dell'agonia:
Stabat Mater Dolorosa.Ella era là per ricevere tra le braccia il corpo straziato di Colui che, più di ogni uomo per sua madre, era veramente carne della sua carne.
Infine, fu il mattino di Pasqua, Ella ritrova il Figlio suo, nella gloria della Resurrezione. Sperava ormai di non lasciarlo più, ma Gesù le domanda di restare ancora qualche anno, su questa terra d'esilio, per vegliare sulla culla della Chiesa primitiva, come aveva protetto i giorni della Sua infanzia.
E la sua risposta è sempre la stessa: "
Ecce ancilla Domini, fiat mihi secundum verbum tuum".
b) AI SUOI APOSTOLI
Gli apostoli erano molto fieri di essere stati scelti dal giovane Maestro, così bello, così avvincente. Gesù parlava così bene, faceva sì grandi miracoli; comandava ai venti e alla tempesta; e anche a loro aveva comunicato qualcosa del suo potere sul demonio. E poi era il caso di sperare che un giorno, Egli avrebbe cacciato le autorità attuali, avrebbe instaurato il regno d'Israele e, quel giorno, pensavano d'avere una buona carica nel governo del paese. Era giustizia, dopo tutto: dopo essere stati con Lui nel dolore, si apsettavano gli onori con Lui.
Ma Gesù li disingannava subito: "Il mio regno non è di questo mondo". Oh! Gesù dovrà faticare molto a far loro comprendere i suoi pensieri, ricollocando le cose al giusto punto; Egli non biascica parole: "Se qualcuno vuol essere il mio discepolo, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Matteo 16, 24). "Se non fate penitenza, perirete tutti" (Luca 13, 5). "Benedetti sarete voi, quando vi perseguiteranno per causa Mia" (Matteo 5, 11).
Solo dopo la Pentecoste, sotto l'influenza dello Spirito Santo, gli Apostoli compresero, ed allora furono i primi a rallegrarsi allorchè soffrirono per il nome di Gesù (Atti 5, 41).
I testi delle lettere di San Pietro e di San Giacomo mostrano efficacemente lo spirito dei primi cristiani:
"Dovete esultare di gioia, della stessa grande gioia, anche se siete aflitti da diverse prove" (1 Pietro 1, 6).
"E' per piacere a Dio e per riguardo a Lui che dobbiamo sopportare le diverse prove che ci vengono inflitte ingiustamente" (1 Pietro 2, 19).
"Non vediate, fratelli miei, altro che un motivo di gioia nelle diverse prove che possono capitarvi" (Giacomo 1, 2).
Mentre Saulo, dopo essere stato atterrato sulla strada di Damasco, è rifugiato nella casa di Giuda sulla via della "La Diritta", il Signore avvisa Anania e risponde all'inquietudine legittima dei suoi fedeli che conoscevano lo spirito e lo zelo del persecutore: "Va', perchè costui è uno strumento da me scelto per portare il mio nome dinnanzi alle nazioni, ai re e ai figli d'Israele: io gli mostrerò infatti, quanta pena dovrà soffrire per il Mio nome" (Atti 9, 15, 16).
Difatti, San Paolo ha realizzato l'annuncio ed è Lui che esprime, per le future generazioni, le formule decisive dello spirito cristiano di penitenza.
"Quelli che sono affondati nella ricerca del godimento, non possono piacere a Dio" (Rom. 8, 8).
"Quelli che sono con Cristo, crocifiggono la loro carne con tutti i suoi desideri" (Gal. 5, 24).
"Praticando la mortificazione di Cristo nella nostra carne, manifestiamo nel nostro corpo la Sua presenza vivente" (2 Cor. 4, 10).
"Assoggetto il mio corpo e lo riduco in servitù, per paura che dopo avere predicato agli altri, sia io steso condannato" (1 Cor. 9, 27).
"Vi esorto, fratelli, per la divina misericordia, a offrire i vostri corpi come vittime viventi, sante, gradite a Dio" (Rom. 12, 1).
"Mortificate, dunque, le vostre membra" (Col. 3, 5).
c) A TUTTI I SANTI
Tutti gli apostoli, tutti i martiri fecero eco con la loro vita e la loro morte a queste forti parole.
Sant'Andrea, davanti alla Croce, si getta in ginocchio ed esclama:
"Oh! Croce benedetta, per molto tempo desiderata, ed innalzata oggi per esaudire tutti i miei desideri, vengo a te nella pace e nella gioia. Accoglimi, tu stessa, nell'allegrezza, dato che il Maestro fu appeso al legno".
(6° Lezione del Mattutino del 30 Novembre)
Sant'Ignazio d'Antiochia condannato ad essere sbranato dalle belve, si rallegrava di dover essere dilaniato dai loro denti e di diventare così, "il fermento di Cristo".
Ogni Santo, ogni Santa, ha praticato, in modo particolare, una virtù determinata, ma nessuno o nessuna ha, nello stesso tempo, dimenticato lo spirito di penitenza.
Per Santa Caterina da Siena, Santa Teresa d'Avila, Santa Giovanna di Chantal, Santa Margherita-Maria, Santa Maddalena-Sofia Barat, lo spirito di penitenza è un elemento essenziale della vita spirituale. E sarebbe sufficiente leggere la "Storia di un'anima", per scorgervi che Santa Teresa di Gesù Bambino, fu un'anima virile che, fin dalla sua infanzia praticò in grado eroico il sacrificio.
La storia delle fondatrici e i loro scritti, costituiscono veri messaggi che illustrano, alle diverse epoche e nelle diverse forme della vita religiosa, la Santa Consegna del Salvatore: "Penitenza, condizione di salute e di apostolato".
3. - Gesù ce lo chiede
1) Per noi stessi;
2) Per le anime che ci sono affidate;
3) Per lui stesso.
1) PER NOI STESSI
a) Come capo espiatorio per i nostri passati peccati.
b) A titolo preventivo contro le tentazioni future.
c) Come condizione di rallegramento per ciò che Dio ha messo di meglio in noi.
a) Come capo espiatorio per i nostri passati peccati.
Una prima verità che ammettiamo con difficoltà, è che siamo tutti dei poveri peccatori. Ma se anche per la grazia del Signore, abbiamo evitato i "peccati di rottura" che sono i peccati mortali, ci sono nella nostra vita ancora tante indelicatezze a suo riguardo. Quando si riflette alla santità, alla trascendenza, all'amore infinito di un Dio che ci ha tanto amato, e quando ripensiamo alla nostra sordità ai suoi richiami e alle volte in cui abbiamo trascurato il suo servizio, non abbiamo motivo di esser fieri, tanto più che non bisogna giudicare i peccati unicamente dalle categorie della casistica morale.
Ogni peccato è un'offesa fatta a Dio, ma bisogna distinguere tra quello che si potrebbe chiamare la colpa materiale e l'offesa fatta col cuore. Ci sono, certamente, dei grandi peccatori che commettono peccati immensi, ma sono spesso più materiali che formali poichè non si rendono mai completamente conto della gravità di ciò che commettono,
Ricordiamo la parola di Gesù sul Calvario: "Padre perdona loro perchè non sanno quello che fanno".
Le scusanti non mancano e solo il Signore le conosce: pesanti eredità, cattiva educazione, scandali che hanno segnato la giovane infanzia, cattivi esempi, cattivi consigli, ecc.
Per questo non abbiamo mai il diritto di gettare la pietra sugli altri e di crederci superiori ad essi.
Chissà se essi, al nostro posto, con tutte le grazie che abbiamo ricevuto, con tutte le premure che il cuore di Gesù ci ha elargito, non sarebbero stati migliori di noi.
E chissà se noi, al loro posto, con tutto ciò che li ha influenzati al male, saremmo superiori a loro!
Noi siamo privilegiati: abbiamo ricevuto molto più di ogni altro uomo. Non dobbiamo glorificarci, ma umiliarci, poichè più abbiamo ricevuto e più il Signore è in diritto d'aspettare da noi e, le nostre indelicatezze a suo riguardo, lo feriscono più del grande peccato di un povero uomo che non si rende conto di ciò che fa: ogni voltas che abbiamo ricercato noi stessi, mancando di zelo, d'umiltà o di carità, abbiamo addolorato il Suo cuore divino.
Certo, l'offesa è interamente cancellata, annientata dal perdono di Gesù all'anima ravveduta.
Quando Dio perdona, i nostri peccati non esistono più davanti a Lui, ma se l'assoluzione cancella questa offesa, non sopprime però la necessità di compensare con la penitenza la ricerca disordinata di noi stessi, che l'ha prodotta. Già la penitenza sacramentale anche se consiste solo in una breve preghiera, costituisce un primo mezzo per riparare i torti fatti a Dio e alla comunità cristiana, inserendo il nostro sforzo nell'espiazione di Cristo e della Sua Chiesa.
Ma è tutta la nostra vita che deve completare quets'opera di riparazione, poichè ciò che noi non possiamo espiare quaggiù al prezzo della misericordia, dovremo più tardi pagarlo in Purgatorio al prezzo della Giustizia. Donec reddas novissimum quadrantem. "Finchè non avrai pagato l'ultimo centesimo" (Matteo 5, 26).
E' dunque nel nostro interesse, rispondere con amore, fin da ora, all'invito misericordioso del Divin Maestro.
b) A titolo preventivo contro le tentazioni future.
Fino a quando siamo sulla terra, non siamo confermati nella grazia.
Qualunque siano i nostri desideri di fare bene, le nostre attuali buone disposizioni e anche la purezza e l'innocenza della nostra vita, dobbiamo stare in guardia (1 Cor. 10, 12).
Ricordiamo le parole piene d'esperienza di San Pietro nella sua lettera - parole che la Chiesa fa recitare tutte le sere a Compieta: Sobrii estote et vigilate - "Siate sobri e vigilate perchè avete un avversario, il demonio, che gira attorno a voi come leone ruggente, cercando di divorarvi: resistetegli con la forza della vostra volontà appoggiata sulla fede" (1 Pietro 5, 8, 9).
Non c'è nessuno che non abbia, per un momento, conosciuto la tentazione. Non si tratta d'impazzire o si spaventarsi: si tratta di saperlo e di tenerne conto. In certi momenti, essa può anche prendere la forma di una febbre ossessiva. Certamente, non saremo mai tentati in modo superiore alle nostre forze e la grazia attuale per vincere, non ci mancherà; ma se non abbiamo preso la "piega" al sacrificio, rischieremo di non corrispondere a questa grazia.
Le grandi vittorie morali, non si improvvisano: esse sono il frutto di una mutitudine di piccole vittorie oscure ottenute nei vari momenti della vita quotidiana.
Quando non ci si tiene allenati alla mortificazione; quando, a poco a poco, ci si lascia invaghire dal gusto delle ricchezze o dalla ricerca degli agi; quando si lasciano moltiplicare le piccole viltà invece dei piccoli sforzi che il Signore ci domanda, la volontà d'indebolisce. Si è alla mercè dei capricci, dell'immaginazione, degli impulsi.
Chi non è maestro di se stesso, può diventare schiavo di ciò che di meno buono c'è in lui. Ricordiamo questa regola d'oro: Per essere sempre pronti a rifiutare un piacere proibito, bisogna sapere, di tanto in tanto, privarsi d'un piacere permesso.
Colui che non si rifiuta niente e che non pratica la penitenza, rischierà nel momento della decisione di prendere la via del facile pendio.
c) Come condizione di rallegramento per ciò che Dio ha messo di meglio in noi
Se il sacrificio è una conseguenza dello spirito di penitenza, non è mai lo scopo; il vero scopo è l'amore.
Come dice Padre Plus: "Il sacrificio non diminuisce l'uomo, lo innalza, poichè sopprime tutto ciò che impedisce la salita; e lavorare per rimpiazzare "l'io" egoista con "Cristo", non è ridurre la vita, ma moltiplicarla all'infinito".
La felicità non consiste nella cieca soddisfazione di ogni desiderio che può affiorare alla nostra coscienza, ma nella collaborazione alla Grazia per far ingrandire tutti quesi valori nascosti, che sono il frutto delle virtù necessarie; per sviluppare i germi della fede vivente, della speranza ardente e della carità bruciante, che Dio ha deposto in noi nel battesimo; e per realizzare l'ammirabile piano d'amore che ha stabilito creandoci e chiamandoci alla vita religiosa.
2) PER GLI ALTRI
Cioè per tutte quelle anime, conosciute e sconosciute che Dio ci ha affidato.
Dobbiamo praticare lo spirito di penitenza in loro favore:
a) Per riparare i loro sbagli;
b) Come testimonianza d'autenticità del nostro messaggio;
c) Come condizione di sviluppo dell'aspostolato missionario.
a) Per riparare i loro sbagli
La nostra carità fraterna deve arrivare al punto di chiedere a noi stessi dei sacrifici che servano di espiazione per i loro peccati, riducendo così il peso più o meno schiacciante della sofferenza che ne è la conseguenza per tutti, poichè ogni peccayo è un peccato sociale che aumenta la dose del dolore dell'umanità. Stipendia peccati mors - "Il prezzo del peccato è la morte" (Rom. 6, 23).
Mediante il mistero della comunione dei Santi possiamo espiare per gli altri ad aiutarli a far cadere lo schermo d'orgoglio, d'egoismo, d'impurità, che impedisce ai raggi della grazia di passare e toccare i cuoi.
b) Come testimonianza d'autenticità del nostro messaggio
Il sacrificio espia. Esso conferisce alla religiosa una autorità morale che le permette di consigliare saggiamente le anime che in momenti difficili o dolorosi, le si affidano.
Come ottenere da quella bimba o da quella giovane il sacrificio che si impone se non è abituata alla mortificazione? Non facciamoci illusioni: le anime sentono per intuizione se la nostra vita, anche nascosta, testimonia il nostro pensiero.
Come aiutare una madre di famiglia a portare cristianamente il suo fardello di preoccupazioni, di fatiche e talvolta di terribili prove, se ci si accontenta di una vita facile, che ci impedisce anche d'intendere concretamente quel che può essere la sofferenza altrui e quindi di comprenderla?
In quei momenti le parole usate per ogni occasione possono fare più male che bene; meglio sarebbe tacere. "Ci sono delle ferite che si possono toccare solo con mani passate dai chiodi" diceva Padre Plus. Solo coloro che hanno l'abitudine alla rinuncia, sanno unirsi ed immedesimarsi con coloro che soffrono.
c) Come condizione di sviluppo dell'apostolato missionario
L'efficacia apostolica non segue le regole della produttività degli affari umani. Le belle parole, le grandi organizzazioni, le feste, le opere, le istituzioni, sono tutte ottime cose, ma se non è Gesù, e Gesù crocifisso, che parla attraverso le nostre labbra, che ama mediante il nostro cuore, che si dona attraverso la nostra devozione, la nostra opera non potrebbe proseguire nè agire in profondità.
D'altra parte, ci sono degli isolotti di resistenza che si conquisteranno solo a colpi di penitenza. Il Signore stesso ci ha avveriti: "Ci sono tipi di demonio che possono essere scacciati solo dal digiuno e della preghiera" (Matteo, 17, 21).
Un giorno, i confratelli vicini al curato d'Ars, andarono a trovarlo e gli dissero: "Non sappiamo più cosa fare: abbiamo provato tutto per migliorare lo stato delle nostre parrocchie. Abbiamo moltiplicato le lezioni di catechismo, gli uffici, le prediche, ma le parrocchie continuano ad essere cattive; ci sono ancora dei luoghi in cui la gente si comporta male, ecc. Come avete fatto a rendere cristiano il vostro villaggio che era tra i più cattivi?" Ed il curato d'Ars rispose loro: "Avete digiunato, fatto sacrifici? Vi siete mortificati?".
E' per mezzo della Croce che Gesù ha salvato il mondo, è sempre per mezzo della Croce che si possono salvare le anime. Se il chicco di frumento non cade nel terreno e non muore, non porta frutto. La preghiera domanda, ma la penitenza ottiene.
L'apostolato vissuto con sacrificio è il più efficace degli apostolati missionari.
3) PER GESU' STESSO
a) A titolo di prova d'amore;
b) Di partecipazione alla Sua opera redentrice;
c) Come condizione d'intimità con Lui.
a) A titolo di prova d'amore verso Colui che ci ha tanto amati
Abbiamo riflettuto fino a quale punto siamo stati amati da Lui e non tutti in generale ma ognuno in particolare?
Non c'è prova d'amore più grande che quella di dare la propria vita per chi ci ama; ed Egli ci ha amato fino a quel punto.
Ognuna di noi può sentirsi dire la parola che Angela di Foligno mette sulle sue labbra: "Non è per scherzo che ti ho amata".
Il nostro sacrificio dice a Gesù il nostro vero amore.
b) A titolo di partecipazione alla Sua opera redentrice
Dobbiamo prendere la nostra parte nella redenzione del mondo. Certamente Gesù, poichè è Dio, ha conferito al Suo sacrificio un valore infinito.
Egli ha riparato tutto, ma ora si tratta di applicare alle anime di ogni generazione i frutti di questa redenzione.
Il prezzo dell'espiazione di Cristo dà valore al nostro sacrificio nella misura in cui siamo uniti a Lui, ma non lo supplisce. Con infinita delicatezza, il Salvatore ha voluto far dipendere dal nostro liberto apporto, l'efficacia concreta della Sua Passione.
San Paolo l'aveva ben capito, lui che riassume nell'Epistola ai Colossesi tutta la dottrina di questa partecipazione all'opera redentrice: "Io compio nella mia carne, ciò che manca ala Sua Passione per mezzo del Suo Corpo che è la Chiesa" (Col. 1, 24).
c) Come condizione di intimità con Lui Più ci si configura a Cristo con una carità autentica che va fino al sacrificio e maggiormente si può penetrare nel segreto dell'amore divino, la cui espressione culminante è il Calvario.
Ci sono scambi d'amore che si fanno solo sulla croce e la penitenza è il segreto dei più intimi favori del Salvatore. Il Signore non si lascia mai battere in generosità. Quando vede un'anima realmente felice approfittare di ogni occasione, grande o piccola, per rinunciare a se stessa, Egli l'attira a sè. L'intimità divina è la ricompensa di coloro che sono nella disposizione di non rifiutargli nulla.
"Io concederò molto più sovente grazie d'unione profonda con Me, se vi saranno anime mortificate", diceva nostro Signore a Santa Margherita-Maria.
Ben lontano dall'offuscare la nostra anima, lo spirito di penitenza attira il Signore e ci fa partecipare fin da ora alla Sua gioia in attesa della gloria eterna.
Estratto da: G. Courtois, I tempi liturgici, Editrice Ancora, Milano 1965, pp. 97 e ss.