martedì 26 aprile 2011

1° maggio: Domenica in Albis - Ottava di Pasqua


Sequéntia sancti Evangélii secúndum Ioánnem (20, 19-31)

In illo témpore: Cum sero esset die illo, una sabbatórum, et fores essent cláusæ, ubi erant discípuli congregáti propter metum Iudæórum: venit Iesus, et stetit in médio, et dixit eis: Pax vobis. Et cum hoc dixísset, osténdit eis manus et latus. Gavísi sunt ergo discípuli, viso Dómino. Dixit ergo eis íterum: Pax vobis. Sicut misit me Pater, et ego mitto vos. Hæc cum dixísset, insufflávit, et dixit eis: Accípite Spíritum Sanctum: quórum remiséritis peccata, remittúntur eis: et quórum retinuéritis, reténta sunt. Thomas autem unus ex duódecim, qui dícitur Dídymus, non erat cum eis, quando venit Iesus. Dixérunt ergo ei álii discípuli: Vídimus Dóminum. Ille autem dixit eis: Nisi vídero in mánibus eius fixúram clavórum, et mittam dígitum meum in locum clavórum, et mittam manum meam in latus eius, non credam. Et post dies octo, íterum erant discípuli eius intus, et Thomas cum eis. Venit Iesus, iánuis cláusis, et stetit in médio, et dixit: Pax vobis. Deinde dicit Thomæ: Infer dígitum tuum huc, et vide manus meas, et affer manum tuam, et mitte in latus meum: et noli esse incrédulus, sed fidélis. Respóndit Thomas, et dixit ei: Dóminus meus, et Deus meus. Dixit ei Iesus: Quia vidísti me, Thoma, credidísti: beati qui non vidérunt, et credidérunt. Multa quídem et ália signa fecit Iesus in conspéctu discipulórum suórum, quæ non sunt scripta in libro hoc. Hæc autem scripta sunt, ut credátis, quia Iesus est Christus Fílius Dei: et ut credéntes, vitam habeátis in nómine eius.

Laus tibi, Christe.

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Traduzione italiana conforme alla versione CEI 2008


In quel tempo: La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

sabato 23 aprile 2011

24 aprile: Domenica di Pasqua - Risurrezione del Signore


Sequéntia sancti Evangélii secúndum Marcum (16, 1-7)

In illo témpore: María Magdaléne, et María Iacóbi, et Salóme, emérunt arómata, ut veniéntes úngerent Iesum. Et valde mane una sabbatórum véniunt ad monuméntum, orto iam sole. Et dicébant ad ínvicem: Quis revólvet nobis lápidem ab óstio monuménti? Et respiciéntes vidérunt revolútum lápidem. Erat quippe magnus valde. Et introëúntes in monuméntum vidérunt iúvenem sedéntem in dextris, coopértum stola cándida, et obstupuérunt. Qui dicit illis: Nolíte expavéscere: Iesum quǽritis Nazarénum, crucifíxum: surréxit, non est hic, ecce locus ubi posuérunt eum. Sed ite, dícite discípulis eius, et Petro, quia præcédit vos in Galilǽam: ibi eum vidébitis, sicut dixit vobis.

Laus tibi, Christe.

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Traduzione italiana conforme alla versione CEI 2008


In quel tempo: Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungere [Gesù]. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall'ingresso del sepolcro?». Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d'una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”».

Tempo di Pasqua: Cristo Risorto

Con la Veglia pasquale ha inizio il "Tempo di Pasqua". Iniziamo questo tempo di vita nuova accompagnati dalla meditazione P. Gaston Courtois.

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Cristo è risorto!
E' con questo grido di gioia che ancora oggi, i nostri fratelli d'oriente, sia cattolici che ortodossi, il mattino di Pasqua si affacciano nelle strade.
Mentre la Chiesa latina preferisce meditare le sofferenze e la morte di Gesù, la Chiesa d'oriente è soprattutto impostata sull'elogio di Cristo risorto. Quando si va a Gerusalemme, si percepisce la sfumatura di denominazione usata dalle due spiritualità nel chiamare il grande tempio che custodisce il luogo della Crocefissione e quello del Sepolcro: gli occidentali lo chiamano Santo Sepolcro, gli orientali, l'Anastasis, cioè la Resurrezione.
Tendiamo a dimenticare che la vita terrestre, le sofferenze e la morte di Gesù tendono tutte alla Sua gloria, che deve diventare la nostra:
Nonne haec oportuit Christum pati et ita intrare in gloriam suam. Questo non è soltanto il felice coronamento della sua vita e una ben meritata rivalsa, sulle umiliazioni, ma lo scopo stesso della Sua incarnazione e della Sua opera redentrice, poichè come dice San Paolo "Se è morto per noi, è anche risuscitato per noi. Ci ha riuniti in Lui nella vittoria sul peccato attraverso il suo sacrificio". Si tratta dunque di non dimenticare il secondo aspetto del dittico Morte e Resurrezione.
Bisogna:

1° Ravvivare la nostra fede nella resurrezione di Cristo.
2° Ricordarsi che anche noi risusciteremo in futuro.
3° Sforzarsi di allineare al massimo la nostra vita spirituale su questa realtà così ricca d'esperienza.

1. - Dobbiamo ravvivare la fede nella resurrezione di Cristo

Essa è il mistero centrale e decisivo del cristianesimo, il tema essenziale della predicazione degli apostoli per testimoniare che Gesù li ha mandati fino all'estremità della terra.
La proclamazione della resurrezione, riassume infatti il Kérygma primitivo. Contiene l'elemento capitale di ciò che bisogna credere per essere salvi. (Cfr. Rom. 10, 9: "Se tu confessi che Gesù è il Salvatore e se in cuor tuo credi che Dio l'ha risuscitato dai morti sarai salvo").
Rileggiamo nel Vangelo le differenti versioni delle apparizioni. Ci rivelano non solo il fatto isolato della Resurrezione, ma diversi comportamenti di Cristo risuscitato che ci dà qualche idea della Sua nuova prodigiosa vita.
Venerdì santo, alle 15, Egli morì ed era sicuramente morto: per essere ben certo il soldato Longino gli trapasserà il cuore con un colpo di lancia.
La domenica di Pasqua, Egli appare almeno cinque volte: dapprima a Maria Maddalena, poi a Simon Pietro, a Giacomo (1 Cor. 15, 7), ai discepoli di Emmaus e in serata ai 10 Apostoli riuniti nel Cenacolo. Sappiamo che nonostante i ripetuti avvertimenti, quest'ultimi erano poco inclini a crederlo risuscitato. "E' un fantasma" pensano (Luca 24, 37) vedendoLo apparire tra le porte chiuse. Gesù è obbligato ad insistere: "Ecco le mie mani ed i miei piedi, guardate, sono Io, toccate rendetevi conto; uno spirito non ha nè carne nè ossa come ho invece Io".
Otto giorni dopo, all'incredulo Tommaso, l'invito si farà ancora più diretto: "Metti il dito nella mia mano; metti la mano nel mio costato".
La sera di Pasqua, per togliere ogni dubbio ai suoi discepoli sorpresi, aveva compiuto un gesto significativo: si era messo a mangiare e a bere davanti a loro (Luca 24, 42-43) ed il Vangelo ci precisa che nel menù, c'era del pesce arrostito alla graticola.
Questi pranzi con Gesù risuscitato, hanno totalmente colpito gli apostoli che li citeranno più tardi come elementi decisivi della loro testimonianza. ("Abbiamo mangiato e bevuto con Lui dopo la Sua resurrezione" proclama ad esempio Pietro al pagano Cornelio - Atti 10, 41).
E' bene rianimare la nostra fede su ciò che di incredibile può rappresentare la realtà della resurrezione. E' Gesù colui che fu Crocifisso, e che volle conservare le sue piaghe aperte. Ma Egli sfugge ormai alle leggi del nostro universo, non è più legato al tempo e allo spazio; gli bastava volersi manifestare in quel luogo nel tal momento che lo realizzava. E' liberato da ogni schiavitù che si era addossata nell'incarnazione.
Tutto in Lui è luce, forza, bellezza. Non dobbiamo credere che resuscitato, Gesù si disinteressi dei suoi apostoli abbandonandoli. Per 40 giorni, completa la loro formazione ed il "varo" della Chiesa. Nelle sue apparizioni rivela pienamente la sua dignità messianica e divina; spiega la Scrittura che si attua in Lui. Li prepara ad essere suoi testimoni conferendo loro la missione universale di predicazione e di santificazione.
Costituisce Pietro, capo supremo: "Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle".
Gesù non resta estraneo alla Sua Chiesa. E' intimamente presente; ne è il Capo vitalmente legato a tutte le membra. Quando li lascia visibilmente, dice ai Suoi Discepoli: "Sono con Voi tutti i giorni fino alla consumazione dei secoli". Lo Spirito Santo che Egli promette, non verrà per sostituirLo, ma per renderLo più intimamente presente ai Suoi.
Durante questo periodo in cui Gesù s'è mostrato loro in una serie di continue apparizioni, li ha iniziati ad una nuova forma di rapporto con Lui; e separandosi da loro con l'Ascensione, inaugura il Suo definitivo modo di presenza spirituale, al quale li aveva educati.
Ma è sempre Gesù risuscitato che, nel nome del Padre e mediante l'azione unificante dello Spirito Santo, riunisce e costruisce la Sua Chiesa, ingrandendola e rafforzandola. Ed è aggregando continuamente nuove membra attraverso i suoi missionari che ottiene l'adesione di un maggior numero di uomini; e non si stanca mai d'infondere la carità attraverso la sua Grazia e di santificarla con i suoi Sacramenti.
La Chiesa vive nel mistero pasquale. Essa è in realtà, questo mistero diffuso sulla terra. I vescovi, i preti, sono il prolungamento visibile del Cristo risuscitato che, attraverso loro, continua i suoi gesti di salvezza: è Cristo resuscitato che per essi battezza e s'incarna nelle nuove membra. E' Lui che dà lo Spirito in ogni S. Cresima, che dice ad ogni cristiano pentito: "Io ti assolvo".
E' lui che unisce gli sposi, che ordina i suoi Ministri e che per mezzo loro consacra il Suo stesso Corpo, distribuendolo come nutrimento di vita divina.
"Questi gesti, li rinnovererà fino alla fine del mondo, fino al giorno in cui, nello sconvolgimento totale delle miserabili condizioni terrene, introdurrà gli ultimi eletti nella sua gloria. Allora la Sua attività mediatrice di salvezza si attuerà nella pienezza definitiva della sua forma, in una Chiesa finalmente completa, interamente assimilata alla sua condizione celeste che canta con Lui la lode perfetta ed eterna al Padre" (1).

2. - Dobbiamo credere nella nostra risurrezione

Verrà un giorno in cui anche noi risusciteremo corporalmente come Cristo, di cui noi siamo le membra. Credo... in resurrectionem carnis.
"Credo nella resurrezione della carne". Questo che affermiamo è un dogma che ci lascia, troppo spesso, indifferenti. Infatti ci sembra un po' lontano e secondario il Suo rapporto con la salvezza dell'anima.
Dimentichiamo che Dio è, una volta per sempre, l'autore dell'anima e del corpo e che il nostro corpo (vero microcosmo, cioè riassunto della Creazione visibile) è destinato ad orchestrare, un una effabile sinfonia, le gioie dello spirito, cantando la Sua eterna bontà nella contemplazione della Santa Trinità.
Per diritto, Cristo ci ha già resuscitati con Lui. Conresuscitavit nos, secondo l'espressione quasi intraducibile di San Paolo (Efesini 2, 6) e quando sarà l'ora, il nostro povero corpo, sarà glorificato come il Suo.
Vi sarà non solo un altro modo di essere, ma un altro mondo, nuovi cieli, nuove terre, in cui ritroveremo, nella luce, tutti coloro che avremo conosciuto e amato quaggiù e che saranno morti nell'amicizia di Dio. Questo non è un sogno nè una utopia ma una splendida realtà.
Qualsiasi materia sulla quale la potenza divina chiamerà l'anima ad effettuare la sua manifestazione, questa materia riprenderà il nostro stesso corpo ma spiritualizzato e trasfigurato come quello di Gesù al Thabor dove Cristo non ha trattenuto lo splendoro glorioso della sua divinità.
Il nostro corpo risuscitato rifletterà l'agilità, l'armonia, la purezza e la bellezza dello spirito penetrato da Dio e risplendente di luce.
Come dice S. Paolo alla fine della prima lettera ai Corinti nell'inno della resurrezione della carne: "Il corpo, seminato nella corruzione risusciterà incorrotto; seminato nella debolezza, risusciterà nella potenza; seminato nell'obrobrio, risusciterà nella gloria".
Ricordiamo l'insegnamento di Cristo che S. Caterina da Siena riporta nei suoi "Dialoghi" (cap. 41):

"Non è il corpo che dà beatitudine all'anima ma è l'anima che dà beatitudine al corpo. Lo arricchirà della sua abbondanza, allorchè il giorno del giudizio, si rivestirà della carne dalla quale si era separata. Come l'anima è diventata immortale ed immutabile in me, così il corpo attraverso la sua unione, diventerà immortale; perderà la sua pesantezza, sarà sottile e leggero. Il corpo glorificato passerà attraverso tutti gli ostacoli e non temerà nè l'acqua nè il fuoco: non per sua virtù, ma per virtù dell'anima, che è un privilegio della grazia, accordatale dall'ineffabile amore per il quale l'ho creata a mia immagine e somiglianza. No, l'occhio della tua intelligenza non può vedere, l'orecchio sentire, la lingua raccontare e il cuore comprendere la felicità degli eletti".

Non dobbiamo dimenticare questo apsetto essenziale della nostra fede e, reagendo contro una dimenticanza troppo prolungata che è dannosa per l'equilibrio della nostra vita religiosa, dobbiamo dapprima orientare la nostra spiritualità nella prospettiva della nostra resurrezione eterna, come Cristo e con Lui.
Ricordiamoci delle sue ultime parole sulla terra: vado parare vobis locum... (Giovanni 14, 3), volo ut ubi sum ego et illi sint mecum (Giovanni 17, 24). - "Vado a prepararVi un posto... voglio, Padre, che là dove Io sono, essi siano con Me".
Quale potenza in questa preghiera, quale dolcezza in questa promessa?

3. - Fin d'ora bisogna agire di conseguenza

Ci basterà per questo, seguire i consigli di S. Paolo ai Colossesi (Cap. 3°) che si riassumono in tre parole: distacco, carità e gioia.

a) DISTACCO

Si consurrexistis cum Christo, quae sursum sunt quaerite ubi Christus est in dextera Dei sedens; quae sursum sunt sapite non quae super terram.
Siete risuscitati con Cristo, cercate lassù il bene, là dove esso si trova; affezionatevi alle cose di lassù, stancatevi di quelle della terra che sono fuggitive. E S. Paolo insiste: "Mortificate le vostre membra".
La quaresima è terminata e le penitenze non sono più obbligatorie; ma non si tratta di perdere il beneficio di quelle settimane di ascesa con rilassamenti equivoci o dannosi. Tutto ciò che può nuocere alla manifestazione di Cristo in noi, deve essere rigorosamente bandito. Secondo la formula classica di San Paolo: "Voi avete deposto l'uomo vecchio. Si tratta ora di rivestirvi dell'uomo nuovo, cioè di Gesù Cristo, la cui immagine deve riflettere in Voi".

b) CARITA'

S. Paolo prosegue: "Come eletti di Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di misericordia, di umiltà, di bontà, di mansuetudine, di pazienza. Sopportatevi gli uni agli altri e perdonatevi a vicenda. Abbiate la carità che è il vincolo della perfezione".
E qui bisognerebbe leggere il famoso tredicesimo capitolo della prima lettera ai Corinzi: il commovente inno all'amore.

c) GIOIA

La gioia deve essere il segno distintivo del cristiano che ha capito di essere membra del Cristo risuscitato. Ci attende la gioia piena e straripante di Gesù glorificato di cui ne portiamo il germe.
E' ancora nello stesso capitolo ai Colossesi che S. Paolo insiste:
"Che la pace del Signore esulti nei vostri cuori... cantate a Dio la vostra riconoscenmza con salmi, inni, cantici. Tutto ciò che dovete fare, fatelo nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie attraverso Lui al Padre".
L'Apostolo che ha voluto conoscere solo Gesù Crocefisso ha impostato la sua predicazione sul Cristo risuscitato e ha dato ai suoi discepoli la formale consegna "Rallegratevi, rallegratevi, sempre: ve lo ripeto ancora, siate sempre gioisi".
Non dimentichiamolo. E' con la carne glorificata del Salvatore che ci comunichiamo nell'Eucarestia, poichè riceviamo il Cristo in pieno possesso della sua gloria di risorto. Se siamo fedeli nel contemplarlo, verificheremo una volta di più la veridicità del versetto che cantiamo ogni domenica a compieta: Signatum est super nos lumen vultus tui Domine: dedisti laetitiam in corde meo". "La luce del tuo volto si è riflessa su di me e hai dato gioia al mio cuore". Alleluia!

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Note

(1) Aubry, I Misteri di Gesù Salvatore, Editrice Ancora

Estratto da: G. Courtois, I tempi liturgici, Editrice Ancora, Milano 1965, pp. 165 e ss.

mercoledì 13 aprile 2011

17 aprile: II Domenica di Passione o delle Palme


Pássio Dómini nostri Iesu Christi secundum Matthǽum (26, 36-75; 27,1-60)

C. In illo témpore: Venit Iesus cum discípulis suis in villam, quæ dícitur Gethsémani, et dixit discípulis suis:
+ Sedéte hic, donec vadam illuc, et orem.
C. Et assúmpto Petro, et duóbus fíliis Zebedǽi, cœpit contristári, et mœstus esse. Tunc ait illis:
+ Tristis est ánima mea usque ad mortem: sustinéte hic, et vigiláte mecum.
C. Et progréssus pusíllum, prócidit in fáciem suam, orans et dícens:
+ Pater mi, si possíbile est, tránseat a me calix iste. Verúmtamen non sicut ego volo, sed sicut tu.
C. Et venit ad discípulos suos, et invénit eos dormiéntes: et dicit Petro:
+ Sic non potuístis una hora vigiláre mecum? Vigiláte, et oráte, ut non intrétis in tentatiónem. Spíritus quídem promptus est, caro autem infírma.
C. Iterum secúndo ábiit, et orávit, dícens:
+ Pater mi, si non pótest hic calix transíre, nisi bibam illum, fiat volúntas tua.
C. Et venit íterum, et invénit eos dormiéntes: erant enim óculi eórum graváti. Et relíctis illis, íterum ábiit, et orávit tértio, eúmdem sermónem dícens. Tunc venit ad discípulos suos, et dicit illis:
+ Dormíte iam, et requiéscite: ecce appropinquávit hora, et Fílius hóminis tradétur in manus peccatórum. Súrgite, eámus: ecce appropinquávit qui me tradet.
C. Adhuc eo loquénte, ecce Iudas unus de duódecim venit, et cum eo turba multa cum gládiis, et fústibus, missi a princípibus sacerdótum, et senióribus pópuli. Qui áutem trádidit eum, dedit illis signum dícens:
S. Quemcúmque osculátus fúero, ipse est, tenéte eum.
C. Et conféstim accédens ad Iesum, dixit:
S. Ave, Rabbi.
C. Et osculátus est eum. Dixítque illi Iesus:
+ Amíce, ad quid venísti?
C. Tunc accessérunt, et manus iniecérunt in Iesum, et tenuérunt eum. Et ecce unus ex his, qui erant cum Iesu, exténdens manum, exémit gládium suum, et percútiens servum príncipis sacerdótum, amputávit aurículam eius. Tunc ait illi Iesus:
+ Convérte gládium tuum in locum suum. Omnes enim, qui accéperint gládium, gládio períbunt. An putas, quia non possum rogáre Patrem meum, et exhibébit mihi modo plus quam duódecim legiónes Angelórum? Quómodo ergo implebúntur Scriptúræ, quia sic opórtet fíeri?
C. In illa hora dixit Iesus turbis:
+ Tamquam ad latrónem exístis cum gládiis, et fústibus comprehéndere me: cotídie apud vos sedébam docens in templo et non me tenuístis.
C. Hoc autem totum factum est, ut adimpleréntur Scriptúræ prophetárum. Tunc discípuli omnes, relícto eo, fugérunt. At illi tenéntes Iesum, duxérunt ad Cáipham, príncipem sacerdótum, ubi scribæ et senióres convénerant. Petrus autem sequebátur eum a longe, usque in átrium príncipis sacerdótum. Et ingréssus intro, sedébat cum minístris, ut vidéret finem. Príncipes autem sacerdótum, et omne concílium quærébant falsum testimónium contra Iesum, ut eum morti tráderent: et non invenérunt, cum multi falsi testes accessíssent. Novíssime áutem venérunt duo falsi testes, et dixérunt:
S. Hic dixit: Possum destrúere templum Dei, et post tríduum reædificáre illud.
C. Et súrgens prínceps sacerdótum, ait illi:
S. Nihil respóndes ad ea, quæ isti advérsum te testificántur?
C. Iesus áutem tacébat. Et prínceps sacerdótum ait illi:
S. Adiúro te per Deum vivum, ut dicas nobis, si tu es Christus Fílius Dei.
C. Dicit illi Iesus:
+ Tu dixísti. Verúmtamen dico vobis, ámodo vidébitis Fílium hóminis sedéntem a déxtris virtútis Dei, et veniéntem in núbibus cæli.
C. Tunc prínceps sacerdótum scidit vestiménta sua, dicens:
S. Blasphemávit: quid adhuc egémus téstibus? Ecce nunc audístis blasphémiam: quid vobis vidétur?
C. At illi respondéntes dixérunt:
S. Reus est mortis.
C. Tunc exspuérunt in fáciem eius, et cólaphis eum cecidérunt, álii áutem palmas in fáciem dedérunt, dicéntes:
S. Prophetíza nobis, Christe, quis est qui te percússit?
C. Petrus vero sedébat foris in átrio: et accéssit ad eum una ancílla, dicens:
S. Et tu cum Iesu Galilǽo eras.
C. At ille negávit coram ómnibus, dicens:
S. Néscio quid dicis.
C. Exeúnte áutem illo iánuam, vidit eum ália ancílla, et ait his, qui erant ibi:
S. Et hic erat cum Iesu Nazaréno.
C. Et íterum negávit cum iuraménto: Quia non novi hóminem. Et post pusíllum accessérunt qui stábant, et dixérunt Petro:
S. Vere et tu ex illis es: nam et loquéla tua maniféstum te facit.
C. Tunc cœpit detestári et iuráre quia non novísset hóminem. Et contínuo gallus cantávit. Et recordátus est Petrus verbi Iesu, quod díxerat: Priúsquam gallus cantet, ter me negábis. Et egréssus foras, flevit amáre. Mane autem facto, consílium iniérunt omnes príncipes sacerdótum, et senióres pópuli advérsus Iesum, ut eum morti tráderent. Et vínctum adduxérunt eum, et tradidérunt Póntio Piláto prǽsidi. Tunc videns Iudas, qui eum trádidit, quod damnátus esset; pæniténtia ductus, rétulit trigínta argénteos princípibus sacerdótum, et senióribus, dicens:
S. Peccávi, tradens sánguinem iustum.
C. At illi dixérunt:
S. Quid ad nos? Tu víderis.
C. Et proiéctis argénteis in templo, recéssit: et ábiens, láqueo se suspéndit. Príncipes áutem sacerdótum, accéptis argénteis, dixérunt:
S. Non licet eos míttere in córbonam: quia prétium sánguinis est.
C. Consílio áutem ínito, emérunt ex illis agrum fíguli, in sepultúram peregrinórum. Propter hoc vocátus est áger ille, Hacéldama, hoc est, áger sánguinis, usque in hodiérnum diem. Tunc implétum est, quod dictum est per Ieremíam prophétam, dicéntem: Et accepérunt trigínta argénteos prétium appretiáti, quem appretiavérunt a fíliis Israël: et dedérunt eos in agrum fíguli, sicut constítuit mihi Dóminus. Iesus autem stetit ante prǽsidem, et interrogávit eum præses, dicens:
S. Tu es rex Iudæórum?
C. Dicit illi Iesus:
+ Tu dicis.
C. Et cum accusarétur a princípibus sacerdótum, et senióribus, nihil respóndit. Tunc dicit illi Pilátus:
S. Non áudis quanta advérsum te dicunt testimónia?
C. Et non respóndit ei ad ullum verbum, ita ut mirarétur præses veheménter. Per diem autem solémnem consuéverat præses pópulo dimíttere unum vinctum, quem voluíssent. Habébat autem tunc vinctum insígnem, qui dicebátur Barábbas. Congregátis ergo illis, dixit Pilátus:
S. Quem vultis dimíttam vobis: Barábbam, an Iesum, qui dícitur Christus?
C. Sciébat enim quod per invídiam tradidíssent eum. Sedénte autem illo pro tribunáli, misit ad eum uxor eius, dicens:
S. Nihil tibi, et iusto illi: multa enim passa sum hódie per visum propter eum.
C. Príncipes autem sacerdótum, et senióres persuasérunt pópulis, ut péterent Barábbam, Iesum vero pérderent. Respóndens áutem præses ait illis:
S. Quem vultis vobis de duóbus dimítti?
C. At illi dixérunt:
S. Barábbam.
C. Dicit illis Pilátus:
S. Qui dígitur fáciam de Iesu, qui dícitur Christus?
C. Dicunt omnes:
S. Crucifigátur.
C. Ait illis præses:
S. Quid enim mali fecit?
C. At illi magis clamábant, dicéntes:
S. Crucifigátur.
C. Videns autem Pilátus quia nihil profíceret, sed magis tumúltus fíeret: accépta aqua, lavit manus coram pópulo, dicens:
S. Innocens ego sum a sánguine iusti huius: vos vidéritis.
C. Et respondens univérsus pópulus dixit:
S. Sánguis eius super nos, et super fílios nostros.
C. Tunc dimísit illis Barábbam: Iesum áutem flagellátum trádidit eis, ut crucifigerétur. Tunc mílites prǽsidis suscipiéntes Iesum in prætórium, congregavérunt ad eum univérsam cohórtem: et exuéntes eum, chlámydem coccíneam circumdedérunt ei: et plecténtes corónam de spinis posuérunt super caput eius, et arúndimen in déxtera eius. Et genu flexo ante eum, illudébant ei, dicéntes:
S. Ave, rex Iudæórum.
C. Et expuéntes in eum, accepérunt arúndinem, et percutiébant caput eius. Et postquam illusérunt ei, exuérunt eum chlámyde, et induérunt eum vestiméntis eius, et duxérunt eum ut crucifígerent. Exeúntes Autem, invenérunt hóminem Cyrenǽum, nómine Simónem: hunc angariavérunt, ut tóllerent crucem eius. Et venérunt in locum qui dícitur Gólgotha, quod est Calváriæ locus. Et dedérunt ei vinum bíbere cum felle mixtum. Et cum gustásset, nóluit bibére. Postquam autem crucifixérunt eum, divisérunt vestiménta eius, sortem mitténtes: ut implerétur quod dictum est per Prophétam, dicéntem: Divisérunt sibi vestiménta mea, et super vestem meam misérunt sortem. Et sedéntes, servábant eum. Et imposuérunt super caput eius cáusam ipsíus scriptam: Hic est Iesus Rex Iudæórum. Tunc crucifíxi sunt cum eo duo latrónes: unus a dextris, et unus a sinístris. Prætereúntes autem blasphemábant eum, movéntes cápita sua, et dicéntes:
S. Vah, qui déstruis templum Dei, et in tríduo illud reædíficas: salva temetípsum. Si Fílius Dei es, descénde de cruce.
C. Simíliter et príncipes sacerdótum illudéntes cum scribis et senióribus, dicébant:
S. Alios salvos fecit, seípsum non pótest salvum fácere: si Rex Israël est, descéndat nunc de cruce, et crédimus ei: confídit in Deo: líberet nunc, si vult, eum; dixit enim: Quia Fílius Dei sum.
C. Idípsum autem et latrónes, qui crucifíxi erant cum eo, improperábant ei. A sexta autem hora ténebræ factæ sunt super univérsam terram usque ad horam nonam. Et circa horam nonam clamávit Iesus voce magna, dicens:
+ Elí, Elí, lamma sabactháni?
C. Hoc est:
+ Deus meus, Deus meus, ut quid dereliquísti me?
C. Quidam autem illic stantes, et audiéntes, dicébant:
S. Elíam vocat iste.
C. Et contínuo currens unus ex eis, accéptam spóngiam implévit acéto, et impósuit arúndini, et dabat ei bíbere. Céteri vero dicébant:
S. Sine, videámus an véniat Elías líberans eum.
C. Iesus áutem íterum clámans voce magna, emísit spíritum.

(Hic genufléctitur, et pausátur aliquántulum)

Et ecce velum templi scissum est in duas partes a summo usque deórsum: et terra mota est, et petræ scissæ sunt, et monuménta apérta sunt: et multa córpora sanctórum, qui dormíerant, surrexérunt. Et exeúntes de monuméntis post resurrectiónem eius, venérunt in sancta civitátem, et apparuérunt multis. Centúrio autem, et qui cum eo erant, custodiéntes Iesum, viso terræmótu, et his quæ fiébant, timuérunt valde, dicéntes:
S. Vere Fílius Dei erat iste.
C. Erant áutem ibi muliéres multæ a longe, quæ secútæ erant Iesum a Galilæa, ministrántes ei: inter quas erat María Magdaléne, et María Iacóbi, et Ioseph mater, et mater filiórum Zebedǽi. Cum autem sero factum esset, venit quídam homo dives ab Arimathǽa, nómine Ioseph, qui et ipse discípulus erat Iesu. Hic accéssit ad Pilátum, et pétiit corpus Iesu. Tunc Pilátus iussit reddi corpus. Et accépto córpore, Ioseph invólvit illud in síndone munda. Et pósuit illud in monuménto suo novo, quod excíderat in petra. Et advólvit saxum magnum ad óstium monuménti, et ábiit.

***

Traduzione italiana conforme alla versione CEI 2008


C. In quel tempo: Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli:
+ «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare».
C. E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro:
+ «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me».
C. Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo:
+ «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!».
C. Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro:
+ «Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole».
C. Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo:
+ «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà».
C. Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi loro si erano fatti pesanti. Li lasciò, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro:
+ «Dormite pure e riposatevi! Ecco, l'ora è vicina e il Figlio dell'uomo viene consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».
C. Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo:
S. «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!».
C. Subito si avvicinò a Gesù e disse:
S. «Salve, Rabbì!».
C. E lo baciò. E Gesù gli disse:
+ «Amico, per questo sei qui!».
C. Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono.
Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse:
+ «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?».
C. In quello stesso momento Gesù disse alla folla:
+ «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti».
C. Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono.
Quelli che avevano arrestato Gesù, lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani. Pietro intanto lo aveva seguito, da lontano, fino al palazzo del sommo sacerdote; entrò e stava seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire. I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, che affermarono:
S. «Costui ha dichiarato: “Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni”».
C. Il sommo sacerdote si alzò e gli disse:
S. «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?».
C. Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse:
S. «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio».
+ «Tu l'hai detto»
C. – gli rispose Gesù –;
+ «anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo».
C. Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo:
S. «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?».
C. E quelli risposero:
S. «É reo di morte!».
C. Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, dicendo:
S. «Fa’ il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?».
C. Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una serva gli si avvicinò e disse:
S. «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!».
C. Ma egli negò davanti a tutti dicendo:
S. «Non capisco che cosa dici».
C. Mentre usciva verso l'atrio, lo vide un'altra serva e disse ai presenti:
S. «Costui era con Gesù, il Nazareno».
C. Ma egli negò di nuovo, giurando:
S. «Non conosco quell'uomo!».
C. Dopo un poco, i presenti gli si accostarono e dissero a Pietro:
S. «È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce!».
C. Allora egli cominciò a imprecare e a giurare:
S. «Non conosco quell'uomo!».
C. E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.
Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Poi, lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato.
Allora Giuda – colui che lo tradì –, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d'argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo:
S. «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente».
C. Ma quelli dissero:
S. «A noi che importa? Pensaci tu!».
C. Egli allora, gettate le monete d'argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero:
S. «Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue».
C. Tenuto consiglio, comprarono con esse il «Campo del vasaio» per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu chiamato «Campo di sangue» fino al giorno d'oggi. Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: E presero trenta monete d'argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d’Israele, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore.
Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo:
S. «Sei tu il re dei Giudei?».
C. Gesù rispose:
+ «Tu lo dici».
C. E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. Allora Pilato gli disse:
S. «Non senti quante testimonianze portano contro di te?».
C. Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito.
A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse:
S. «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?».
C. Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.
Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire:
S. «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua».
C. Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro:
S. «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?».
C. Quelli risposero:
S. «Barabba!».
C. Chiese loro Pilato:
S. «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?».
C. Tutti risposero:
S. «Sia crocifisso!».
C. Ed egli disse:
S. «Ma che male ha fatto?».
C. Essi allora gridavano più forte:
S. «Sia crocifisso!».
C. Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell'acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo:
S. «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!».
C. E tutto il popolo rispose:
S. «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli».
C. Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.
Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano:
S. «Salve, re dei Giudei!».
C. Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo.
Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo, posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei». Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.
Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo:
S. «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!».
C. Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano:
S. «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! É il re d'Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!».
C. Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo.
A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce:
+ «Elì, Elì, lemà sabactàni?»,
C. che significa:
+ «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».
C. Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano:
S. «Costui chiama Elia».
C. E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano:
S. «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!».
C. Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.

(Qui ci si inginocchia e si fa una breve pausa in meditazione)

Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano:
S. «Davvero costui era Figlio di Dio!».
C. Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo.
Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatèa, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatta scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò.

venerdì 8 aprile 2011

10 aprile: I Domenica di Passione


Sequéntia sancti Evangélii secúndum Ioánnem (8, 46-59)

In illo témpore: Dicébat Iesus turbis Iudæórum: Quis ex vobis árguet me de peccáto? Si veritátem dico vobis, quare non créditis mihi? Qui ex Deo est, verba Dei audit. Proptérea vos non audítis, quia ex Deo non estis. Respondérunt ergo Iudæi, et dixérunt ei: Nonne bene dícimus nos, quia Samaritánus es tu, et dæmónium habes? Respóndit Iesus: Ego dæmónium non hábeo: sed honorífico Patrem meum, et vos inhonorástis me. Ego autem non quæro glóriam meam: est qui quærat et iúdicet. Amen, amen dico vobis: si quis sermónem meum serváverit, mortem non vidébit in ætérnum. Dixérunt ergo Iudæi: Nunc cognóvimus quia dæmónium habes. Abráham mórtuus est, et prophétæ: et tu dicis: Si quis sermónem meum serváverit, non gustábit mortem in ætérnum. Numquid tu maior es patre nostro Abráham, qui mórtuus est? et prophétæ mórtui sunt? Quem teípsum facis? Respóndit Iesus: Si ego glorífico meípsum, glória mea nihil est: est Pater meus, qui gloríficat me, quem vos dícitis quia Deus vester est, et non cognovístis eum: ego áutem novi eum: et si díxero, quia non scio eum, ero símilis vobis, mendax. Sed scio eum, et sermónem eius servo. Abráham pater vester exsultávit, ut vidéret diem meum: vidit, et gávisus est. Dixérunt ergo Iudæi ad eum: Quinquagínta annos nondum habes, et Abráham vidísti? Dixit eis Iesus: Amen, amen dico vobis, ántequam Abráham fíeret, ego sum. Tulérunt ergo lápides, ut iácerent in eum: Iesus áutem abscóndit se, et exívit de templo.

Laus tibi, Christe.

***

Traduzione italiana conforme alla versione CEI 2008


In quel tempo [Gesù diceva alla folla dei Giudei]: «Chi di voi può dimostrare che ho peccato? Se dico la verità, perché non mi credete? Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non ascoltate: perché non siete da Dio».
Gli risposero i Giudei: «Non abbiamo forse ragione di dire che tu sei un Samaritano e un indemoniato?». Rispose Gesù: «Io non sono indemoniato: io onoro il Padre mio, ma voi non onorate me. Io non cerco la mia gloria; vi è chi la cerca, e giudica. In verità, in verità io vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno». Gli dissero allora i Giudei: «Ora sappiamo che sei indemoniato. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: “Se uno osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno”. Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?». Rispose Gesù: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla. Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: “È nostro Dio!”, e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia». Allora i Giudei gli dissero: «Non hai ancora cinquant'anni e hai visto Abramo?». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono». Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.

sabato 2 aprile 2011

Tempo di Passione: Passione, sorgente feconda


"Durante queste due ultime settimane quaresimali, che termineranno con la Pasqua, la Chiesa si adopera a farci rivivere con lei le circostanze che hanno preparato ed accompagnato la morte del Salvatore. Per la sua stretta connessione col tempo pasquale, il tempo di Passione richiama già la nostra redenzione nel sangue di Cristo. Prima di applicare i frutti di grazia nella celebrazione della resurrezione del Salvatore, la Chiesa vuol farci seguire Cristo passo a passo nel duro combattimento che ha dovuto sostenere per riscattarci (...)" (Messale Romano quotidiano, p. 325).
Come per il tempo di Quaresima, lasciamoci aiutare dalla meditazione proposta di P. Gaston Courtois per disporre le nostre anime alla compassione della dolorosa Passione del Redentore.

***

La serietà e la profondità di un'anima cristiana, la fortezza di un'anima religiosa, dipende dall'importanza data nella vita spirituale alla meditazione della Passione e all'insegnamento della Croce.
"Io non conosco che una cosa - decava S. Paolo - Gesù Cristo e Gesù Cristo Crocefisso" (I Cor., 2, 2).
Senz'altro la Passione e la Croce non sono "fini a sè".
Non sono che tappe per arrivare alla Resurrezione, ma tappe necessarie e feconde, alle quali nessuno sfugge. Occorreva che Cristo sofrisse per meritare la Sua gloria (Atti 17, 3). Il discepolo non è da più del Maestro. Infatti diciamo tre volte al giorno nell'orazione dell'Angelus: "E' per la Passione e la Croce che arriveremo alla gloria della Resurrezione". Per passionem ejus et crucem ad resurrectionis gloriam perducamur.
E' per questo che ci torna di grande profitto, il meditare regolarmente sulla Passione, ma soprattutto nel corso di queste due settimane cruciali, consacrate ai misteri dolorosi della sofferenza e della morte del Salvatore.
Troveremo senza dubbio una sorgente sovrabbondante di luce, di forza e d'amore.

1. - Sorgente di luce

Per Crucem ad lucem, tale era il motto del cardinale Mercier "Per mezzo della Croce alla luce". Ciò vuol dire che la Croce è la chiave delle porte che si aprono alla luce eterna; ciò significa anche che la meditazione prolungata delle sofferenze di Gesù ci procura un'intelligenza più viva:

1) Sulla bruttezza del peccato;
2) Sull'amore di Cristo per i peccatori;
3) Sul segreto della conversione del mondo.

1) SULLA BRUTTEZZA DEL PECCATO

Ciò appare nettamente fin dall'agonia del Getzémani.
Gli evangelisti hanno notato con terrore la "trasfigurazione profonda" che s'operava in Gesù nel momento in cui si assumeva tutti i peccati del mondo. Al Thabor, è la gloria scintillante del cielo che illumina il viso del Salvatore.
Al Getzémani è il fremito della viltà che sconvolge tutto il Suo essere, al punto di determinare in Lui un vero trauma: il sudore di sangue.
Egli è il Santo per eccellenza che mai ha sfiorato il peccato, absque peccato, ci dice San Paolo (Ebrei 4, 15). E si incarnò per l'amore verso tutti gli uomini; i crimini di tutti, come dice Isaia (Cap. 53) ricadono su di Lui. Egli deve sopportare gli sbagli della moltitudine, è annoverato tra i peccatori e, oh paradosso, diventa peccato per noi (2 Cor., 5, 21).
La coscienza di doversi Lui, il tutto puro, caricare delle sozzure dell'umanità gli causa una paura orribile, coepit pavere, gli dà una vera nausea coepit taedere (Marco, 14, 37) rattristandolo profondamente et moestus esse (Matteo 26, 37).
Lui stesso, lo comunica ai discepoli addormentati: "L'anima mia è triste fino alla morte". Tristis est anima usque ad mortem (Matteo, 26, 38).
Ne troviamo l'eco nella confidenza che farà sedici secoli dopo a Santa Margherita-Maria.

"...E' qui dove ho maggiormente sofferto, più che in tutto il resto della Passione, vedendomi abbandonato totalmente dal cielo e dalla terra, caricato di tutti i peccati del mondo. Ho visto davanti a me la santità di Dio che, senza riguardo alla mia innocenza mi ha finito con suo furore, facendomi bere il calice che conteneva tutto il fiele e l'amarezza della Sua giusta indignazione, dimenticandosi del nome di Padre, per sacrificarmi alla Sua giusta collera. Non c'è creatura che possa comprendere la grandezza dei tormenti che soffrii allora...".

Chi meglio di Gesù può misurare la distanza infinita che separa la creatura dal Creatore? "Nessuno conosce il Padre quanto il Figlio" (Matteo, 9, 27). Chi meglio di Lui può comrpendere come la sofferenza e la morte siano l'ineluttabile riscatto della rivolta contro Dio?
Ogni rottura volontaria con Colui che ci dà l'esistenza, che ci mantiene in vita e che ci offre per bontà, di partecipare alla Sua stessa vita, porta fatalmente a delle terribili catastrofi.
La potenza distruttrice del peccato ci è già stata rivelata nei gemiti dei cuori e dei corpi lungo la storia. Le sue tragiche conseguenze ci sono ancora più direttamente segnate dall'orribile supplizio di Gesù che, riassumendo in sè tutti i peccati del mondo, fu vittima nella Passione.
E questi supplizi, ancora nessuno ha saputo perfettamente descriverli. Angela da Foligno ci dichiara che anche i Santi ne sono incapaci e, aggiunge, "se qualcuno mi raccontasse come furono sentiti nell'anima di Cristo gli direi: Allora sei tu, proprio tu, che li hai sofferti!".

2) SULL'AMORE DI CRISTO PER I PECCATORI

Egli non è venuto per salvare i principi, ma per salvare delle anime.
Egli è il buon Pastore alla ricerca delle pecore smarrite: Egli è il medico a servizio di ogni ammalato (Matteo 9, 12).
Il suo contegno di fronte ai peccatori ravveduti: la Samaritana, Maria Maddalena, Zaccheo, la donna adultera, è stato di comprensiva tenerezza e di totale perdono.
Ciò appare ancor più evidente nella sua Passione.
Nel momento in cui i carnefici gli conficcano, con forti colpi di martello, lunghi chiodi attraverso le mani e i piedi, avrebbe potuto lamentarsi o maledire i carnefici.
Invece no! Avviciniamoci ed ascoltiamo. Che sentiamo? Una preghiera al Padre, una preghiera ardente, irresistibile, come quella di un morente: "Padre, perdona loro - e si noti la delicatezza che sottolinea in loro favore le circostanze attenuanti - poichè non sanno quello che fanno!" (Luca 23, 34).
Appena innalzato sulla Croce, è ancora l'amore per il peccatore che gli fa rompere il silenzio. Uno dei due criminali, crocifisso con Lui, è stato intenerito da questa preghiera di misericordia che contrasta con le imprecazioni del suo compagno. Con umiltà domanda a Gesù un semplice ricordo per lui quando arriverà nel Suo regno: ed ecco che Gesù, voltando dolorosamente verso di lui la testa coronata di spine, pronuncia solennemente questa dichiarazione, equivalente ad una vera canonizzazione: "In verità ti dico, oggi stesso sarai con me un Paradiso" (Luca 23, 43). Oggi stesso, vuol dire prima ancora degli apostoli e della stessa Vergine Maria.
Non possiamo interpretare il Suo grido: "Ho sete" che come il commosso appello del Suo cuore verso tutte le anime peccatrici alle quali domanda come alla Samaritana, un po' d'acqua per invitarle alla sorgente zampillante della Sua divina misericordia.
Lui stesso ha detto: "Non c'è prova più grande d'amore, che dare la propria vita per chi si ama" (Giovanni 15, 13).
Egli ha voluto darci questa testimonianza suprema. E' arrivato al punto della donazione totale di Se stesso. Infinem, dilexit eos (Giovanni 13, 1).
Vi ho dato tutto: la mia parola, la mia carne, il mio sangue, le mie sofferenze, la Madre mia. Cosa potevo fare di più? Guardate: le mie due braccia stese sulla Croce sbarrano la strada e all'inferno vanno proprio quelli che ci vogliono andare. Il mio cuore aperto dalla lancia di Longino, vi grida: "abbiate fiducia". Qualunque siano i vostri sbagli, troverete in me una potenza di perdono infinitamente superiore alla potenza di peccato del mondo intero. Ma non posso esercitare questo perdono in vostro favore se il vostro cuore, contrito ed umiliato, non accetta d'essere ferito dalla lancia del mio amore.
E' così che la Passione ci rivela, rispondendo al desiderio di Cristo sulla Croce, il grande segreto della conversione del mondo.

3) SUL SEGRETO DELLA CONVERSIONE DEL MONDO

"Non c'è remissione senza spargimento di sangue", ci dice S. Paolo (Ebrei 9, 22).
Il Cristo non è soltanto l'amore che perdona ma Colui che, per convertire, comincia a sacrificarsi.
Cristo ama la Chiesa e si è consegnato per Lei al fine di santificarla. Christus dilexit ecclesiam et seipsum tradidit pro ea ut illam santificaret. (Efesini 5, 25). In altri termini Egli ha, attraverso le sofferenze della Sua Passione, meritato per le membra del Suo Corpo Mistico, tutte le grazie di cui hanno bisogno per essere purificati.
Attraverso le sue umiliazioni, che l'hanno abbassato al di sotto dell'ultimo gradino della scala umana, ego autem sum vermis et non homo (Salmo 21, 7). Egli ha espiato per tutti i nostri peccati di orgoglio, dandoci la possibilità di essere liberati dal compiacimento di noi stessi, da questa sete ridicola d'onori effimeri e da questa volontà di potenza, che tenderebbe a farci prendere il posto di Dio.
Attraverso i suoi dolori fisici, mediante le frustate della flagellazione che hanno fatto del suo corpo straziato una piaga sanguinante, ha riparato per tutti i peccati d'impurità, dandoci la possibilità d'essere liberati da questa febbre erotica, che ci abbassa al di sotto delle bestie.
Mediante la sua obbedienza, "fino alla morte e alla morte di Croce", ha ottenuto il perdono per tutte le nostre rivolte, dandoci la possibilità di inserire la nostra volontà in quella del Padre.
Attraverso il suo spogliamento totale sul Calvario, ha espiato per tutti i nostri appetiti disordinati: dall'istinto del possesso, incitandoci al distacco da questi bene che, da buoni servitori, possono diventare tanto facilmente cattivi maestri, tirranici ed esigenti.
In una parola, mediante la Sua morte, ci ha riconciliati col Padre, ridandoci la possibilità di vivere e di aiutare i nostri fratelli a vivere la vita divina. Ma la condizione di questa conversione, è che noi accettiamo di prendere parte alla Sua Passione nella misura, nel modo e nel momento da Lui scelto.
Una cosa è certa: senza voler gettare la pietra contro alcuno, una grande parte dell'umanità è ancora sottomesa al peccato e noi stessi siamo dei poveri peccatori. Per staccare gli uomini dal filtro satanico che li tiene legati alla carne, rendendoli ciechi e sordi al mondo soprannaturale, è necessario del sangue: le piccole gocce della nostra sofferenza quotidiana che, misticamente, vengono colorate nel sangue divino del calice, in remissionem peccatorum.
Il grande segreto della conversione del mondo, è l'apporto della nostra offerta in unione ai meriti della Passione, a profitto dei nostri fratelli.

2. - Sorgente di forza

La meditazione della Passione è per noi sorgente di forza:

1° Per lottare contro il male
2° Per mai scoraggiarci
3° Per attuare la potenza redentrice del Salvatore.

1) PER LOTTARE CONTRO IL MALE

Non c'è nulla da meravigliarsi. Fino a che siamo sulla terra, non siamo confermati nella Grazia. Ci sarà sempre una certa tendenza al male, effetto della nostra natura limitata, ferita dal peccato originale. "La vita è una lotta" dice la Sacra Scrittura (Giobbe 7, 1).
Il Signore può trarne profitto per le nostre anime poichè "vincendo senza pericoli, si trionfa senza gloria"; ma la strada della Passione è davanti a noi per richiamarci alla prudenza, per fornirci le energie necessarie che trasformeranno le occasioni di caduta, in occasioni di vittoria.
"Vegliate e pregate per non cadere in tantazione", ha raccomandato Gesù ai suoi apostoli, entrando nel giardino del Getzémani (Marco 14, 38).
Ma gli apostoli si sono addormentati e sappiamo cosa è avvenuto. S. Pietro ha creduto che fossero sufficienti le precauzioni umane. Più volte Gesù l'aveva avvertito: "Pietro, questa notte stessa, prima che il gallo canti due volte, tu mi avrai rinnegato tre volte" (Marco 14, 30).
E Pietro, confidando nella sincerità del suo amore, aveva solennemente affermato: "Quand'anche tutti gli altri ti abbandonassero, io non ti lascerò mai. Morirò con te, ma non ti rinnegherò" (Marco 14, 29, 31). E si era armato di spada.
Ma non è con la spada che si salvano le anime. Quando, al momento del breve tafferuglio cui seguì l'arresto di Gesù, San Pietro taglia, con un colpo di spada, l'orecchio di Malco, il Maestro lo ferma, gli ordina ri rimettere la spada nel fodero e guarisce il ferito.
Pietro è deluso e offeso nel suo amor proprio. Non ha ancora capito che il Regno dei Cieli non vuole questo tipo di violenza. Cercherà anche, per fedeltà al suo impegno, di seguire Gesù fino nella Corte del Gran Sacerdote, ma dimenticherà di pregare umilmente. Il suo cuore disarmato non avrà la forza di resistere alla tentazione e per tre volte, rinnegherà il suo Maestro.
Noi non siamo più forti di Pietro. Vegliamo e preghiamo per non cadere nel momento della prova.
Per tutto il tempo della sua Passione, per mezzo dell'accettazione generosa del sacrificio che gli era stato domandato dalla volontà del Padre, Gesù ci ha meritato le energie necessarie per lottare contro la paura del sacrificio, della sofferenza.
E' necessario unirsi al Suo coraggio e, secondo il celebre detto di Pascal, "non dormire in questo tempo".

2) PER NON SCORAGGIARCI

Lo scoraggiamento è la grande tentazione dei discepoli di Gesù. Nonostante i ripetuti avvertimenti del Maestro, essi non avevano mai creduto ch'Egli potesse subire una sconfitta.
I miracoli strepitosi della moltiplicazione dei pani e dei pesci, della guarigione del cieco nato, della Risurrezione di Lazzaro, il trionfo della Domenica delle Palme (Osanna al figlio di Davide!), li avevano convinti in questa fiducia. Eppoi, dopo l'arresto, la flagellazione, la condanna a morte, la crocefissione, tutto sembrava finito; gli apostoli si erano dispersi, i nemici trionfavano! Quale illusione! Ne abbiamo una testimonianza nel comportamento dei discepoli di Emmaus: allorchè il viaggiatore sconosciuto si unì a loro e domandò la causa della loro tristezza, una parola riassume il loro stato d'animo: Sperabamus (Luca 24, 21) "Speravamo" e siamo stati delusi.
Le norme della fecondità divina non sono quelle della produttività umana; non ci sono giorni di Pasqua, senza il venerdì santo. Ancora una volta, era necessario che Cristo soffrisse per entrare nella sua gloria.
Senza dubbio, Egli è la Resurrezione e la vita, ma ciò dopo il dolore e la morte. Egli è l'Eterno vincitore, ma dopo aver conosciuto l'umiliazione della sconfitta più fragorosa. Questo capita anche all'apostolo che ha la missione di prolungare e diffondere nel tempo l'opera di Cristo: sovente, quando tutto sembra essere arenato, è invece il momento della salvezza. La messe delle anime deve essere valutata sul piano della fede. Essa non risiede negli strepitosi successi; ancora meno nel "trionfalismo"; essa si compie invisibilmente nella comunione dei Santi, per lo spogliamento quotidiano del missionario attraverso le difficoltà, le opposizioni, le incomprensioni, i disinganni, i dolori fisici e morali, uniti alle sofferenze del Calvario.
Ma quando avremo aperto il nostro cuore alla grandezza del mistero della Croce, vi socrgeremo che le due parole "Morte e Risurrezione" sono concomitanti; la tristezza di cambierà in gioia, o almeno in pace serena e profonda.
Ciò che è necessario - ed è questo un frutto della Passione - è guardare la sofferenza con lo sguardo divino; leggere attraverso i dolorosi avvenimenti umani, il piano d'amore del Padre e aderirvi in modo filiale, in unione con Gesù, senza spavalderia, senza aria trionfale, ma con una immensa speranza, consapevoli della sua importanza.

3) PER ATTUARE LA POTENZA SALVATRICE DI CRISTO

Quando si guarda al globo terrestre con gli occhi della fede, si prova un'impressione dolorosa pensando che, al momento attuale, su più di tre miliardi di perdone, ci sono ancora almeno 2/3 che non sono cristiani: il 70% degli uomini che abitano la terra, non ha mai sentito parlare di Gesù Cristo.
Forse che la Passione non è stata sufficiente per riscattarli tutti? Oh sì! La Passione ha un valore infinito. Ma mancano gli uomini che, di generazione in generazione, Dio ha inviato nel mondo. Mancano i "professionisti" della corredenzione a profitto dei fratelli, poichè molti non hanno risposto generosamente a questo richiamo.
Invece, quando un'anima dice "sì" agli inviti divini, quando accetta d'attuare nella sua vita la vita stessa di Cristo con la sua offerta, tutto ciò che essa soffre in favore delle anime conosciute e sconosciute che Dio riunisce in lei, ha effetto redentivo per la potente misericordia di Dio.
Ci si domanda a volte da dove viene questa grazia misteriosa e quasi irresistibile che sconvolge un Ratisbonne, un Claudel, un Schwob, un Massignon, un Boutefeu; da dove procede bruscamente, in certi paesi lontani, una corrente di conversioni quando, da molto tempo. non si era notato alcun progresso; da dove proviene in altre regioni, l'ascesa di sante vocazioni allorchè il clero è scarso e quasi mediocre. C'è sempre, alla base, lo stesso principio: sanguis martyrum! Ci sono vari modi di versare il sangue; ci sono varie maniere per essere martiri, cioè testimoni di Cristo; ma si tratta sempre, nonostante la nostra incomprensione di come agisce la grazia, del frutto della nostra partecipazione ai misteri della Croce.
Il vero apostolato missionario è infinitamente superiore al semplice annuncio di un messaggio spirituale. La grande tentazione sarebbe di limitare l'apostolato a una devozione generosa, a una attività straripante, a una organizzazione scrupolosa. Certamente chiede un adattamento umano, una competenza tecnica fedelmente conservata, un inserimento continuo rinnovato nel mondo attuale, un aiuto sempre attivo per formare e costruire la Chiesa, ma il vero apostolato è ben più che questo.
E' un prolungamento, attraverso l'apostolo, della Passione redentrice del Salvatore.
Sotto pena di sterilità, è necessario che viviamo la Passione nella nostra stessa carne, sotto la forma e nel tempo che Dio vuole.

3. Sorgente d'amore

La meditazione della Passione può essere per le nostre anime una sorgente d'amore.
Sappiamo che è l'amore a dare valore alla nostra vita; è l'amore che rende la nostra vita feconda. L'ideale del missionario è che tutti possano avvicinarsi a lui sentendosi il cuore più ardente per Dio e per il prossimo; come del resto è capitato ai discepoli di Emmaus che riassunsero così le loro impressioni dopo il racconto di Cristo Risuscitato (Luca 24, 32).
Ciò suppone un amore autentico e leale, senza alcuna ricerca più o meno svisata di noi stessi. Ma la debolezza umana è là coi suoi ritorni di fiamma verso l'egoismo. Ora, non c'è niente di meglio, che meditare sulla Passione per rinnovare il nostro amore offerente.

1) Attraverso la contemplazione;
2) Attraverso la compassione per il Signore Gesù;
3) Attraverso la compassione per i nostri fratelli.

1) ATTRAVERSO LA CONTEMPLAZIONE

In un'opera intitolata la "Risposta del Signore", Alfonso di chateaubriant, ha scritto: "Pregare è contemplare, e contemplare è diventare". Più ancora che un fenomeso di mimetismo psicologico, una grazia speciale di configurazione con Cristo agisce in noi per messo della contemplazione della Passione.
Così, come ci rivela San Luca (Luca 6, 19) durante la sua vita pubblica, emanava da Gesù una forza potente che guariva tutti coloro che si avvicinavano a Lui. A maggior ragione, la luminosità della sua Passione fa scaturire nelle nostre anime qualcosa della sua immensa carità.
L'amore è la spiegazione ultima della Passione di Cristo.
L'amore del Padre: "affinchè tutti sappiano che agisco così perchè amo il Padre". Sed ut cognoscat mundus quia diligo Patrem, sic facio. (Giovanni 14, 31).
E ciò in risposta all'immenso amore del Padre per Lui: Propterea me diligit Pater, quia ego pono anima meam (Giovanni 10, 17).
L'amore di tutti i fratelli: di tutti in generale ma anche di ciascuno di noi in particolare, poichè ciascuno può ripetere per sè le parole di S. Paolo "Dilexit me et tradidit semetipsum pro me" (Galati 2, 20) "Egli mi ha amato e si è consegnato per me".

"Allorchè un uomo, scrive S. Gertrude (Libro della grazia speciale, III, ch. 41) si volge verso il Crocefisso, deve pensare che il Signore Gesù gli dice con voce piena di dolcezza: Ecco come per tuo amore sono stato sospeso sulla Croce, nudo, schernito, coperto di oltraggi, le membra slogate; ma il mio cuore si sente talmente oppresso d'amore per te che se fosse necessario, per la tua salvezza avrei sofferto per te solo, ciò che ho sofferto per il mondo intero".

Davanti al tale amore, chi rifiuterà di amarLo, Sic nos amantem, quis non redamaret? (Adeste fideles).
Lasciamo i nostri cuori impregnarsi lentamente della Sua divina e ineffabile carità, contemplando Gesù nella Sua Passione.

2) ATTRAVERSO LA COMPASSIONE PER IL SIGNORE GESU'

Non si può veder soffrire una persona amata, senza sentire nel nostro cuore il suo stesso dolore.
Per esperienza sappiamo che non c'è nulla di tanto penoso quanto la solitudine nel momento della prova. Ed il Signore stesso, nel momento più terribile della sua agonia, interrompe la sua preghiera per chiedere un po' di conforto ai discepoli privilegiati che si era scelti: Pietro, Giacomo e Giovanni che qualche mese prima aveva condotto con sè al monte Tabor; ma i discepoli s'erano addormentati...
Come nota Pascal "Gesù cerca un po' di compagnia e di sollievo dagli uomini... ma non riceve nulla... Gesù ha pregato gli uomini e non è stato esaudito...".
Gesù attende la nostra compassione, prolungando anche quella della nostra Mamma che, ritta ai piedi della Croce, s'unisce silenziosamente alla Sua offerta dolorosa. Ciò che consola nel momento della sofferenza, non sono le belle parole e le dichiarazioni enfatiche, ma la simpatia e la comprensione profonda di un cuore veramente amante. Non ci sono distanze nè di spazio, nè di tempo per il mondo delle anime. L'affetto sincero del nostro cuore impegnato nel consolarlo, ha contribuito (al dire di San Luca) a far sì che l'angelo del cielo gli portasse soccorso.
Ma Gesù continua a soffrire anche al presente, attraverso le membra del Suo Corpo Mistico. Sono la porta della Certosa di Parigi, c'è una Croce che domina sul globo terrestre con questa scritta "Stat Crux dum volvitur orbis".
Intanto che il mondo gira (spesso pazzamente) la Croce è la sopra. Chi dirà il numero, l'intensità e le diverse forme dei dolori umani?
Gesù considera come fatto a Lui ciò che viene fatto alle membra del Suo Corpo. Uno dei migliori sistemi per consolarlo è di lavorare al sollievo delle miserie umane.

3) ATTRAVERSO LA COMPASSIONE PER I NOSTRI FRATELLI

a) Compassione le loro miserie fisiche

Non bisogna mai abituarsi alla sofferenza altrui: bisogna immedesimarci con tutto il nostro cuore e portarla nella nostra preghiera. Coloro che soffrono, attendono che noi portiamo, se non la guarigione, almeno un po' di aiuto onde consolare le loro pene. Aspettano soprattutto la nostra comprensione, affinchè si sentano ascoltati e capiti.
Allora potremo percorrere la strada umana del loro cammino doloroso e dolcemente configurarli a Cristo Redentore, che solo può dare senso ai loro dolori! Egli ci aspetta, attendendo di raccogliere umilmente tutti questi frammenti della vera Croce seminata nel mondo e di offrirli ogni mattina nella S. Messa, in unione alla Divina Vittima, per la remissione dei peccati del mondo.

b) Compassione per le loro miserie morali

Una delle più grandi sofferenze di Gesù sul Calvario, fu il pensiero della possibile inutilità della Sua Passione, per molti. Quante anime sono in via di perdizione perchè nessuno ha rivelato loro l'esistenza, la bontà e la potenza misericordiosa del Salvatore! Nessuno ha indicato loro la strada che conduce a Lui indirizzandoli a gettarsi nelle sue braccia. Ciò che deve stimolarci nello spirito missionario attraverso l'azione apostolica che ci è permessa, ma anche mediante la preghiera riparatrice che percorre il mondo disinteressandoci degli ostacoli e delle distanze.
Angela da Foligno, beneficiaria di queste importanti rivelazioni sulla Passione, può prima di morire affermare:

"Ho ricevuto maggiori favori da Dio quando ho pianto e sofferto con tutto il cuore per i peccati degli altri, che quando ho pianto per i miei.
In verità non c'è maggior carità sulla terra che soffrire per i peccati altrui. Il mondo si befferebbe di me, se mi sentisse dire che si possono piangere ed espiare i peccati altrui come i nostri e più dei nostri. Ciò può sembrare contro natura, ma la carità agisce così perchè non è di questo mondo. O figli miei, cercate di avere questa carità. Non giudicate nessuno, nemmeno colui che pecca mortalmente. Odiate il peccato, ma non giudicate coloro che peccano, poichè non conoscete i giudizi di Dio. Molti sembrano dannati agli occhi degli uomini mentre Dio, ne sono sicura, li condurrà nei suoi sentieri".

Forse un giorno, ci meraviglieremo di vedere a qual punto, grazie alla Passione del Salvatore e al nostro piccolo apporto, l'amore fu più forte dell'odio e della morte.


Estratto da: G. Courtois, I tempi liturgici, Editrice Ancora, Milano 1965, pp. 129 e ss.