
"Attraverso le nubi che Lo nascondono alla sguardo estatico dei suoi apostoli, Gesù ascende al cielo. in seno alla Santissima Trinità; la corona della gloria eterna cingerà per sempre la sua fronte divina. Al termine della vita terrena, Gesù sale al cielo come trionfatore. La Chiesa l'acclama nella sua umanità glorificata, ammessa a sedere alla destra del Padre e a partecipare della sua gloria. Ma l'ascensione di Gesù è anche garanzia della nostra ascensione. Sollevata da un'immensa speranza, la Chiesa innalza lo sguardo verso il suo Capo che la precede nella patria celeste e ve la introduce nella sua Persona (...). Tutta la vita della Chiesa sta tra l'Ascensione del Signore e il suo ritorno alla fine dei tempi. Sicura di non essere ingannata nella sua attesa, essa ne diffonde il messaggio, comunicando ovunque la sua grazia, fino al giorno in cui Egli ritornerà per introdurre effettivamente nella gloria del Padre tutti coloro che Egli strappò quaggiù al potere di Satana". (Messale Romano quotidiano, p. 605).
Meditiamo questo mistero aiutati, come oramai è consuetudine, dalla riflessione di P. Gaston Courtois.
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La festa dell'Assuzione di Nostro Signore, orienta, naturalmente, ogni nostro pensiero o desiderio verso il cielo, verso questo cielo che è normalmente il fine della nostra strada e che costituisce il nostro ultimo vero fine.
Benchè il tempo liturgico che gli è consacrato non duri che una decina di giorni, questa festa non cessa mai, ed il mistero che commemora è in perpetuo divenire, poichè in ogni moemento, sia direttamente dalla terra, sia dopo la sosta in Purgatorio, migliaia di anime salgono nella gloria.
In realtà, l'Ascensione di Cristo non si limita ai quaranta giorni di Pasqua, ma prosegue nell'entrata incessante in cielo, delle membra del corpo mistico, ingresso che durerà fino alla fine dei tempi, quando tutti gli eletti formeranno in Lui ciò che S. Agostino chiama: Il Cristo totale.
Ma che possiamo sapere di questo cielo, nel quale il Signore ci ha preceduti? Siamo sicuri che esso esiste e che Dio, nella sua misericordia, ci desideri; ma in che consiste? E' evidente che allorchè si parla di "salire al cielo", non vi sia nessun collegamento con l'astronomia. Lo spostamento in linea verticale dal monte degli Ulivi, non è che una nuova manifestazione del potere di Gesù sulla creazione e l'annuncio della gloriosa libertà dei figli di Dio, nella Gerusalemme celeste del nuovo cosmo. Il cielo prima di tutto, più di un luogo è uno stato di vita nuova, con possibilità di conoscenza, d'amore e di gioia che nemmeno supponiamo. Così, quando diciamo che Cristo scenderà nuovamente dai cieli, non dobbiamo aspettarci di veder spuntare Gesù da qualche punto dello spazio, ma dal cielo divino, dal cielo che è Dio stesso.
Essendo la nostra intelligenza limitata, fino a che siamo sulla terra, tutto ciò risulta difficile da capire e le parole quaggiù sono incapaci d'esprimere una realtà superiore al loro significato. Quando S. Paolo ne ebbe un'anticipazione, dichiarò: "Non mi è possibile tradurre in parole umane ciò che ho provato". E a più riprese, la grande mistica S. Teresa d'Avila dice la stessa cosa.
Il meglio è riferirsi alle parole della Sacra Scrittura e accettare umilmente, nella nostra condizione terrena, di conoscere la lontana approssimazione delle meraviglie che il Signore ci riserva.
Tuttavia, quello che ci ha detto Lui stesso o i discepoli per Lui, ci permette già di nutrire la nostra fede. Possiamo riassumere questo insegnamento nei tre punti seguenti:
1° Il cielo è conoscere Dio a faccia a faccia e in Lui contemplare tutte le cose.
2° Il cielo è amare Dio senza misura, lasciandoci amare da Lui infinitamente senza opporre resistenza, e in Lui amare tutti quelli che sono una sola cosa con Lui.
3° Il cielo è dividere con tutti gli eletti la vita stessa di Dio e gustare con essi la Sua gioia immensa.
1° - Il cielo è conoscere Dio
Nostro Signore stesso l'ha dichiarato quando ha detto: "La vita eterna, sta nel conoscere Te, solo e vero Dio, e Colui che Tu hai mandato, Gesù Cristo" (Giovanni 27, 3).
Certamente, sulla terra, possiamo conoscere Dio attraverso la ragione illuminata dalla fede, ma come dice San Paolo: una cosa è la conoscenza confuda attraverso uno specchio più o meno limpido (in ænigmitate), altra cosa è la conoscenza diretta a faccia a faccia (facie ad faciem). "Oggi, aggiunge, conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò come io sono conosciuto". San Giovanni è ancor più esplicito: (1 Giovanni 3, 2). "Quello che saremo un giorno non è ancora stato manifestato, ma sappiamo che allorchè ciò accadrà, assomiglieremo a Dio perchè Lo vedremo come è".
La vista di Dio, è la beatitudine promessa ai cuori puru e purificati. Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt (Matteo 5, 8). Vedere Dio, nella sua grandezza, potenza maestosità, splendore - ricordiamoci il vangelo della Trasfigurazione - ma soprattutto buono, delicato, amante.
Non si tratta, in effetti, d'immaginarci il cielo "sotto la forma un po' solenne ed affettata che richiama, ad esempio, certe miniature di Fouquet, dove la Trinità siede sul trono elevato nel fondo della sala i cui muri sono coperti da angeli ben allineati; e sembra che ognuno di essi non osi fare un movimento per paura di scoprire un angolo del muro che ricopre la vivace tappezzeria" (Georges Lefebvre).
Il nostro grande sbalordimento arrivando in cielo, sarà quello di scoprire come Dio è semplice, e come sia facile accedere a Lui. Senz'altro, avvicinandoci a Lui, saremo penetrati da un immenso rispetto ma, nello stesso tempo, capiremo a quale punto siamo anche da parte sua oggetto di rispetto infinito e questo mutuo rispetto non metterà nessuna distanza tra Lui e noi, infine creature, create a Sua immagine, ch'Egli si degna d'unire a Lui nell'intimità della sua vita trinitaria.
Questa felice comunione, lontana dall'assorbire la nostra personalità, o di sminuirla, l'esalterà al massimo. Allora comprenderemo nella sua luce tutta la sagezza del suo piano d'amore a nostro riguardo, il perchè di questa o quella prova, e le premure di cui ci ha continuamente circondati.
Vedremo fino a qual punto avrà avuto pazienza con noi, come avrà sottratto il bene dal male, ed in un Exultet pasquale, canteremo eternamente la sua misericordia. Misericordias Domini in æternum cantabo (Salmo 88, 1).
Conosceremo in Lui la soluzione di tutti i problemi che ci preoccupavano quaggiù e troveremo, in questa conoscenza, nuovo motivo di gioia rasserenante, a lode del divin Autore di tutte le meraviglie contenute nell'Universo. Ciò non di meno, saremo attirati soprattutto verso la contemplazione della Sua gloria. In questa visione piena di luce, le nostre anime saranno rapite, più di quanto lo fu Santa Teresa d'Avila, allorchè Cristo le apparve durante la Messa, il giorno della festa di S. Paolo:
"Ne restai - dice la Santa - assolutamente rapita... Quando in cielo, per incantare la vista, non ci sarà che la grande beltà dei corpi gloriosi, e soprattutto l'umanità santa di Gesù Cristo, il piacere ne sarà indicibile. Se in questo esilio ci mostra, attraverso il fragore della Sua maestà, ciò che la nostra miseria può sopportare, chissà in cielo quando la nostra anima lo contemplerà in tutta la sua beltà e in tutta la sua gloria! Quand'anche mi sarò sforzata, per interi anni, a raffigurarmi una bellezza fulgida, mai raggiungerò la realtà, tanto il suo candore e la sua potenza sorpassano ogni nostra possibile immaginazione. E' uno splendore che non abbaglia, è un candore ineffabilmente puro e soave, è una luminosità che dà alla vista un indicibile piacere, senza ombra di fatica; è una luce che rende l'anima capace di vedere questa bellezza divina; è una luce infinitamente differente da quella di quaggiù, e dopo che i suoi raggi hanno innondato l'occhio rapito dell'anima, i raggi del sole perdono talmente di splendore che non si vorrebbe più guardarli".
In breve, ciò che si deve affermare è, che davanti alle ricchezze meravigliose che si sveleranno, saremo come assorbiti da una contemplazione che mai finirà di saziarci, perchè inesauribile.
2. Il cielo è anche amare Dio
Sì, è amrare Dio senza misura, è lasciarci amare da Lui come desidera.
Gesù ce l'ha detto "Io sono venuto a portare il fuoco sulla terra", questo fuoco dell'amore oblativo che unisce le tre Persone divine e che desidera comprenderci.
"Che posso volere; che non c'incendi?" (Luca 12, 49).
Alla radiosa luce della visione beatifica, questo amore prende tutto il suo slancio e il suo volo sarà esattamente proporzionato al grado di carità che avremo acquistato al momento della nostra entrata nell'aldilà.
Spontaneamente, offrendoci totalmente a Dio, lasciandoci prendere da Lui, l'ameremo talmente per se stesso con un amore che mai ci stancherà.
Entrando nella sfera della Trinità, dove le tre Persone divine si comunicano scambievolmente tutto ciò che sono senza cessare d'essere pienamente se stesse, ci troveremo accolti con una tale tenerezza, che ne saremo sconvolti.
Il cielo sarà lo sbocco totale delle nostre facoltà affettive in una comunione profonda con le tre Persone divine, in cui tutte le nostre più alte aspirazioni saranno esaudite.
Non solo ameremo, offrendoci, donandoci, rimettendoci senza riserve con un entusiasmo che niente potrà frenare, ma ci sentiremo divinamente amati e nonostante la nostra piccolezza, la nostra miseria, la nostra indegnità, amati per quello che siamo; considerati quali elementi insostituibili di Cristo, Figlio di Dio che si è degnato assumerci per l'eternità.
Saremo sorpesi da un rapimento meraviglioso davanti a questo amore così delicato e comprensivo pa parte di Dio, dal quale niente potrà mai più separarci dato che saremo felici con Lui per sempre.
Ma amare, non è solo contemplarsi l'un l'altro, ma guardare insieme verso gli altri. Il vero amore è fatto di oblazione. L'amore che vivremo intensamente nell'intimità delle tre Persone, ci porterà verso tutti gli eletti nella gioia di una carità fraterna, deliziosamente condivisa fra tutti: dalla Vergine Maria, di cui contempleremo nello splendore della Sua gloria, la benefica ed universale mediazione materna, fino al nostro angelo custode, al nostro santo patrono, a tutti i nostri avi, a tutti i nostri amici, a tutte le anime che saranno state sulla terra misteriosamente legate alla nostra vita, perchè ci avranno aiutato o perchè noi avremo soccorso. Nessuno sarà per noi sconosciuto. Comprenderemo meglio ciò che ci dobbiamo gli uni gli altri, ci considereremo scambievolmente come degli "obbligati" e la nostra azione di grazie verso Dio si troverà ancor più magnificata.
Questo affetto, che riunisce tra loro senza alcuna ombra tutti i beati, ci porterà a chinarci affettuosamente verso i membri della Chiesa sofferente del purgatorio e verso quelli della Chiesa militante della terra, per venire in loro aiuto nella ascesa a Dio, affinchè a poco a poco, si compia l'opera della Redenzione, in questa consumazione suprema, in cui Dio sarà tutto in tutti.
Ricordiamoci le parole di S. Giovanni Berchmans morente, ai suoi amici: "Io muoio, ma non muore la mia tenerezza. Vi amerò in cielo coem vi ho amati sulla terra".
La potenza d'azione degli eletti in cielo è la continuazione della parte che avranno preso quaggiù per la salute degli uomini. Questa certezza permetteva a Santa Teresa di Lisieux di dire: "Passerò in cielo il mio tempo a far del bene sulla terra".
3. Il cielo è partecipare della stessa gioia di Dio
Dio è luce, Dio è amore, Dio è gioia.
Non si tratta, in effetti, d'immaginarsi il cielo come il paradiso terreste dalle delizie infantili materiali.
Non si tratterebbe altro che della contemplazione di un Dio astratto che finirebbe, alungo andare, per lasciarci.
Il cielo è partecipare sempre con gli eletti, la vita intensa di Dio e gioire tutti in Lui di una gioia profonda, la Sua stessa gioia sempre zampillante e quindi sempre nuova.
E' ben quello che ha promesso Gesù ai fedeli servitori: "La tua ricompensa sarà grande in cielo" (Matteo 5, 12).
"Entra nella gioia del tuo maestro" (Matteo 25, 21).
Ma un che cosa consiste questa gioia?
Il salmista l'aveva annunciata in termini qausi intraducibili: "Gli eletti si appagheranno nell'abbondanza della Tua casa e Tu li abbevererai al torrente della Tua gioia, poichè in te si trova la sorgente della vita, ed è nella Tua luce che vedremo al luce" (Salmo 35, 9).
Ciò che è certo è che il cielo è lo stato felice dei membri di Cristo nella gloria. Non possiamo rappresentarlo che nel rapporto a ciò che di più puro ed elevato c'è nelle gioie di quaggiù, soprattutto nelle gioie gustate nell'amicizia di cuori vicini al nostro; ma anche il più forte tra questi rapporti, resta sempre un misero paragone.
Come abbiamo detto all'inizio di questa meditazione, è una realtà cje S. Paolo rinuncia a descriverla: "L'occhio dell'uomo non ha visto, l'orecchio dell'uomo non ha sentito, il cuore dell'uomo non può immaginare le sorprese che Dio prepara ai suoi eletti" (I Cor. 2, 9).
"La bontà celeste, di cui mi sentii innondare, confessa S. Teresa d'Avila nella sua autobiografia, non si può descrivere. E' qualcosa d'ineffabile e, a meno di averlo provato, non ci si può fare alcuna idea. Immaginavo che tutto il bene che si può augurare era riunito là e ho capito che tutte le cose non sono che un puro nulla al confronto di questo bene indicibile".
Questo bene indicibile sarà, al dire di S. Agostino, la gioia di possedere Dio e di essere posseduti da Lui. Questa reciproca possessione, paragonabile, da S. Paolo della Croce, al ferro arroventato, determinerà uan gioia sempre nuova e continuamente rinnovata, gioia che troverà la sua pienezza nella felicità di gioire con tutti gli eletti in questa nuova terra, dove Dio manifesterà a ciascuno, secondo il suo merito, lo splendore della Sua divina tenerezza.
Nei dialoghi di S. Caterina da Siena (Dialoghi, seconda parte cap. VI), è nettamente indicato che Dio insiste sul carattere comunitario della beatitudine celeste: "Quando un'anima sale alla vita eterna, tutti gli eletti partecipano alla felicità di quest'anima, come del resto anch'essa partecipa alla felicità di tutti. Non che all'improvviso la loro felicità possa ingrandirsi o abbia bisogno d'essere colmata: no, essa è compelta e non può essere maggiore; ma provano un'ebbrezza, una contentezza, un'allegria, che si rinnova in essi alla vista di quest'anima. Vedono che, attraverso la mai misericordia, un'anima è stata elevata dalla terra alla pienezza della grazia e si rallegrano in me per la felicità raggiunta da quest'anima.
Quest'anima, a sua volta, è felice contemplando e gustando cogli altri eletti, la bellezza e la dolcezza della mia carità. E tutti insieme esultano verso di me per la salvezza del mondo intero".
Conclusione
La salvezza del mondo intero! E' proprio la preoccupazione maggiore del Signore Gesù.
Dio vuole salvi tutti gli uomini, ma non vuole che essi lo siano per forza, senza la loro cooperazione.
Il tempo del nostro soggiorno sulla terra ci è dato precisamente per collaborare con Lui in questo scopo.
Possiamo dire come S. Paolo: "Nonostante ciò, non mi rifiuto di lavorare quaggiù fino a che Dio vorrà".
Il cielo non è un alibi per non impegnarci nei compiti terreni, che ci dividerebbero dallo svolgimento attuale del progresso umano. Quando al momento dell'Ascensione, Gesù è salito verso i cieli, gli Apostoli sono rimasti là, bocca aperta, braccia penzoloni, gli occhi fissi in alto. Ma due angeli apparvero loro rimproverandoli: "Galilei, perchè restate a guardare il cielo?" (Atti 1, 2).
Dovevano eseguire quello che aveva loro ordinato qualche istante prima: andare a Gerusalemme, pregare con la Vergine Santa, prepararsi a ricevere lo Spirito Santo e partire, in seguito, fino in capo al mondo a portare la parola di Dio; a raccontare le imprese del Maestro, a formarGli dei discepoili e a fare di tutti i figli degli uomini, dei figli di Dio.
Il pensiero del cielo in cui Dio ci attende ci preserverà dai miraggi dell'azione, ci aiuterà a considerare ogni cosa nel suo giusto valore e ci incoraggerà nel momento della prova, in cui dovremo forse dare anche il nostro sangue in testimonianza di fedeltà.
Ma ora, alla preghiera e al lavoro!
E lavorando con e per la Chiesa che diffondiamo il Regno di Dio sulla terra, preparando per noi e per i nostri fanciulli una dimora di gloria eterna.
Estratto da: G. Courtois, I tempi liturgici, Editrice Ancora, Milano 1965, pp. 183 e ss.